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Viterbo - Ex direttore generale della Asl di Roma H e una funzionaria condannati - Le motivazioni della sentenza

“Elevato grado di illegalità”

di Stefania Moretti

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Luciano Mingiacchi, ex direttore generale della Asl Roma H

Luciano Mingiacchi, ex direttore generale della Asl Roma H

Alfredo Moscaroli

Alfredo Moscaroli, ex presidente del cda della Isa

Il collegio dei giudici

Il collegio dei giudici che ha seguito il processo Asl – Da sinistra: Eugenio Turco, Maurizio Pacioni e Filippo Nisi

Viterbo – La pubblica amministrazione asservita a un privato, con vantaggi reciproci: ai funzionari le tangenti, all’impresa gli appalti.

Parlano di “elevato grado di illegalità” le motivazioni della sentenza che ha condannato per corruzione l’ex direttore generale della Asl di Roma H Luciano Mingiacchi e l’ex dirigente del servizio informatico Patrizia Sanna. Quattro anni a lui, tre a lei. Impossibile non fare distinzioni, scrive il giudice estensore Eugenio Turco, componente del collegio che per quattro anni ha seguito il processo sulle mazzette ai vertici delle Asl di Rieti e Roma H. Costola della maxiinchiesta sulle tangenti alla Asl di Viterbo (oggi maxiprocesso).

L’unico assolto è Riccardo Perugini, ex socio della Isa, l’azienda informatica che, per anni, ha preso appalti dalle tre Asl “creando una condizione di vero e proprio monopolio”.

Secondo i giudici viterbesi, tra la Asl di Viterbo e la Isa, fondata dall’imprenditore Alfredo Moscaroli, c’erano “rapporti privilegiati ed esclusivi” grazie alla “presenza di una serie di accordi illeciti”, in particolare con l’ex responsabile del Centro elaborazione dati della Asl viterbese Ferdinando Selvaggini, imputato al maxiprocesso sanitopoli, sulle tangenti viterbesi, insieme a Moscaroli e un’altra ventina di persone.

I giudici scrivono che Selvaggini “nella sua qualità di responsabile del Ced e di istruttore delle pratiche relative ai servizi informatici, aveva avuto la possibilità di influenzare e indirizzare le decisioni della Asl viterbese”. Selvaggini e Moscaroli erano, inoltre, “interessati al mantenimento di una particolare situazione: l’esistenza e il protrarsi per anni di rapporti contrattuali in favore della Isa spa e la percezione di illecite utilità da parte del funzionario pubblico. Questo sistema con il passare degli anni era stato poi trasferito – attraverso le convenzioni – dalla Asl di Viterbo ad altre Asl del Lazio: a quella di Rieti, poi a quella di Roma H”.

Così la Isa sarebbe riuscita a mettere in piedi quella “triangolazione contrattuale” che le ha permesso di triplicare il monopolio dei servizi informatici. Quindi, i guadagni. Quindi, le tangenti da pagare.

Per il tribunale di Viterbo, l’imputata Patrizia Sanna “svolge il ruolo di semplice intermediaria”, riscuotendo mazzette prima per conto dell’ex direttore generale della Asl di Rieti Giorgio Galbiati (indagato, ma i pm hanno chiesto l’archiviazione per il troppo tempo trascorso; di lui i giudici scrivono che ha reso “dichiarazioni a dir poco imbarazzanti” in aula), poi per l’ex dg di Roma H Luciano Mingiacchi. Ma Patrizia Sanna è anche “la persona che aveva reso possibili tali accordi, avendo proposto le convenzioni”. E quando da Rieti si trasferisce a Roma H, lavorando sempre alla gestione del sistema informatico dell’azienda, la storia delle tangenti si ripete. Un'”anomala coincidenza”, per i giudici, che “le stesse persone che a Rieti avevano messo in piedi il meccanismo (Sanna e Galbiati, ndr), poi fanno lo stesso a Roma H una volta trasferiti”. E non sfugge neppure come “con la nomina dei nuovi tecnici e amministratori subentrati nella indicata Asl (di Rieti, ndr) da quel momento Moscaroli non aveva più corrisposto alcuna somma di denaro”.

Anomalo, secondo il tribunale, è “che per svariati anni la Isa fosse stata l’unica e sola impresa di riferimento”. Anomali i “continui conferimenti alla Isa senza che vi fosse stata mai una competizione tra imprese”. Ma le “continuative dazioni di denaro” spiegano tutto: “la circostanza che Moscaroli avesse tenuto in maniera sistematica e continuativa ‘a libro paga’ pubblici funzionari che, per tale ragione, avevano poi operato nel suo interesse, aveva di fatto determinato una vera e propria forma di asservimento delle funzioni pubbliche agli interessi del privato”. Un servizio, secondo quanto si legge sulla sentenza, “costantemente diretto a favorire interessi specifici di un privato. Il tutto in violazione di norme basilari dettate per la tutela dei principi di imparzialità, di trasparenza e di onestà che devono essere alla base dell’esercizio di pubbliche funzioni”.

La prova regina resta la maxideposizione di Moscaroli che, in tre udienze di fila, racconta le sue tangenti, pagate fin dagli anni Novanta per non restare fuori dal circuito degli appalti della Asl. Le difese hanno cercato di smontarlo per smontare una prova. La prova. Ma per i giudici, le sue dichiarazioni sono lucide, attendibili, coerenti con la sua scelta di collaborare fin dall’arresto nel 2009 e con la stesura di quel memoriale sul sistema ultraventennale di mazzette alla Asl di Viterbo. Dieci pagine che confermano i sospetti dei pm Stefano D’Arma e Fabrizio Tucci, svelando uno scenario investigativo inedito nel marasma della Asl. Quello delle convenzioni con Rieti e Roma H.

Stefania Moretti


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18 gennaio, 2016

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