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La giunta Michelini lontana dai problemi dei cittadini

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Sandro Mancinelli [4]

Sandro Mancinelli 

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – S’è fatto ricorso alla tesi della insofferente e minacciosa “egemonia” della sinistra, con la singolare riesumazione berlusconiana della filiera Pci/Pds/Ds/Pd, per imputare l’ennesima sbandata della giunta Michelini.

“Egemonia” che sarebbe preoccupata dell’irrompere sulla scena dei Mori, Moderati e riformisti, che aggregano per gran parte nostalgici dei tanti esperimenti centristi falliti negli ultimi vent’anni di bipolarismo.

Una versione rivisitata di un presunto dualismo costitutivo del Pd, di culture politiche mal amalgamate, che qui si contrapporrebbero su approcci diversi nel rapporto con la società viterbese.

Insomma un fattore scatenante tutto politico/ideologico.

Tesi tanto più singolare quando usata dal buon Peppe Fioroni, che nemmeno poco più di due anni fa, cinguettando con il compagno Fassina e tutta la sinistra bersaniana sfoggiata in gran spolvero sui palchi dell’ultima Festa Democratica del Pd a cui s’è un po’ dedicato, ci spiegava che il buontempone Renzi era una sorta di temporale estivo, senza grande futuro. Che il Pd a trazione Bersani, insieme al noto moderato Vendola, avrebbe assicurato al paese il necessario equilibrio politico strategico.

Sappiamo tutti come è andata. Il tempo di consumare il lutto e contrordine compagni, ed amici soprattutto; a mare la sinistra brutta sporca e cattiva colla quale non si vince e tantomeno si governa e vai a tutto centro.

Forse sbaglio, ma mi sembra tutto fuorviante; si eccitano forse così residue tifoserie ma questo schema non mi pare proprio ci aiuti a capire come stanno le cose intorno a noi. Quindi argomento usato come efficace arma di distrazione di massa, direi.

E’ forse più semplice farsi raccontare direttamente dalle cose cosa succede. Tornando a bomba osservo velocemente.

Una esperienza che viaggia spedita acquista consensi, anche nelle assemblee elettive; questa maggioranza di Palazzo dei Priori invece ne perde, e proprio su quel versante che viene indicato come area di espansione politica ed elettorale.

Si collezionano tre elezioni del presidente del Consiglio comunale, che non è proprio prassi ordinaria delle assemblee elettive.

Facendo gli indifferenti si è ridotta la base politica con cui la coalizione s’era presentata all’elettorato.

Si è inanellata una serie di rimaneggiamenti tra rimpasti, cronoprogrammi, scambi di deleghe, surroghe, verifiche, ripartenze e invenzioni varie, con una media mensile.

Il distinguo di quotati esponenti della maggioranza, e non certo e solo del gruppo democratico, del Pd, è stato ed è continuo ed ostentato.

Messe in fila queste cosucce non funzionano da indicatore sufficiente di qualche problema di efficacia e linearità amministrativa, solo per mantenersi sul vago?

Allora sono solo alcuni isolati vietcong a registrare una crescente insoddisfazione, condita da amarezza e delusione da chi ci ha sostenuto, per la scarsezza e l’approssimazione delle cose concrete fatte mettendo sulla bilancia del dare e dell’avere anche l’aumento non proprio fisiologico dei tributi locali?

Ma quando s’è fatto il giro delle sette chiese per un confronto sulle cose coi cittadini, quelle sale semideserte hanno detto nulla?

Ma l’orecchio disattento ai media, ai social, all’opinione diffusa non rischia di essere scollamento dalla realtà oltre che imperdonabile peccato di presunzione? Non dovrebbe essere prerogativa propria di un amministratore locale una particolare sensibilità a questi messaggi? Mica dovrebbe aver bisogno dei sondaggi per capire come va; basta – come si dice – l’orecchio a terra.

E poi vogliamo veramente mettere a confronto i programmi elettorali, capitolo per capitolo, e misurare distanze e disattenzioni, sulle cose fatte e sui metodi e stili di governo? Oppure la buona politica è tale solo perché la facciamo noi, è atto di fede e chi si fa venire dubbi o segnala incertezze diventa miscredente e traditore? Oppure la buona politica è come quella non buona, perché non si misura coi i risultati, che quindi dipendono dalle circostanze, dalla struttura che collabora o no, dai soldi che non ci sono, da quelli di prima cattivi, dalla regione che non ci ascolta, dalla burocrazia e leggi sbagliate, dal governo lontano, da Roma caput mundi e dal tempo inclemente. Una scusa c’è sempre e niente autocritica, giammai.

