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Tarquinia - Riduzione in schiavitù - Processo "Kunta Singh" - La testimonianza di uno dei lavoratori indiani in Corte d'Assise d'appello

“15mila euro per trovare l’inferno in Italia”

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Il commissariato di Tarquinia

Il commissariato di Tarquinia 

Tarquinia – 15mila euro per venire in Italia e trovare l’inferno.

Tanto avrebbe speso Singh Gurmer, uno degli indiani assunti da un’azienda agricola viterbese come pastori.

Secondo le indagini della polizia di Tarquinia, Gurmer e altri quattro suoi colleghi sarebbero stati ridotti in schiavitù dall’imprenditore di Tarquinia Lucio Tombini, condannato a sette anni in primo grado.

I giudici hanno dato solo un anno per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina al suo collaboratore Singh Balwinder, ritenuto l’intermediario tra gli indiani e Tombini. Dall’accusa di riduzione in schiavitù Balwinder è stato invece assolto. 

Oggi si è riaperto il processo d’appello. La Corte d’assise ha ascoltato Gurmer, sollecitando una specie di confronto in contraddittorio con gli imputati Tombini e Balwinder.

Per venire in Italia, Gurmer avrebbe versato 15mila euro. 5mila pagati in India, 10mila in Italia. La seconda e più importante tranche della somma l’avrebbe prelevata da una banca nel suo paese natale. Ma le difese degli imputati, rappresentate dagli avvocati Giosuè Bruno Naso, Susanna Carraro e Margherita Della Corte, sostengono che non ci sarebbe traccia di quel prelievo fatto appositamente per venire in Italia. Nessun documento scritto a confermare il racconto del giovane indiano. 

Dall’indagine della polizia di Tarquinia, chiamata “Kunta Singh”, iniziata nel febbraio 2011 e coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma, erano emerse le condizioni di lavoro disumane cui erano sottoposti i cinque lavoratori: turni massacranti di quattordici ore al giorno per cento euro mensili. Il loro alloggio era una stalla sporca e piena di topi, con un secchio come bagno e senza riscaldamenti.

Un quadro accusatorio che le difese hanno cercato di smontare punto per punto fin dal processo di primo grado, definendo inesistente l’ipotesi di riduzione in schiavitù e ritenendo la vicenda inquadrabile al massimo nei ranghi del diritto del lavoro e non in quello penale.

Gli avvocati hanno impugnato la sentenza di primo grado. Il legale dell’imprenditore aveva chiesto la riapertura del processo, ascoltando tutti e cinque i lavoratori indiani ma solo Gurmer, l’unico che è ancora parte civile al processo, si è presentato davanti ai giudici, per ribadire sostanzialmente quanto aveva già raccontato: lavorava ininterrottamente senza un giorno di ferie, ma non poteva fare altro. Non parlava l’italiano e non sapeva dove andare. 

Il procuratore generale ha chiesto la conferma della sentenza di primo grado, compresi i 30mila euro di provvisionale a Gurmer.

Le difese discuteranno a luglio.


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18 giugno, 2015

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