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L'opinione - Più controlli per evitare le notti brave

Troncare sul nascere la movida violenta

di Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Citare sé stessi non è elegante, anzi può essere molto antipatico, ma a volte non se ne può fare a meno; così quando scrivevo, in un libro del 2012 dedicato alla sicurezza urbana e alla percezione che ne hanno i giovani viterbesi (Sociologia della sicurezza urbana. Il Progetto “Viterbo città sicura e sodale”, Bonanno Editore) che “i ragazzi viterbesi credono ben poco che leggi più severe possano essere di supporto alla sicurezza e rifiutano una soluzione giustizialista, chiedono invece con enfasi… una più calda tutela della convivenza civile, e più autorevolezza delle istituzioni”, stavo descrivendo qualcosa che, a Viterbo e soprattutto in estate, sta diventando un problema di ordine pubblico.

Che una volta siano gli schiamazzi a via Orologio Vecchio, un’altra un rissa a via Saffi, un’altra ancora una disseminazione di vetri a San Pellegrino o un atto di vandalismo all’angolo della via, il tutto scandito magari da parcheggi selvaggi in ogni dove, tutto questo accade a Viterbo, a Roma, a Rotterdam, a Ibiza o a Città del Messico, perché è la conseguenza di quel fenomeno che oggi si chiama “movida”.

La movida non è costituita solo da gruppi di amici che si fanno una bottiglia di birra a scherzare per le vie della città, magari con qualche tollerabile goliardata; fosse solo questo, si dovrebbe parlare di vivace normalità. Il fatto è che per molti la movida è occasione per “fare casino” e soprattutto l’occasione, per loschi figuri che si fanno di alcol e droga, di manifestare la propria tracotanza e la propria inciviltà.

Gente che interpreta l’anticonformismo proprio dei giovani, quello che spinge i ragazzi ad “appropriarsi” almeno della notte, per spadroneggiare e dare la stura alle proprie frustrazioni più profonde, offendendo i diritti dei cittadini e il patrimonio della collettività.

Questi episodi hanno due “location” ben precise; talvolta le periferie, quelle più marginalizzate e degradate, dove resta sempre difficile cogliere il confine tra inciviltà e criminalità; più spesso i centri storici, perché purtroppo ormai meno abitati, e quindi più facile teatro delle peggiori esibizioni degli imbecilli in libertà.

Allora, è evidente – direi banalmente logico – che non è l’inasprimento delle pene che funziona, se poi queste pene nessuno riesce a erogarle; è molto più importante quella che viene definita in letteratura la “prevenzione secondaria”, cioè la dissuasione, attraverso una presenza costante e intransigente sul territorio da parte delle varie forze dell’ordine.

Se i soliti apologeti dell’approccio pedagogico, della cosiddetta “prevenzione primaria”, credono ancora che si debba intervenire a monte, tramite l’educazione, temo che continueremo a lungo questa chiacchierata ormai pluridecennale mentre Sagunto brucia, illudendoci che parlando a scuola e in famiglia di educazione civica la movida diventi una festicciola da educande.

In una scuola che è sempre alla ricerca della sua autorevolezza e in una famiglia che ormai sembra più che altro un terreno di scontro tra egocentrismi, non credo proprio che si possano trovare i fondamenti dell’educazione giovanile, specie se oggi la socializzazione la comandano soprattutto i social, e i più trasgressivi tra essi.

Allora, l’unico rimedio sta in quello che chiedevano gli stessi giovani viterbesi: “più controlli”. Da parte di tutta la collettività, quindi anche da parte del cittadino, che sappia vigilare e denunciare. Ma soprattutto più “presenza” delle istituzioni quando serve, diretta con il personale, indiretta con quella che si definisce come videosorveglianza attiva (che significa una cosa ben precisa: quando la telecamera inquadra il vandalo, o la rissa, non si prendono appunti, ma parte la volante).

Conosco (perché l’ho ascoltata in tanti convegni e riunioni sulla sicurezza) la risposta delle istituzioni: manca il personale, mancano le risorse, mancano le autorizzazioni, manca la legittimazione, manca la collaborazione, manca… Ebbene, forse si potrebbe tentare con una rilettura dei compiti e delle funzioni dei vari organi di tutela dell’ordine pubblico, con una riorganizzazione del loro lavoro e dei loro rapporti funzionali, con una verifica delle priorità, una redistribuzione dei compiti, una maggiore attenzione ai diritti, oltre che ai doveri, del cittadino onesto.

Altrimenti verrà il giorno che quel cittadino onesto si faccia giustizia da sé – che sia la ronda, che sia la vigilanza privata, che sia l’atto inconsulto di chi troppo ha subìto – e allora sarà moralmente molto difficile non solo scandalizzarsi della privatizzazione dell’ordine pubblico, ma anche perseguire penalmente il ruggito del coniglio.

Francesco Mattioli
Direttore del Gruppo di studio sulla sicurezza urbana del
Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale
Università di Roma “La Sapienza”

1 agosto, 2016

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