E’ vero che s’è ereditata una situazione e una macchina sclerotizzata su vent’anni dello stesso indirizzo e quindi probabilmente bisognosa di tanti aggiustamenti. Ma dopo più di metà mandato questa cosa regge ancora?

Osservo ancora che la vittoria di misura di Michelini a primarie che fino all’ultimo pensava di poter scansare, a dispetto dell’enorme divario e variegato apporto di sostegni – cattivi comunisti in prima fila unita ad una lettura attenta dei flussi elettorali, in particolare dei voti assoluti di lista e di quelli diretti, segnalavamo comunque uno spazio significativo da colmare in maniera ancora più convincente nel rapporto con la città. Una analisi più ravvicinata dice che nel risultato prima di Serra alle primarie, come nel voto poi alla lista Viva Viterbo al primo turno elettorale, questa città, così “moderata” da dare alle politiche ai 5stelle il primato di prima forza, reclamasse in qualche modo un cambiamento netto, più che banali cambi di geometrie politiche.

Quindi quella domanda di forte cambiamento era leggibile in maniera chiara, per chi voleva vederla e non ignorarla, e prestargli orecchio era misura saggia. Così è stato? E dove sta questo cambiamento? Sulla gestione, l’efficienza, l’utilità delle società partecipate? Su un minimo rilancio del Tpl? Sulla manutenzione, ordinaria e non, e più che necessaria di arredo urbano, strade, pulizia, verde? sulla diffusione e sistematica adozione di forme e pratiche di partecipazione, trasparenza, merito, decentramento della vita amministrativa? su interventi di riordino della macchina in termini di economicità ed efficienza? su interventi importanti di riqualificazione orientati a recuperi e vivibilità dei quartieri e delle frazioni e/o di miglior funzionamento della città? sul termalismo? sull’obiettivo antico di città d’arte e cultura? basta la nuova macchina di Santa Rosa e connessi a segnare quasi tre anni di mandato?

Allora ecco l’arma di distrazione di massa. Che poi a ben vedere potrebbe invece essere rispedita al mittente con una lettura dell’utilizzo politico dell’amministrazione della città capoluogo per farne propulsore di un nuovo contenitore politico, sussidiario e succursale, questo si, ad una battaglia politica da ingaggiare nel Pd.

Un contenitore ancora non definito, libero intanto da riferimenti politici e valoriali generali, quindi aperto a collocazioni e geometrie amministrative dai confini vaghi. Che c’entra il cosidetto Partito della Nazione chissà chi lo sa. Alle politiche, ad oggi così è e mi auguro che così rimanga, o si sta col progetto del Pd o con altro in alternativa; a fianco, di lato, sopra o sotto non si può. Perché mi pare che questo partito pensi a se stesso certo come soggetto ampio ma anche netto nella proposta, che si definisce – come l’impianto della legge elettorale e delle riforme istituzionali testimonia – in un sistema chiaro dell’alternanza sulla base di contenuti visibili. Dove si sa chi e per cosa si vota, e subito dopo chi governa senza ammucchiate paralizzanti.

E ben vengano esperienze, culture, ma soprattutto uomini di buone intenzioni ed idee nuove e valide per modernizzare e cambiare questo paese. Un cambiamento che deve vivere in ogni territorio con la stessa coerenza, intensità, passione non per emulazione ma convinzione e pratica vissuta ad ogni livello. E’ sui contenuti e sulle pratiche concrete che si misura questo cambiamento.

La condizione per mantenere il governo di una città, come di qualsiasi altro livello istituzionale, non è completare un mandato, come fosse da solo pratica salvifica, ma usarlo bene; realizzando quindi ciò che si è promesso come utile alla comunità. Se non si è in grado di farlo, a dispetto di ogni buona intenzione, al cospetto dei cittadini è realistico ammetterlo, per dare al progetto di cambiamento immaginato e sperato una possibile opportunità, senza consumarla nel vivacchiare.

Sandro Mancinelli

 


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