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Viterbo - Caso Manca - Ingroia consegna esposto al procuratore capo di Roma

“Pignatone aperto e disposto ad andare fino in fondo”

di Stefania Moretti

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L'avvocato dei Manca Antonio Ingroia

L’avvocato dei Manca, Antonio Ingroia

Attilio Manca

Attilio Manca

Viterbo – Un esposto che è come un traguardo: “Per la prima volta la procura viene formalmente investita di una denuncia che mette in fila tutti i fatti riguardanti il caso Manca”. A dichiararlo, fiducioso, è Antonio Ingroia, avvocato, insieme a Fabio Repici, dei familiari del giovane medico trovato morto a Viterbo nel 2004.

In undici pagine, l’esposto riepiloga quelle che, per i legali di Manca, sono state le più grosse lacune dall’apertura dell’inchiesta. Dai tabulati telefonici non acquisiti ai familiari del medico mai sentiti a sommarie informazioni. Fino a quei segni di iniezione sul braccio sinistro, che Manca avrebbe potuto farsi solo con la mano destra, ma era un mancino puro. E poi, il “buco nero davvero madornale” sulle ultime ore di vita di Manca. Il cadavere seminudo e i boxer mai ritrovati. 

Dati che la famiglia Manca esibisce da sempre a testimonianza della “sordità dell’ufficio giudiziario”. Ma adesso, c’è un fatto nuovo: le dichiarazioni di Stefano Lo Verso, collaboratore di giustizia vicino a Provenzano che, spontaneamente, ha tirato in ballo la morte dell’urologo siciliano di Belcolle al processo Borsellino Quater, in aula a Caltanissetta.

“Provenzano mi ha portato questo pensierino – disse il pentito riferendosi alla madonnina -. Madonnina che io ancora tengo conservata non sotto l’aspetto che me l’ha data Provenzano, ma sotto l’aspetto religioso e anche se poi, domani, da questa Madonnina si possono risalire a delle indagini che possibilmente possono essere utili per… per l’episodio, per l’evento che stanno cercando in tutti i modi i magistrati per riaprire il caso dell’urologo Manca, che è stato… qualcuno dice che è stato ucciso, qualcuno dice che si è suicidato. Io tengo tutto conservato per potere dare luce su questo evento”.

Dichiarazioni che oggi fanno da volano all’esposto, domani potrebbero far riaprire le indagini. Ingroia è ottimista con moderazione: “L’incontro di ieri mattina con Pignatone è andato bene – dice l’ex toga -. Ci ha assicurato che presterà attenzione alla vicenda. Anche se è ovvio che non può prendere impegni sull’esito delle indagini”.

Lo stesso Pignatone sul caso Manca era stato molto chiaro: c’era anche lui, insieme al procuratore aggiunto di Roma Michele Prestipino, davanti alla commissione antimafia nell’aprile 2014. In quella sede chiarì che se la Dda di Roma non aveva un procedimento aperto era perché procedeva Viterbo. Ma, del resto, indagini erano state già fatte dalla procura di Palermo. E legami con la vicenda Provenzano non erano mai emersi. Ingroia lo sa.

“E’ comunque passato del tempo – dice l’avvocato -. Molti anni fa la procura di Palermo si è interessata al caso. Di acqua sotto i ponti ne è passata, al punto da fornirci elementi nuovi per presentare il caso all’attenzione dell’autorità giudiziaria. Pignatone ha ribadito il concetto: allora non emersero collegamenti tra la vicenda Manca e Provenzano. Ma si è dimostrato aperto. Disponibile a cambiare idea, alla luce dei nuovi sviluppi”.

Secondo i Manca, come si legge nell’esposto, le dichiarazioni di Lo Verso, “indiscutibilmente chiamano in causa la competenza distrettuale della Procura della Repubblica di Roma”. Ma i familiari del medico non rinunciano neppure alle dichiarazioni di Giuseppe Setola, pezzo da novanta del clan dei Casalesi che, in carcere, disse di aver acquisito informazioni sul caso Manca, per poi ritrattare

“Per i pm di Napoli, il dietrofront di Setola lo rende inattendibile – afferma Ingroia – ma noi chiediamo comunque che le sue dichiarazioni ai magistrati siano acquisite dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma”. Con il suggerimento, contenuto sempre nell’esposto, di interrogare altri neocollaboratori di giustizia e sondare eventuali rapporti diretti tra Manca e Provenzano.

Oggi, intanto, si torna in commissione antimafia. Dopo l’audizione di Ingroia di ieri, oggi sono stati di nuovo convocati il procuratore capo di Viterbo Alberto Pazienti e il titolare dell’inchiesta Renzo Petroselli. Alla scorsa audizione, i magistrati viterbesi, nel ribadire la loro convinzione che la mafia sia estranea alla morte del medico, sono scesi anche nello specifico dell’operazione a Provenzano: chirurgia tradizionale, sostiene il procuratore capo Pazienti in base alle cartelle cliniche, e non laparoscopica, come si legge nell’esposto e come, da sempre sostengono i familiari di Manca.

L’ennesimo punto oscuro, sul quale inquirenti e familiari non si accordano, ma che potrebbe diventare un punto di partenza per la commissione antimafia, per cominciare a fare storia, al di là dello scontro acerrimo tra le parti. A ricostruire razionalmente. Cercando la verità a partire dai documenti.

Stefania Moretti


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9 aprile, 2015

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