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L'irriverente - Il ricorso al popolo potrà diventare il punto di svolta per una nuova economia più attenta all’etica

La democrazia riparte da Atene

di Renzo Trappolini
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Renzo Trappolini

Renzo Trappolini

Viterbo – Anche gli argentini, che sono quattro volte i greci, all’inizio del duemila corsero a svuotare i bancomat e svalutarono la moneta disancorando il pesos dalla parità col dollaro.

Avevano, infatti, un debito colossale con gli investitori, soprattutto gli istituzionali.

Quelli che si chiamano così ma in fondo si tratta di paperoni pubblici e privati pronti a prestare soldi a chi è in difficoltà perché le promesse di restituzione (obbligazioni, bond, titoli, buoni o chiamateli come volete) le rivendono subito tramite banche e finanziarie a piccoli risparmiatori che, quando l’Argentina non potè più rimborsare, rimasero col cerino in mano.

Come fa uno stato a ripagare i debiti, a restituire i soldi che gli prestano per funzionare, per le scuole, le pensioni, gli ospedali, le strade? Aumenta le tasse.

Ma un circolo così ci mette poco a diventare vizioso: i paperoni con troppi soldi da investire sanno essere convincenti con chi ha bisogno. Nel caso specifico, con i governanti i quali hanno tutto l’interesse a gestire sempre più soldi (non loro) per “fare” (non di rado per “farseli”), dimenticando spesso che chi li ha eletti non li ha anche autorizzati ad affamarli per pagare indebitamenti irresponsabili.

Così, il nuovo governo greco di Tsipras, dovendo rispondere sia a chi l’ha eletto, sia a chi aveva negli anni prestato con avidità i soldi allo Stato, ha scelto di lasciar perdere statistiche, spread, tassi d’interesse e si è rivolto direttamente al suo popolo. Conterà di più ripagare i paperoni troppo generosi e in malafede, o provare a riportare sul trono la democrazia?

Le crisi finanziarie si possono superare: gli Usa e molti stati europei hanno alle spalle quella provocata dalla avidità delle loro banche nel 2008. L’Argentina fallita del 2002 è oggi tra le economie più interessanti del sud America.

I banchieri servono. A loro spetta far bene i conti perchè i livelli di cassa siano in equilibrio, ma non possono sostituirsi allo Stato, al popolo. Perché le ragioni delle Borse, degli obbligazionisti, i tassi d’interesse e gli spread non sono più importanti dei diritti dei cittadini, compresa la dignità personale.

A conti fatti, l’austerità, la riduzione della spesa pubblica e le politiche monetarie con le “bolle speculative” di cui si avvantaggiano i soliti pochi noti non sembrano sufficienti per risolvere il generale dramma della carenza di lavoro. Quello che in Italia la Costituzione pone a fondamento della Repubblica e che è essenziale alla crescita dell’economia vera, quella reale, non quella di carta dei finanzieri che scommettono tra loro.

Francesco “il Rivoluzionario” lo considera “necessario non solo per l’economia ma per la dignità della persona” perché “il dominio assoluto della finanza non ha futuro e il prezzo del salvataggio ad ogni costo delle banche non deve pagarlo la popolazione”.

Per questo, la democrazia, col referendum di Tsipras, va a rivendicare la sua superiorità proprio là dove nacque, ad Atene.

Comunque i greci votino, il ricorso al popolo potrà diventare il punto di svolta per una nuova economia più attenta all’etica, all’uomo e ai suoi diritti.

“Il denaro – scrisse nell’’800 il presidente americano Abramo Lincoln – non è il padrone ma il servitore dell’umanità e la democrazia si ergerà sempre sopra al potere monetario”.

Renzo Trappolini

 


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4 luglio, 2015

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