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Economia - Cultura - Come e perché usare il brand più forte che la Tuscia abbia

“Etruschi” non vuol dire necessariamente Toscana…

di Francesco Mattioli

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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Festival degli Etruschi - "Memorie dal sottosuolo"

Festival degli Etruschi – “Memorie dal sottosuolo” 

Festival degli Etruschi

Festival degli Etruschi 

Festival degli Etruschi

Festival degli Etruschi 

Festival degli Etruschi - Antonello Ricci

Festival degli Etruschi – Antonello Ricci 

Festival degli Etruschi

Festival degli Etruschi 

Il Festival degli Etruschi - Il ceramista Roberto Bellucci mentre realizza un bucchero

Il Festival degli Etruschi – Il ceramista Roberto Bellucci mentre realizza un bucchero 

Festival degli Etruschi

Festival degli Etruschi 

Viterbo – Il progetto “Pirati della Bellezza” che Tusciaweb ha voluto avviare con l’intento di rimettere al centro dell’Etruria la Tuscia e di fare degli etruschi il brand per eccellenza della provincia di Viterbo ha ricevuto l’immediata adesione dell’Università della Tuscia, che in virtù del suo pionieristico corso di laurea in Conservazione dei Beni Culturali, ha dato e può dare l’inestimabile contributo della scienza e della ricerca.

Per di più ha trovato anche l’attenzione della sovrintendenza per l’Archeologia del Lazio e dell’Etruria meridionale. Insomma, “tutti di un sentimento” per avviare un programma serrato di rivitalizzazione del “brand etruschi” con l’obiettivo di farne il principale volano di sviluppo del territorio.

Certo, non è la prima volta che si parla di un intento del genere: ricordo gli interventi su La Vedetta della fine degli anni ’60, l’abnegazione di Paolo Giannini che andava da un referente istituzionale all’altro per dare concretezza ad una idea, l’opportunità (colta male) dell’Anno degli Etruschi del 1985, le discussioni in Provincia negli anni ’90, con l’allora sovrintendente all’Etruria Meridionale Moretti, il più recente dibattito sulla sede della Sovrintendenza a Viterbo.

Tuttavia oggi rispetto a ieri i soggetti promotori sembrano più agguerriti: perché sanno gestire la comunicazione (Tusciaweb), la cultura (l’Università della Tuscia), il mercato (Caffeina e le altre società partners).

Ha ragione il rettore Ruggieri quando dice che è tempo di guardare avanti, di andare oltre “la spietata analisi di cosa non è stato fatto” per rimboccarsi le maniche e fare, e ancor più ha ragione quando, considerando ad esempio il vulcanico spirito di iniziativa di Tusciaweb e l’imprenditorialità culturale di Caffeina, sostiene che il successo dell’operazione sta anche nel coinvolgere i soggetti della società civile, oltre che le istituzioni, perché possono offrire quella freschezza d’intenti e quello spirito di iniziativa che la strutture burocratiche non sono in grado di trasformare in azioni.

Ciò detto, il progetto deve scalare due montagne.

La prima montagna è quello della condizione attuale delle aree archeologiche etrusche della Provincia; troppi siti sono pressoché abbandonati, impenetrabili ai visitatori, mal presentati e peggio vigilati: gli esempi eclatanti di Castel d‘Asso e di Norchia, fra i tanti, sono ben noti: come è nota l’incapacità del territorio di fare realmente sistema.

Qui servono le sinergie dei comuni, delle associazioni, delle istituzioni regionali e statali: servono quattrini, servono idee e servono persone, e tutto ciò può essere ottenuto solo se ci si cala in una mentalità imprenditoriale, senza quegli inutili rimpalli burocratici, quei tautologici svolazzi pseudoculturali, quei localismi d’antan e quei recinti personali che hanno caratterizzato per mezzo secolo l’incapacità e l’impotenza del territorio a fare degli Etruschi il vero simbolo della Tuscia.

E servirebbe soprattutto una struttura amministrativa decentrata, è inutile far finta di niente o illudersi del contrario. Finora, pur con tutta la disponibilità dei singoli funzionari, i segnali non sono stati incoraggianti.

In una pseudoregione come la nostra, già articolata e differenziata sul piano storico, archeologico e geografico, la centralità archeologica di Roma obnubila tutte le altre. Anche riguardo agli Etruschi esiste una forza centripeta che spinge verso Roma; non a caso la Sovrintendenza all’Etruria Meridionale (già comunque georeferenziata su Villa Giulia) è stata accorpata a quella di tutto il Lazio, divenendo un ufficio tra i tanti, a contendere fondi al Colosseo e a Villa Adriana…

Così, l’apporto dello Stato, della Regione e della Sovrintendenza sarà sempre filtrato dalle esigenze della Capitale e ben poche saranno le armi istituzionali e finanziarie disponibili per realizzare grandi progetti nella Tuscia. Guarda caso, le “grandi mostre” sugli Etruschi si sono fatte e si fanno a Roma, a Villa Giulia, a Palazzo delle Esposizioni, con tanti saluti a Viterbo.

In Toscana, il rapporto tra il centro (Firenze) e la periferia è diverso: dal punto di vista archeologico, tranne rarissime eccezioni, il patrimonio toscano è esclusivamente etrusco: così il fatto che la Sovrintendenza sia a Firenze non danneggia le altre province, nei confronti delle quali anzi viene praticato un ampio decentramento culturale. Qualcuno ricorderà l’Anno degli Etruschi, nel 1985, che di fatto fu gestito dalla Regione Toscana, e che in Toscana vide mostre dislocate in numerosissimi centri (compresa una mostra a Orbetello… su Vulci!)

Ma è l’altra montagna quella più ardua da scalare, sembra inaccessibile, un everest invernale. Riguarda l’identità degli Etruschi nell’immaginario collettivo.

