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Politica - Elezioni provinciali - Egidi (Pd) mette in guardia l'area Fioroni del partito: "Si discute e poi si decide"

“No a spartizioni, sul presidente scelta condivisa”

di Giuseppe Ferlicca

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Andrea Egidi

Andrea Egidi 

Viterbo –  Elezioni provinciali, si vota il 3 maggio. Consultazione di secondo livello, sindaci e consiglieri eleggono nuovo presidente e consiglio. Sulla carta il Pd può vincere facile.

Molte delle amministrazioni sono governate dal centrosinistra, ma serve un’intesa, che al momento ancora non c’è, se è vero che il partito si riunisce e una parte (Popolari) diserta l’incontro, salvo vedersi il giorno dopo in separata sede.

E’ successo la scorsa settimana. Venerdì prossimo altro incontro con sindaci e consiglieri. Per scegliere un candidato e quindi la o le liste.

Voci ne circolano da tempo. Si è detto di Angelo Cappelli (improbabile), Leonardo Michelini (asso nella manica di Fioroni), Gianluca Angelelli (outsider) e di Mauro Mazzola (il più accreditato).

Il segretario provinciale Andrea Egidi non si lascia sedurre dal toto presidente. Ha altro cui pensare.
“Ci siamo interrogati su come consegnare un proposta condivisa”.

Come?
“Due erano i modi. Il primo, scartato a priori, immaginare di ricostruire i caminetti, portare indietro le lancette del Pd, discutendo a tavolino in base a spartizioni. Oppure, ed è la strada intrapresa, mettere in piedi un percorso che riguarda partito, circoli, territorio, sindaci e amministratori. Così è stato, discutendo con coordinamenti territoriali, capigruppo d’opposizione dove non governiamo, sindaci e consiglieri provinciali uscenti. E’ compito del Pd indicare un candidato presidente, un progetto su cui trovare un’alleanza che sia la più ampia possibile”.

Alleanze? Fioroni da un pezzo guarda al centro del centrodestra. Parla di quel modello?
“Non è certo una sua idea, ma è la politica che porta a questo. Io non do lezioni su come si vince, ma non ne prendo nemmeno. Da quando sono segretario provinciale abbiamo sempre vinto. Le alleanze poi, vanno costruite e quindi difese, non distrutte. Io penso che il Pd sia determinante ma non autosufficiente. Ora dobbiamo capire come quest’idea si mette in pratica con un nuovo sistema elettorale di secondo livello, dove non c’è purtroppo un rapporto diretto con i cittadini”.

Qual è il percorso?
“Si costruisce un’intesa per la candidatura a presidente, si lavora con i sindaci, amministratori locali, consiglieri uscenti. Non mi occorre che s’indicano riunioni per spiegarmelo”.

Servono ai Popolari?
“Io faccio riunioni del Pd, non sono impegnato in altro. Penso che quel modo di discutere sia un errore che indebolisce il Partito democratico. Valutazioni si possono fare, internamente. Io sono impegnato a costruire le condizioni per una scelta largamente condivisa nel Pd”.

Tutto il resto sembra essere noia.
“Evito la polemica, non serve ai nostri amministratori o a chi ci guarda. Credo che sia più utile capire se la provincia che eleggeremo sia in grado di sistemare le strade, organizzare il personale, far sì che l’edilizia scolastica non sia da terzo mondo. Non faccio riunioni a San Martino o chissà dove. A questo gioco non ci sto. Agli incontri ho invitato cento persone. Devono discutere tutti. Il sistema di stare pochi attorno a un caminetto è archiviato”.

Quali sono i prossimi passaggi?
“Venerdì è in programma un’altra riunione di sindaci ed eletti. Chiederemo loro di esprimersi. Gli scenari sono due: esce una candidatura ampiamente condivisa che io faccio mia e che chiederò d’approvare anche sabato in direzione provinciale. Altrimenti, se dovessero esserci più ipotesi di candidature ci fermiamo 48 ore. Si apre un meccanismo di consultazioni fra amministratori e sindaci e una volta conosciuto l’esito, la proposta si approva in direzione. Siamo un partito che discute e poi decide”.

La seconda ipotesi nasconde insidie, non le pare?
“Un segretario di federazione non impone una candidatura. Ha il dovere di far esprimere chi ha diritto voto. Se emergono più ipotesi, gli spetta il computo di fare una sintesi e consegnare alla direzione provinciale la proposta”.

Poi arriva il momento d’aggregare.
“Governiamo una larga fetta della Tuscia, anche con alleanze insieme a liste civiche, giusto dire che sono realtà da coinvolgere. Un punto però deve essere chiaro, ci deve essere una lista Pd, con candidati che fanno riferimento al partito. Una lista che sia equilibrata sotto l’aspetto politico e del territorio. Quindi ce ne può essere un’altra che sia espressione delle esperienze civiche di centrosinistra. Ma solo queste realtà devono farne parte. Non come in passato, mettere in piedi una lista Pd1 e un’altra, Pd2”.

Tutti devono essere rappresentati, ma il rapporto con il capoluogo, che ha il suo peso, come si regola?
“Se qualcuno pensa che provincia di Viterbo sia riconducibile solo alla seppur importante esperienza del capoluogo, sbaglia.Va tutto ponderato. Ripeto: la provincia non è il comune di Viterbo”.

Ovvero?
“L’ultimo consigliere dell’ultimo paese va garantito e tutelato. Deve essere certo che lavori per strade e scuole arriveranno anche lì. Si tratta di rispetto del territorio. Non ci sono sindaci di serie B, come non ci sono cittadini serie B. Viterbo è fondamentale, ma in un quadro ampio e generale”.

Il centrosinistra nella Tuscia parte con un certo vantaggio, non è che discutendo si rimettono in gioco gli avversari?
“Il pericolo esiste. Ecco perché abbiamo ipotizzato un percorso largo. Alla fine tutti devono sentirsi vincolati, perché partecipi, alla decisione. Fare in modo che chi vota sia in linea con la scelta del Pd. Per il presidente della Repubblica, Renzi ha scelto un nome e poi è andato da Berlusconi. Quando è accaduto il contrario, prima sentire gli altri e poi portare il nome dentro il partito, è stato un disastro. Non voglio fare paragoni impossibili, ma noi siamo l’unico vero partito rimasto in piedi. Abbiamo il dovere di avanzare una proposta e ottenere il consenso più largo. Altri non lo possono fare”.

Giuseppe Ferlicca


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11 marzo, 2015

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