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L'irriverente

Perché lo statista Moro ha scritto lettere da marito o padre?

di Renzo Trappolini
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Renzo Trappolini

Renzo Trappolini 

Viterbo – Sarà provinciale. Però, può anche gratificare il seguire con un certo compiacimento, ferma restando l’autonomia di giudizio, attività di conterranei che pesano sui grandi temi che vanno ben oltre la Tuscia: scienza (Vittori e tanti altri), sport (da Bonucci a Grazini), letteratura, arti e spettacolo, ma pure la politica.

In questo campo, ad esempio, c’è una certa differenza di attenzione tra osservatori di provincia e quelli nazionali sulle iniziative di uno Sposetti (in particolare, pubblica finanza e costi della democrazia) o di un Fioroni, che, con la commissione parlamentare che presiede, tenta di sollevare i teli stesi da inchieste parlamentari e giudiziarie su ancora non chiari aspetti del caso Moro.

Insomma, potrebbe giovare al nostro buon umore se “paulo majora canamus”, cioè se ascoltiamo un po’ di musica diversa dai ritornelli soliti che quegli stessi capocori intonano dentro le mura.

Ad esempio, sulla questione Moro impressiona il muro di gomma di fronte al quale Fioroni e i commissari sembrano trovarsi, interrogando testi e inquirenti o rileggendo documenti d’archivio, quando e se li ritrovano completi.

Martedi 7 luglio scorso, uno dei magistrati di maggior esperienza di Br e di vicende legate all’assassinio di Moro, ha lapidariamente messo a verbale che “di Moro e delle Brigate Rosse sapevamo tutto e quello che non sapevamo era marginale”.

La commissione, con Gero Grassi, gli ha ribadito “l’ambizione di offrire agli italiani un pezzo di verità supplementare rispetto a quella che anche la magistratura ha contribuito a scrivere”.

Questo il clima nel quale Fioroni e gli altri indagano. Speriamo con qualche risultato.

Quando fu rapito Moro, che era democristiano, accorsero in via Garbini 48 – sede allora della Dc viterbese e del Movimento giovanile di cui era delegato lo studente Giuseppe Fioroni – rappresentanti politici, sindacali, di molte organizzazioni e tanti cittadini. Tra i primi, il segretario del Pci, Ugo Sposetti e il vescovo Boccadoro, quasi insieme.

Tutti a testimoniare vicinanza e partecipazione che si concretarono subito un comizio “unitario” a piazza del Comune e, dopo l’uccisione, in un lungo corteo unitario che, nel più assoluto silenzio, attraversò la città da san Lorenzo al Sacrario.

Tra il Pci di Berlinguer e la Dc di Moro ed Andreotti era da tempo in corso un avvicinamento sospinto dalla crisi economica e dal terrorismo. Accadeva pure a livello locale, con il comune impegno per l’università di stato e la difesa del futuro della Maremma accettando la scelta del nucleare.

Ma a Mosca, come a Washington, il “compromesso storico” non piaceva a tutti e non ebbe futuro. Berlinguer accusò il colpo e dovette sfilarsi, Moro pagò con la vita, rapito dalle Brigate Rosse che secondo alcuni “si credevano davvero rosse, ma forse – ha scritto lo storico Roberto Gervaso – erano a stelle e strisce e falce e martello”.

C’è ancora molto da investigare e capire. Compreso il perché Moro, che tutti consideriamo uno statista, abbia scritto dalla prigionia lettere più da marito, padre, nonno e uomo devoto al papa.

Renzo Trappolini


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26 luglio, 2015

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