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Cultura - La religione cristiana non è solo fondante dei valori occidentali ma è migliore dell'islam

Non esiste un Corano pacifista…

di Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Magdi Allam

Magdi Allam

Viterbo – Non starò qui a disquisire di storia delle religioni, anche se mi sembra che – beffa della storia – dopo un Novecento caratterizzato dal pensiero laico – e talvolta laicista, a dimostrazione che il dogmatismo non sta solo nelle chiese – il nuovo millennio si apra con la lente di ingrandimento proprio sulle religioni.

Sarebbe facile, in un’ottica marxiana, asserire che non siamo di fronte ad una lotta di religioni, ma ad una guerra tra poveri e ricchi, tra nord e sud del mondo, tra etnie dominanti ed etnie dominate.

Come dire che non solo la “guerra” tra occidente cristiano e oriente musulmano, ma anche quella tra sciiti e sunniti, in realtà deriverebbe da evidenti conflitti socioeconomici e geopolitici.

La soluzione sarebbe, se non a portata di mano, almeno facilmente individuata: un bel mix di giustizia e di democrazia; almeno così credevano quelli che hanno favorito il crollo dei rais mediorientali in Irak, in Egitto, in Libia e oggi magari in Siria. Ma non è proprio così.

Innanzitutto, sono costretto a ricorrere a Max Weber per ricordare che i valori, nel vissuto individuale e collettivo, per quanto sorgano da una temperie storica, assumono poi un significato autonomo e possono generare azioni che prescindono dalle differenze politiche e sociali.

Rimuovere semplicemente una situazione di ingiustizia non esclude che il conflitto permanga a livello di rappresentazioni sociali, di concezione del mondo, per estinguersi soltanto quando, nel tempo, il disegno culturale di una maggioranza verrà a prevalere nella comunità fino a diventare “norma” comune.

Inoltre, benché il terrorismo islamico ce l’abbia con i “crociati”, in realtà il suo nemico è quel bagaglio etico di giustizia, libertà, uguaglianza, tolleranza, rispetto e qualità della vita che sta a fondamento della Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948.

Certo, sarebbe ingenuo ignorare che la gran parte di questi valori ci provengono storicamente dal cristianesimo, ma ormai si tratta anche di un bagaglio etico di tipo “laico”, che a sua volta è servito a combattere le derive dogmatiche fondamentaliste di ogni religione.

Proprio prendendo questo bagaglio etico come punto di riferimento e unità di misura, tuttavia, è inevitabile prendere atto che non tutte le religioni sono uguali e ce ne sono alcune “migliori” di altre.

Il che è ovvio: se alla luce della Dichiarazione dei diritti dell’uomo, le dittature nazifasciste e comuniste sono state considerate “peggiori” del liberalismo democratico, tanto che oggi si scrivono persino delle leggi contro chi le esalta, non si vede perché non si debba poter distinguere tra una religione pacifica e un religione bellicosa, preferendo quella a questa.

Vediamo, allora, quale religione è “migliore”, cioè quale garantisce fondamenta etiche che esaltino la pace, la non violenza, l’uguaglianza, la democrazia e il rispetto degli altri, cioè quegli ideali che noi riteniamo siano le premesse necessarie di una società civile.

Il cristianesimo si sviluppa (se nasca è oggetto di dibattito) in un mondo ellenistico-romano in crisi di valori, che attendeva con impazienza un forte orizzonte morale e che poteva fornire le basi etiche di una filosofia dell’umanesimo, della dignità e della libertà umana dettata dal pensiero classico.

Ma l’espansione del cristianesimo non è stato indolore: i fanatismi dei primi secoli, le Crociate, le lotte tra protestanti e cattolici, le conversioni coatte durante il colonialismo, una più recente interpretazione ariana del cristianesimo stanno a dimostrare che gli uomini sono ben capaci di sventolare un qualsiasi libro sacro per dare conforto alle proprie turpitudini.

Ma nel cristianesimo c’è uno scarto evidente tra il contenuto morale del Libro (il Vangelo) e certe sue manifestazioni secolari. Nel Vangelo non vi sono parole di guerra: il comandamento nuovo di Gesù è che ci si ami l’un l’altro; che il peccatore venga perdonato; che si porga l’altra guancia all’offensore; che il diverso sia comunque rispettato come essere umano e come fratello (si pensi soprattutto all’episodio della samaritana). E lo stesso apostolato è esplicitamente descritto da Gesù come un’attività propositiva, discorsiva, non certo come una operazione di conquista territoriale o come una conversione coattiva: se non ti accolgono, se non apprezzano la tua parola e il tuo esempio, scuoti la povere dai tuoi piedi e vattene.

Questa la lettera del Vangelo, il punto di riferimento obbligato per valutare le potenzialità etiche della religione cristiana; la sua re-interpretazione secolare, o il richiamo strumentale ad esso per commettere delle nefandezze, non gli appartengono, non ne mettono in discussione i valori morali che propone.

