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Tusciaweb per Pier Paolo - Un ricordo degli incontri con il grande intellettuale e poeta

Pasolini mi trasmetteva una certa inquietudine…

di Massimo Fornicoli
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Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini 

Massimo Fornicoli

Massimo Fornicoli

Viterbo – Doveva essere alla Torre di Chia domenica pomeriggio del 2 novembre di quaranta anni fa, invece passò dai santi che certamente non idolatrava, ai morti ammazzati in maniera cruenta.

Già negli anni ’70 ebbi un primo tumultuoso incontro, che definirei piuttosto ravvicinato. Dopo una cena estiva a casa di amici al Colosseo. Avevo chiamato un taxi per tornare nella casa dove dormivo in via del Corso. Oramai notte tarda intorno all’una.

Ero appena salito, stavo per chiudere lo sportello quando si infilò prepotentemente nell’abitacolo un signore con un evidente affanno per la corsa, tanto da spingermi scusandosi sull’altro sedile. Non riconobbi subito Pier Paolo Pasolini per la poca illuminazione, solo poi dalla voce inconfondibile quando disse: vada vada al conduttore.

Avevo già dato la mia destinazione. Non feci domande, era molto evidente che fuggiva da qualcuno. Arrivato dopo pochi minuti, volevo pagare la mia corsa, non me lo permise. Mi ringraziò in modo troppo gentile come se l’avessi salvato da un pericolo. Avevo letto già Ragazzi di vita e visto alcuni suoi film. Mi inquietava non poco come persona, avevo solo 22 anni.

Il secondo incontro fu a Viterbo mentre mi trovavo in un ambulatorio dell’ospedale vecchio, si presentò con un ragazzo dai capelli ricci, molto giovane, chiedendo se era lì che si eseguivano elettroencefalogrammi.

Risposi che era nel posto giusto, mi chiese dove stava un bagno, lo vidi allontanare. Sarei voluto restare e scambiarci due parole ma dovevo andare. Era la primavera del ’75 dovevo ritornare a scuola, insegnavo lettere al Magistrale. Mi colpì il suo modo gentile di accompagnare, prestarsi per questo suo amico, ma anche l’ansia che metteva nel farlo, dal volto trapelava una certa preoccupazione.

L’ultimo incontro fu durante quel fine estate, alcuni ragazzi di Vignanello lo avevano conosciuto al Sacrario, luogo che spesso frequentava di notte nel fine settimana, essendosi stabilito a Chia nel ’70. Aveva stretto con loro una certa amicizia più che altro di merende.

Spesso andava al Bar da Lisa, piccolo locale che pochissimi ricordano, vicino alla Porta del Vignola, dove si soffermava a interrogare giovani ragazzi e ragazze, sulla loro vita sentimentale e talvolta arrivava al bar Holiday di Vallerano dove me lo presentarono.

Ci parlai per poco, forse un quarto d’ora, la mia domanda riguardò un lato psicologico dei suoi eloquenti attacchi alla società, che pur condividevo. Si attacca, sostenevo, qualcosa o quei comportamenti che abbiamo dentro e che proiettiamo sugli altri.

Accennai a sant’Agostino, come la verità sia da cercare prima dentro di noi, se si vuole poi una corretta interpretazione della realtà che ci circonda. Mi corresse dicendo Agostino d’Ippona, ribattei che era puro nominalismo e lui ancora no sostanza. Un buon fotografo conosce la sua macchina fotografica se vuole ottenere immagini molto fedeli.

“Lo dici a me  – rispose – che ho iniziato come operatore di ripresa ma occorre anche il linguaggio e la poesia per accedere e descrivere il mondo circostante. Come accade spesso ai giovani, sfugge il “sociale” che subiscono con le strutture che lo sorreggono, spesso rese occulte dal potere per poter essere esercitato in clandestinità”.

Vado a memoria ma fu un discorso complesso pur nella sua chiarezza espositiva sulla porta di un bar.

Era, nonostante la voce facesse trapelare una certa timidezza forse mitezza d’animo, troppo reattivo. Mi trasmetteva e lo ribadisco ora, una certa inquietudine, tipica di chi cerca affannosamente ciò che ha già trovato e non vuole accettarlo fino in fondo.

Per fortuna e al contempo per mio dispiacere, erano diretti in una cantina a mangiare una pecora, che qualcuno incidentalmente aveva ucciso con l’auto, e che avevano pensato di cucinare. Quindi ci lasciammo incassando l’epiteto di essere troppo clericale, in realtà essendo fresco da un’analisi personale, mi sentivo molto freudiano. Non accettai di seguirli, dissi che sarei andato dopo e ci saremmo visti in un bar. Pensare al solo odore della povera bestia, mi faceva vomitare. Già da allora mangiavo raramente carne mai piccoli animali mai.

Non li raggiunsi, nonostante il grande interesse di parlare con lui. Sapevo che tanto potevo contare su un’altra occasione, poi per il precipitarsi degli eventi non ci fu.

Quando lessi con gran dolore della tragica morte, che forse nonostante la sua vitalità portava dentro, non credetti minimamente che una sola persona l’avesse ridotto così. Sentii la forte stretta di mano che mi diede nel momento di salutarci un mese prima e che faceva supporre una forza muscolare non indifferente, con cui avrebbe potuto difendersi.

Massimo Fornicoli


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2 novembre, 2015

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