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Processo Asl - Il capitano Martufi racconta le indagini - Testimoniano anche il direttore del distretto di Montefiascone e un dipendente dell'azienda sanitaria

“Quattro ore chiuso nel portabagagli per arrestarli…”

di Stefania Moretti

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Il capitano Giovanni Martufi

Il capitano Giovanni Martufi

Il maxiprocesso Asl

Il maxiprocesso Asl

Viterbo – Quattro ore nel portabagagli di un’auto per poi uscire allo scoperto e arrestare Massimo Ceccarelli con una tangente.

Fu un lungo appostamento, quello che il capitano del nucleo investigativo Giovanni Martufi racconta in aula al processo Asl. All’epoca Martufi era tenente, al comando del nucleo operativo radiomobile. Ceccarelli, dipendente Telecom. 

Il 9 luglio 2009, i carabinieri lo fermano: Ceccarelli stringe tra le mani una busta con dentro una mazzetta da 15mila euro. Veniva da Michele Di Mario, titolare della Lte Srl, società di installazione di apparecchiature di telecomunicazione. 5mila euro erano per Ceccarelli. 10mila per Ferdinando Selvaggini, ex responsabile del centro elaborazione dati della Asl. Servivano per “comprare” il subappalto per la rete informatica dell’azienda sanitaria: lavori da 110mila euro l’anno.

E’ il primo sussulto dell’indagine Asl: tre arresti per corruzione nella calda estate del 2009. 

Martufi, primo testimone all’udienza di ieri, era entrato nel 2008 a far parte del pool di investigatori dell’inchiesta Asl. I carabinieri intercettano l’allora direttore generale Giuseppe Aloisio e il dirigente Renato Leoncini. Intercettazioni audio e video. Vedono cenni. Scambi di biglietti di cui non conoscono il contenuto.

Tra l’immensa mole di atti acquisiti, ci sono anche le delibere su Aureart: la scuola d’arte per disabili costata 325mila euro in due anni alla Asl di Viterbo. Per i pm Stefano D’Arma e Fabrizio Tucci, il progetto serviva più che altro a dare lavoro alla moglie del braccio destro del dg, Mauro Paoloni. Ma di quel progetto, il dirigente del distretto di Montefiascone, Giuseppe Piermattei, sottolinea più volte la validità, negando di aver ricevuto pressioni per stilare un parere positivo su Aureart e una successiva nota, nel 2009.

Altra cosa erano i rapporti con il direttore generale Aloisio: “Non ci potevamo vedere. Il clima era teso: dovevi sempre pesare le parole per non creare frizioni”. Piermattei racconta delle allusioni che si sentiva fare per sostituirlo con l’allora vicesindaco di Montefiascone Sandro Leonardi. Del tipo: “Bisogna che questo parere ce lo manda, altrimenti glielo facciamo chiedere da Leonardi…”, a mo’ di battutina. Ma Piermattei, seppur tanto infastidito, paura non ne aveva, al punto da scommettere un milione di lire che Leonardi non avrebbe mai preso il suo posto. E non lo prese.

Qualche discostamento dall’iter burocratico solito c’era, a confermare il sospetto che il progetto Aureart fosse un po’ “a statuto speciale”. Mentre in genere bastava l’ok di Leoncini (dirigente della Uoc Accsi – Unità operativa complessa accreditamenti, contratti, convenzioni e servizio ispettivo), le delibere di Aureart erano approvate in tempi record rispetto ad altre e passavano anche al vaglio del direttore generale. Che, “non si sa perché, ma voleva così”, ricorda l’impiegato Italo Moriggi. Più di qualche voce correva per i corridoi della Asl, perché non poteva sfuggire che tra i maestri d’arte ci fosse anche la moglie di Paoloni.

Moriggi ricorda nitidamente “che tutto quel sali e scendi per le scale, da parte di Leoncini per andare da Aloisio, non era affatto una cosa normale”. Tra i malumori (di Piermattei) e l’anomalo interesse per quelle delibere (di Aloisio e, quindi, di Leoncini), quella pratica sembrava pesare un po’ a tutti, al punto da far dire a Leoncini e Piermattei le stesse cose: entrambi non vedevano l’ora di chiuderla. Della serie, l’importante era finire.

Stefania Moretti


Il dirigente del distretto Asl di Montefiascone: “Con Aloisio? Non ci potevamo vedere”


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14 marzo, 2015

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