Nell’Islam le cose stanno diversamente. Basta citare alcune parti del Corano, per rendersi conto delle gigantesche diversità etiche dal Vangelo, di certi incitamenti alla guerra e alla violenza che esso contiene (ad esempio, sure 2,4, 5,6, 8, 9, 48, passim), riservando carità e pace solo ai credenti. Il fatto è che l’Islam nasce presso un popolo nomade che, abbandonate le vecchie religioni animistiche tribali, assorbe simboli e stilemi dal vicino mondo ebraico e cristiano, con cui è in stretto, anche se bellicoso, contatto.

Un popolo nomade ha due esigenze: quella di difendere la propria identità e quella di giustificare la conquista di nuovi territori da sfruttare e controllare.

La religione islamica si venne quindi a costruire fornendo tutti i riferimenti etici necessari ad un popolo inevitabilmente predatore ed espansionista: non solo regole di convivenza e di ordine pubblico all’interno della nazione, ma anche la giustificazione della guerra, dell’annessione politica e dell’acculturazione, del privilegio del fedele nei confronti dell’infedele. Con una precoce divisione interna, generata dalla lotta di successione all’indomani della scomparsa del profeta. Le analogie dell’Islam con i principi del cristianesimo sono quindi molto modeste, limitate a questioni di ordine pubblico quali l’assistenza al povero e alla vedova, la composizione delle liti, ecc.

Sono questi i motivi per cui il terrorismo islamico può trovare in una interpretazione letterale, o arcaica, di alcuni passi coranici le giustificazioni del proprio operato, mentre nessuna interpretazione del vangelo, tanto meno letterale, induce di per sé alla violenza; né le minace millenariste contenute nel vangelo sono attribuite ai fedeli in Cristo.

Ciò non significa che il Corano non possa essere libro fondante di una religione pacifista; ma è un cammino tuttora complicato e contraddittorio.

L’evoluzione etica universale, l’adesione a principi di pace, uguaglianza, giustizia, rispetto per la diversità, insiti in un Dichiarazione dei diritti dell’uomo – che volenti o nolenti nasce dai fondamenti dell’etica giudaico/cristiana – nel mondo musulmano sono tuttora più difficili da assimilare, perché molti di quegli ideali non sono parte del libro o entrano in conflitto con alcuni passi del libro. E questo, nonostante gli sforzi di taluni esegeti islamici più illuminati, di ridimensionare il valore letterale di certi capitoli coranici.

Senza contare che, a colpi di fatwe contrapposte, il mondo islamico alla fine rischia di rimanere teologicamente, eticamente e politicamente disorientato. I cambiamenti da fare, per definire il Corano un libro sacro pacifista e tollerante, insomma, sono ancora parecchi.

Con tutto ciò, non mi sento di condividere l’estremismo antislamico di un Magdi Allam, e per due motivi.

Il primo, perché l’evoluzione storica può essere più forte di ogni conservatorismo politico e ideologico, altrimenti ad esempio varrebbe ancora l’equazione socialismo=rivoluzione comune al pensiero politico e all’immaginario collettivo dei primi decenni dell’800; il secondo, perché la demonizzazione dell’Islam nelle parole di Allam assomiglia troppo a quella che i cristiani sulla base di una errata (e opportunistica) lettura del testo evangelico espressero nei confronti del “popolo deicida”, innescando il pregiudizio antisemita e i conseguenti pogrom. Di questo passo, si finirà per dire, come il generale Custer a proposito dei pellerossa, che l’unico musulmano buono è un musulmano morto. Compreso, per esempio, il povero Aylan sulla maledetta spiaggia di Bodrum.

Ma allo stesso tempo appare demagogico e irrealistico inneggiare ad un Corano pacifista solo per praticare gioiosamente un politicamente corretto e un rispetto della diversità altrui del tutto ritualistici e che, oltre tutto, non trovano neppure una reciprocità entusiasta nella controparte.

Diciamo semplicemente che il colonialismo in Medio Oriente e in Africa ha fatto i suoi bei danni, innescando colpi e contraccolpi e che forse Samuel Huntington, nell’agitare il rischio di una clash of civilizations, non aveva poi tutti i torti e la demonizzazione del suo pensiero è stata un po’ demagogica e codina. D’altronde, per parafrasare l’Humphrey Bogart de L’ultima minaccia, “questa è la storia, bellezza”: una storia che, diversamente da quanto pensava Francis Fukuyama, non solo non è finita, ma propone nuovi conflitti e nuovi rovelli ad un mondo occidentale che nella pratica del politicamente corretto si intestardisce a considerare le vacche tutte nere precludendo non solo un dialogo interculturale consapevole, ma rischiando da un lato di innescare reazioni giustizialiste e populiste e dall’altro, e all’opposto, di mettere in gioco con la propria identità anche il valore universale di certi ideali.

Francesco Mattioli

18 luglio, 2016

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