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Storia - 92 anni fa la scoperta del cadavere del deputato socialista ucciso dai fascisti - All'epoca fu setacciata Ronciglione

Si cercò il corpo di Matteotti anche al lago di Vico…

di Stefania Moretti

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Al centro: Giacomo Matteotti

Al centro: Giacomo Matteotti

Ronciglione - Le ricerche di Matteotti sul lago di Vico

Ronciglione – Le ricerche di Matteotti sul lago di Vico

La Lancia Lambda sulla quale fu caricato Giacomo Matteotti

La Lancia Lambda sulla quale fu caricato Matteotti

I cognati di Matteotti al bosco della Quartarella per il riconoscimento del corpo

I cognati di Matteotti al bosco della Quartarella per il riconoscimento del corpo

Il ritrovamento del corpo di Matteotti al bosco della Quartarella

Il ritrovamento del corpo di Matteotti al bosco della Quartarella

Una panoramica del lago di Vico

Una panoramica del lago di Vico

Ronciglione - Località Macchia grossa, dove si concentrarono le ricerche

Ronciglione – Località Macchia grossa, dove si concentrarono le ricerche

Riano - Via Quartarella, nei pressi del luogo in cui fu nascosto il corpo di Matteotti

Riano – Via Quartarella, nei pressi del luogo in cui fu nascosto il corpo di Matteotti

Riano - Il monumento dedicato a Giacomo Matteotti

Riano – Il monumento dedicato a Giacomo Matteotti

Ronciglione – Lo riconobbero dai denti d’oro.
Di Giacomo Matteotti restava solo qualche pezzo di scheletro e una giacca sporca di sangue.

Il corpo veniva trovato novantadue anni fa, il 16 agosto 1924. E’ una cagnetta di nome Trapani a scoprire i resti del deputato socialista, dentro il verde intricato di un bosco – il bosco della Quartarella, a Riano – che oggi non esiste più. Di quel verde sono rimasti uliveti privati e colline interrotte da un’urbanizzazione moderna, sconosciuta agli anni Venti del Novecento.

Non tutti sanno che un pezzo della storia di Matteotti tocca un lembo della provincia. C’è stato un momento, in quella calda estate del ’24, in cui le indagini sul rapimento si sono concentrate qui. A Ronciglione in particolare. Tra le sponde del lago di Vico e la vegetazione fitta della Macchia grossa. La soluzione di un giallo (che giallo non era, almeno nel movente) potenzialmente nascosta in una manciata di chilometri viterbesi.

“Erano stati esplorati boschi, caverne, catacombe, piccoli cimiteri abbandonati – scrive lo storico Giovanni Borgognone in ‘Come nasce una dittatura’ -. Era stato sondato il lago di Vico. Erano stati perlustrati la Macchia grossa di Ronciglione e gli scavi a Monterotondo”. Foto d’epoca mostrano i carabinieri che interrogano i contadini sulle rive del lago. “C’era chi dava per certo – continua Borgognone – che il cadavere del segretario del Psu si trovasse sul fondo del lago di Vico, probabilmente legato in un sacco e assicurato a dei pesi forti”.

Ma Matteotti non era qui.
Per pensare al peggio bastano due giorni, ma passano due mesi tra il rapimento e la conferma della morte.

Il più intransigente degli oppositori al fascismo paga il prezzo della sua requisitoria contro il regime e le elezioni di aprile, truccate dalla violenza delle camicie nere.

“Nessun elettore italiano si è ritrovato libero di decidere”, grida Matteotti in faccia a un’aula che lo interrompe di continuo negando la ferocia squadrista. Roberto Farinacci, fedelissimo di Mussolini, lo stesso che ipotizzerà un “complotto antifascista” dietro il caso Matteotti, lo provoca: “Va a finire che faremo sul serio quello che non abbiamo fatto!”. Matteotti è diretto: “Fareste solo il vostro mestiere”.

Il leader del Psu sa che quella denuncia è una condanna a morte. “Io il mio discorso l’ho fatto – dice ai compagni di partito -. Ora preparate voi il discorso funebre per me”.

Il 10 giugno 1924 il commando di fascisti lo aspetta sul lungotevere Arnaldo da Brescia. Matteotti viene accerchiato. Immobilizzato. Picchiato. Sequestrato. Si dimena così tanto nella Lancia Lambda che lo porta alla fossa della Quartarella che i rapitori devono ucciderlo subito: una coltellata al torace e festa finita. Il corpo trasportato a venti chilometri da Roma. Stropicciato come un fazzoletto per farlo entrare in una buca piccola e poco profonda (gli assassini non hanno voglia di scavare di più).

Col trucco più vecchio del mondo – la prepotenza – si sbarazzano in un colpo solo dell’avversario politico e del giornalista-mastino che, dopo la ferocia squadrista, minacciava di svelare anche gli scandali finanziari del regime in un nuovo discorso in Parlamento. Matteotti doveva pronunciarlo il 10 giugno 1924. La pochezza dei suoi nemici si mostrò quel giorno: per zittirlo o tenergli testa potevano solo ucciderlo.

Stefania Moretti


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16 agosto, 2016

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