--
    Condividi: Queste icone linkano i siti di social bookmarking sui quali i lettori possono condividere e trovare nuove pagine web.
    • Facebook
    • Twitter
    • LinkedIn
    • Google Bookmarks
    • Webnews
    • Wikio IT
    • YahooMyWeb
    • MySpace
    • Y!GG
  • Stampa Articolo
  • Email This Post

Viterbo - "Egidio 17" ricorda Vittoria Colonna il 3 dicembre alle 17 nella chiesa del Gesù

Vittoria Colonna incarnazione del Rinascimento

di Vincenzo Ceniti
Condividi la notizia:

Vittoria Colonna - Ritratto di Sebastiano del Piombo

Vittoria Colonna – Ritratto di Sebastiano del Piombo

Vincenzo Ceniti

Vincenzo Ceniti 

Viterbo – Se fossero vissuti ai giorni d’oggi sarebbero stati sempre attaccati al cellulare per scambiarsi messaggini d’amore, reciproca stima e condivisione su idee, fatti e personaggi.

In mancanza di tecnologia si sono affidati, in modi altrettanto maniacali, a serrate corrispondenze epistolari di cui è pervenuta a noi una preziosa documentazione. I due amanti – attratti solo da affetto platonico date anche le tendenze “particolari” dell’uno e le virtù dell’altra – sono Michelangelo e Vittoria Colonna, alla fine degli anni Trenta del Cinquecento.

Della marchesa di Pescara, di nobile casato ed incarnazione del Rinascimento, se ne è già interessato il Touring Club di Viterbo in una conferenza dell’aprile scorso alla Fondazione Carivit tenuta da Marco Zappa.

Stavolta se ne ritorna a parlare per merito di “Egidio 17” in un incontro previsto per il 3 dicembre prossimo (ore 17,00) nella Chiesa del Gesù di Viterbo, condotto da Antonio Rocca, direttore artistico di “Egidio 17”, insieme a Elisabetta Gnignera e Stella Fanelli.

Occasione da non perdere per saperne di più su un periodo cruciale per le sorti della Chiesa dopo lo strappo luterano, quando la nostra città ospitò intorno agli anni Quaranta del XVI sec. quel “salotto-bene” (guidato dal card. inglese di sangue blu Reginald Pole e Vittoria Colonna) passato alla storia come l’”Ecclesia viterbiensis”.

Dopo la morte del marito Ferrante d’Avalos – con cui deve aver condiviso un amore più casto che sensuale date anche le reiterate infedeltà dello sposo sempre fuori casa, alle prese con assedi e battaglie – Vittoria si rifugiò per qualche anno a Viterbo, per la presenza del “caro amico” Pole e il clima buono, nella pace del convento di Santa Caterina (dove oggi è attivo il liceo scientifico “Paolo Ruffini”), vivendo sommessamente, anche nell’abito francescano, tra il 1541 e il 1544.

C’era già stata precedentemente nel 1525 quando apprese della morte del marito. A nostro disdoro ebbe a scrivere ad Ercole d’Este “Mi trovo a Santa Caterina, quella mediocre di Viterbo e non quella di Ferrara”.

Sta di fatto che tra le mura del convento viterbese riprese a coltivare la sua passione per la poesia componendo una nutrita sequenza di Sonetti (se ne contano più di cento), tutti aderenti agli stilemi petrarcheschi presi a modello letterario e dedicati a sublimare il dolore per la morte dello sposo.

Rime prive della sensualità del Petrarca, ma preziose a documentare la poesia del tempo e il rango di una donna tra le più intelligenti e acclamate d’Europa “dalla mente virile”. Nei suoi versi l’amato Ferrante gode di un processo di beatificazione laica per i tanti onori conquistati sui campi di battaglia e i tanti valori che lo accompagnano nei cieli: onore, imprese, dignità.

Ma la sua passione poetica non le impedisce di assicurare concreti sostegni politici ed intellettuali al card. Reginald Pole, chiamato nel 1541 a Viterbo da Paolo III a reggere il Patrimonio di San Pietro in Tuscia con il compito di amministravi la giustizia, e soprattutto al suo mentore, Michelangelo (una quindicina d’anni più grande), a cui era legata da una stima suprema. Stima del tutto ricambiata, se è vero che il Buonarroti, allora alla prese col Giudizio Universale, avrebbe immaginato il suo volto nella Madre celeste.

I tre: Pole, Colonna e Michelangelo si trovarono dunque insieme a vivere gli anni difficili del post-Lutero e ad immaginare un rapporto con Dio più immediato e più autentico, meno condizionato dalle “opere di carità” e dalla mediazione della Chiesa cattolica. Per questo non ebbero vita facile come non l’ebbe quell’”Ecclesia viterbiensis” – di cui “Egidio17” ne vuole oggi ricordare l’esistenza – volutamente oscurata dai dogmi della Controriforma.

Vincenzo Ceniti


Condividi la notizia:
26 novembre, 2015

    • Altri articoli

    • Articoli recenti

                               Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564Informativa GDPR