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“Stuprate, spaesate, traumatizzate”

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Viterbo - Tribunale [4]

Il tribunale di Viterbo

L'avvocato di parte civile Alessandro Sola [5]

L’avvocato di parte civile Alessandro Sola, che assiste Anna

L'avvocato Paolo Angelo Sodani, difensore dei ragazzi insieme al collega Giandomenico Caiazza [6]

L’avvocato Paolo Angelo Sodani, difensore dei ragazzi insieme al collega Giandomenico Caiazza 

Viterbo – Non erano inattendibili. Erano traumatizzate.

Sul caso delle 17enni (oggi 20enni) che hanno denunciato cinque ragazzi per violenza sessuale nel 2012, la procura di Viterbo non ha dubbi: è stato stupro. Stupro di gruppo nel caso di una delle due.

Anna e Victoria (nomi di fantasia), studentesse una russa e una norvegese in viaggio-studio in Italia, non erano consenzienti la notte del 30 settembre 2012 quando sono rimaste sole con i cinque ventenni dopo aver chiesto un passaggio fuori da una discoteca di Viterbo.

Il tribunale li ha assolti. Ma con quella sentenza gli inquirenti non concordano neanche un po’.

Il pm Fabrizio Tucci, titolare delle indagini, ha fatto appello.
La sua requisitoria, all’ultima udienza del 23 aprile 2014, si era conclusa con cinque richieste di condanna a cinque anni e mezzo. L’accusa voleva anche il carcere, bocciato da gip e tribunale del Riesame durante le indagini, ma alla loro innocenza gli inquirenti non hanno mai creduto. Credono, invece, alle ragazze, nonostante non fossero d’accordo nemmeno loro su quel lungo passaggio ad Acquapendente, durato tre ore e con due soste in zone appartate.

Quella che per il gup Salvatore Fanti, firmatario della sentenza di assoluzione, è la prova regina dell’inattendibilità delle ragazze, ovvero le intercettazioni in procura prima di essere interrogate dal pm, per l’accusa dimostra tutta la loro genuinità. Anna è quattro contro uno dentro quella Polo parcheggiata in un boschetto a Montefiascone, mentre Victoria cerca di difendersi dalle avances sempre più insistenti del quinto sul cofano dell’auto. La musica è alta. Victoria non sente Anna gridare e pensa sia consenziente. Anna smentisce. Dice di aver detto “basta”. Di essere stata sotto shock e insiste con l’amica sulla necessità di dare una versione unica, altrimenti non avrebbero avuto giustizia, ma parla un inglese che non è la sua lingua madre. Ne ha una conoscenza elementare, secondo l’interprete.

Quello fuori dalla procura, più che un tentativo di manipolare la versione dell’amica per ottenerne una concorde (tentativo comunque non riuscito, perché Victoria conferma davanti al pm che, per lei, Anna era consenziente), è definito nell’atto d’appello come “uno sforzo di chiarirsi”. E poco senso avrebbe avuto costruirsi l’alibi della violenza sessuale per non vedersi revocare il viaggio-studio in Italia: quel viaggio saltò comunque. Dopo la denuncia, le ragazze tornarono a casa.

Secondo il pm, il giudice “non tiene in alcuna considerazione la circostanza che le due persone offese, minori degli anni 18, erano giunte da pochissimo tempo in ltalia (dal 7 settembre, ndr), conoscevano solo poche parole in italiano, avevano estrema difficoltà di comunicazione tra di loro, non conoscevano gli indagati (dalle stesse conosciuti soltanto al momento del passaggio in macchina), non conoscevano i luoghi (peraltro isolati)”. La risposta alla ricorrente domanda del gup sul perché non sono scappate la dà Victoria, parlando in procura con Anna: se l’avesse sentita, sarebbe fuggita con lei. Ma non l’ha sentita e, interrogata, non può dire nulla di diverso da quella che (per lei e per il pm) è la verità.

“Inverosimile”, invece, è per l’accusa la ricostruzione degli imputati, che negano di aver preso l’iniziativa e dipingono Anna come la provocatrice: “la stessa ragazza – scrive il pm in tono critico – che poco prima aveva rifiutato un ragazzo fuori dalla discoteca”. “Alcuni degli imputati – si legge sull’appello della procura – arrivano a mentire anche su altri aspetti, apparentemente marginali o di dettaglio, ma in realtà improntati a far apparire un consenso delle due ragazze ai rapporti consumati ed a ‘presentare’ le due odierne vittime come due ragazze in cerca di avventure comunque (a prescindere dall’incontro con gli indagati) nella sera in questione”. In più, almeno un paio di loro si presenta sotto falso nome. Per la pubblica accusa, “indice evidente del fatto che i rapporti sessuali non si erano consumati all’interno di un clima sereno e con il consenso delle due ragazze”.

Stefania Moretti


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