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Viterbo - Tuscia film fest e diocesi - Il regista Daniele Luchetti parla del film "Chiamatemi Francesco" che il 15 aprile verrà proiettato nella sala del conclave

Il papa? Un prete medio che fa carriera sotto una dittatura

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Il regista Daniele Luchetti

Il regista Daniele Luchetti

Papa Francesco - Jorge Mario Bergoglio

Papa Francesco – Jorge Mario Bergoglio 

Una scena del film "Chiamatemi Bergoglio"

Una scena del film “Chiamatemi Bergoglio” 

Viterbo – (p.p.) – “Un prete medio che fa carriera durante la dittatura”.

Il regista Daniele Luchetti parla così del suo film “Chiamatemi Francesco. Il papa della gente” che, venerdì 15 aprile, sarà proiettato a Viterbo nella sala del conclave che, per l’occasione, si trasformerà in sala cinematografica. Un’iniziativa di Tuscia film fest e diocesi in programma per le 21.

Una pellicola che ripercorre la biografia di un Papa, nel corso del suo pontificato. Lo descrive da quand’era giovane al soglio pontificio. Una figura descritta con onesta e coinvolgimento, senza che, come il regista tiene a precisare, si presentasse come la storia di un predestinato.

Come nasce “Chiamatemi Francesco”?
“Da una proposta di Pietro Valsecchi, il produttore, che mi ha trascinato a Buenos Aires sulle tracce di Bergoglio e dove abbiamo incontrato e intervistato tantissime persone che lo avevano conosciuto negli anni in Argentina.

Quando ho sentito dal vivo queste testimonianze, mi sono appassionato a raccontare la storia di un prete medio che fa carriera durante la dittatura”.

Qual è la caratteristica di questo film?
“Quella di un non credente che racconta la vita di un credente, prendendolo sul serio. Cercando di stare dalla sua parte e condividendone la fede. Un rapporto tra narratore e personaggio un po’ particolare”.

Come definirebbe papa Bergoglio?
“C’ho messo un film intero per farlo – ride – e se avessi potuto farlo con una parola, non lo avrei girato”.

Un film dai grandi numeri: 15 settimane di riprese tra Argentina, Germania e Italia, oltre 15 milioni di euro di badget, un’enorme mole di ricerche storiche e politiche, interviste e almeno 3000 comparse. Quali le difficoltà?
“Il voler essere interessanti, emozionanti e, allo stesso tempo, credibili. Aderenti alla realtà. C’è una verità biografica, che solo lui conosce, e poi c’è quella narrativa che cerca di trovarsi uno spazio tra quello che è davvero successo e ciò che può essere accattivante per un film”.

Girarlo, cosa ha comportato?
“Mi ha coinvolto per quasi un anno, in cui mi sono diviso tra Italia e Argentina. Una pellicola in una lingua che non era mia e per cui ho dovuto imparare lo spagnolo e i suoi modi di dire, ma anche capire come riconoscere gli accenti e le intonazioni degli attori e infine ho dovuto scrivere su un mondo, per me, sconosciuto. Mi sono dovuto circondare di collaboratori per avere informazioni politiche e storiche”.

Ha evitato di raccontare qualcosa?
“No, ho detto tutto quello che mi sembrava giusto per fare un racconto appassionante e senza omissioni. Sicuramente non ne ho fatto un’agiografioa, o comunque una biografia tradizionale su un papa, o un futuro papa, dando l’impressione che, fin da bambino, fosse un predestinato. Volevo si parlasse di una persona la cui vita poteva andare in qualsiasi momento da qualsiasi parte. Un po’ come le esistenze di tutti noi”.

E’ riuscito a incontrare papa Francesco?
“Sì, a un’udienza in cui mi ha stretto la mano. Credo, però, che non sapesse assolutamente chi io fossi”.

La risposta del pubblico è quella che si aspettava?
“Il film è andato molto bene. Un successo. Ora sono curioso di capire come sarà avere una versione diversa, che andrà in onda in televisione tra qualche mese”.

Il suo rapporto con la religione è cambiato dopo il film?
“Prima ero semplicemente un non credente, oggi sono uno che crede nelle persone che credono”.

Sarà a Viterbo dove il film verrà proiettato nella sala del conclave. Che effetto le fa?
“Conosco la città. Sarà bello riprodurlo in un posto che ha a che fare con la chiesa”.

Altro?
“Buon divertimento”.


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14 aprile, 2016

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