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L'opinione del sociologo

Come si decide se un immobile è solo vecchiume?

Francesco Mattioli

Francesco Mattioli 

Viterbo – L’assessore Saraconi è professionista competente, attendibile e degna di fiducia, per cui certamente quel casale di fronte al cimitero era un vecchiume che si poteva abbattere senza problemi.

Tuttavia, il caso sollevato da taluni fa sorge la domanda: come si decide se un immobile è solo vecchiume? Ad esempio, se le modeste casette di Pianoscarano cento anni fa fossero state considerate un vecchiume da qualche urbanista alla Hausmann, oggi invece di un pittoresco quartiere medievale avremmo dei condomini di stampo umbertino.

Il problema è noto. Molti centri storici duecenteschi in Italia vennero letteralmente distrutti dalla svolta urbanistica del rinascimento, altri dalla rivoluzione industriale a cavalo di ottocento e novecento; Roma ne è un esempio, restano solo pochi lacerti della città medievale.

Viterbo fu “fortunata”, perché il centro politico della città nel ‘400 si spostò da San Pellegrino a Piazza del Comune, e il vecchio centro duecentesco, Pianoscarano compreso, venne risparmiato.

Ma per molto tempo, il medievale fu considerato soltanto “vecchiume”: già nel XV secolo il Palazzo Papale fu nascosto dietro una sovrastruttura posticcia, con la scusa che era fatiscente, ma nei secoli successivi fu possibile sventrare pezzi di mura cittadine per fare luce alle finestre delle nuove costruzioni pubbliche e private (vedi un esempio a fianco di Porta della Verità) o per aprire varchi al traffico (alla Gabbia del Cricco), decadde l’area di Porta Faul, persino le chiese furono stravolte, si pensi a Santa Maria in Gradi.

La “riscoperta” del medioevale, iniziata nei primi anni del ‘900 ma divenuta di nozione comune soltanto negli anni’70 del ‘900 – a Viterbo si deve a Cesare Pinzi, a Pietro e Ferdinando Egidi, a Giuseppe Signorelli – ha comunque interessato soltanto le “punte di diamante” dell’architettura, molto meno i dettagli minuti e i complessi urbanistici.

Questo atteggiamento causa tuttora scempi come quello denunciato per la fontana Piccolomini in Via San Pietro, ma anche certi immobili “modernisti” ricostruiti nel centro storico dopo il bombardamento, e persino, oggi, l’orribile restauro a muraglione autostradale del tratto di mura crollato a Pianoscarano o i silos poco più in là.

La tragedia vera, tuttavia, è un’altra. Oggi “vecchiume” stanno diventando le architetture civili dell’ottocento e del primo novecento, più direttamente coinvolte nello sviluppo urbanistico, spesso incontrollato, della Città e non tutelate adeguatamente dalla legge e/o dalle sovrintendenze.

Così, accadono fatti di inaudita gravità, come la distruzione di Castel Firenze (colpevole di essere degli anni ’20) o magari di qualche casale agricolo secolare, che sol perché appartenente ad una cultura marginale non rispetta immediatamente i canoni estetici della modernità. In tali casi dovrebbe sopperire almeno la cultura civica, che molto poco però può nei confronti del cinismo speculativo immobiliare e del burocratismo delle sovrintendenze.

Eppure, modi diversi di investire nel “vecchiume” non mancano: esempi positivi sono i casali a torre sulla Cassia a sud di Viterbo e quelli a corte nell’area settentrionale della provincia, spesso restaurati e valorizzati a regola d’arte, o, per restare a Viterbo, il Casale Federici – riutilizzato e valorizzato come immobile residenziale – di fronte al Fontanile del Roncone.

Un’esortazione, quindi, agli amministratori, ai professionisti, agli urbanisti, ai cultori delle tradizioni civiche: “vedere” anche al di là di certi canoni standard, essere consapevoli che l’identità di una città non è fatta solo dei grandi monumenti, ma anche di certi dettagli architettonici e urbanistici che sono tasselli fondamentali di quel grande mosaico che è la memoria storica di una comunità e della sua cultura.

Francesco Mattioli

17 aprile, 2016

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