Tanto per dire: ho condotto in questi anni una schematica indagine sugli studenti italiani (non laziali) e stranieri che hanno frequentato i miei corsi (circa 100 l’anno, di cui la metà stranieri, per un totale di oltre 500 ragazzi), e ho scoperto l’acqua calda: che quasi il 50% degli studenti italiani ritiene che la patria degli Etruschi sia la Toscana, percentuale che sale a circa il 90% tra gli stranieri (ad esempio, per costoro Tarquinia si trova in Toscana …). Ricordo ancora un certo Louis, spagnolo, che quando gli rivelai che Viterbo sta al centro del territorio etrusco dedusse che Viterbo è in Toscana…

Dunque, quella che va spezzata è l’equazione Etruschi=Toscana, perché altrimenti pensare che il brand viterbese degli etruschi possa realmente smuovere le acque del mercato turistico e culturale diventa un pio desiderio, si rischierà sempre di cogliere le briciole rispetto ad una organizzazione territoriale che in Toscana (ma anche in Umbria) funziona molto meglio che nel Lazio. D’altronde, se la Tuscia etrusca deve sopravvivere solo con i flussi turistici che interessano l’area Unesco di Tarquinia e Vulci, è destinata a morire di consunzione, perché il traffico turistico sull’asse dell’Aurelia passa da questi centri ma poi non “entra” nel territorio, si destina altrove: in Toscana se viene da Sud, a Roma se viene da Nord.

Ecco: il vero problema è ancora una volta che Viterbo è stretta nella morsa tra Toscana e Roma: potrebbe essere una opportunità, a metà strada fra due poli di attrazione turistica internazionali, e invece diventa una maledizione scandita dal paradosso che la Tuscia, culla e cuore degli Etruschi, viene defraudata della sua primogenitura sia dall’una che dall’altra contendente.

Occorrerebbe invertire la tendenza: intanto, a livello statale e regionale, reclamando la specificità etrusca di Viterbo nel Lazio in modo più chiaro ed evidente, sia in termini di fondi, sia in termini progettuali, sia in termini di autonomia. Per ora mi sembra che le autorità nazionali e regionali, al di là delle parole e delle presenzialità di circostanza, abbiano quasi remato contro questa specificità.

Ma soprattutto, è necessario riuscire a far capire che non è vero che oltre alla Toscana c’è “anche” la Tuscia, semmai è vero il contrario.

Gli Etruschi sono innanzitutto la Tuscia: l’Etruria “propria” iniziava a nord del Tevere e si estendeva fino al Fiora: qui erano ricomprese le città più forti e più antiche: Tarquinia, la mater patriae; Vulci, la ricca; Caere, la “colta”; Veio, la sacra, Orvieto-Volsini, la combattiva, quelle che dettero più filo da torcere a Roma (anch’essa di fatto etrusca per almeno due secoli, su vedano, a parte la storia, certi affreschi della tomba François).

Ecco dunque una proposta da mettere subito in atto, senza tanta fatica (e l’invito è rivolto soprattutto alla Sovrintendenza): non parliamo più di “Etruria meridionale”, come una “aggiunta”, un’appendice quasi residuale, parliamo di “Etruria”, di “Etruria propria”. Ed è rispetto a questa “Etruria propria”, che occorrerebbe semmai distinguere un’Etruria Settentrionale, quella in cui andò estendendosi la nazione etrusca, in area oggi toscana. Sono stati i decreti di Augusto e le fantasticherie di Napoleone ad identificare l’Etruria con l’odierna Toscana, ma non hanno fondamento storico, è stato solo opportunismo territoriale.

Certo, in questa battaglia per riappropriarsi di un primogenitura etrusca, si possono creare forzature (quanto meno Chiusi, Cortona e Pitigliano farebbero anch’esse parte dell’Etruria “propria”…), ma non si può andare tanto per il sottile. Se si deve esser “pirati”… occorre esserlo fino in fondo…

In ogni caso, servono le idee, serve la creatività della comunicazione: ha ragione Filippo Rossi quando invoca “grandi manifestazioni”, grandi interventi mediatici, perché solo volando alto si può contrastare la tendenza in atto e “creare un bisogno nuovo”, come esige la scienza della comunicazione pubblicitaria. Non dobbiamo convincere noi stessi di essere figli privilegiati degli etruschi, dobbiamo convincere gli altri, che hanno idee sballate a riguardo e dobbiamo farlo meglio di chi da tempo, con grandi capacità (occorre riconoscerlo) ha sapientemente lucrato su questo equivoco.

Se è, come appare, un problema soprattutto di comunicazione, posso assicurare fino da ora che al Progetto “I pirati della bellezza” potrà aderire anche il Coris, il dipartimento di comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza di Roma, che con oltre novanta studiosi e ricercatori è il più grande d’Italia e uno dei maggiori d’Europa.

Francesco Mattioli


Festival degli Etruschi – I pirati della bellezza

Main sponsor: Saggini costruzioni, Enerpetroli, Banca di Viterbo, Ance, associazione nazionale costruttori edili.
Sponsor: Il mercatino, Hotel Salus Terme, Unindustria, Cna di Viterbo e Civitavecchia, Esklusiva, Terme dei papi.
Sponsor tecnici: Historia EditoreMyprint, Majakovskij, Mp comunicazione, Febbre a 90, Ars libris.

Il festival è patrocinato dalla Sovrintendenza archeologica del Lazio e dell’Etruria meridionale, città di Viterbo, comune di Tarquinia e Sodalizio dei facchini di santa Rosa.

Promotori dell’iniziativa sono Università della Tuscia, Tusciaweb, Caffeina e Piattaforma 2.0


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19 settembre, 2015

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