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Feto nel cassonetto, mamma condannata a 10 anni

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Il cassonetto di via Solieri dove è stato ritrovato il feto [4]

Il cassonetto di via Solieri dove è stato ritrovato il feto

Viterbo – Feto nel cassonetto, mamma condannata a 10 anni. Rinviato a giudizio, invece, l’infermiere che l’avrebbe aiutata.

Alla sbarra con l’accusa di aver gettato in un cassonetto della spazzatura la sua bimba appena nata. Giovane madre, Alina Elisaveta Ambrus, 27 anni, romena, condannata a 10 anni di reclusione.

Il gup del tribunale di Viterbo Savina Poli ha letto il dispositivo alle 17,30, dopo un’udienza fiume e quattro ore di camera di consiglio.

Rito abbreviato per la madre, che poteva essere condannata a un massimo di trent’anni. Il pm Franco Pacifici ha comunque chiesto l’ergastolo, per omicidio aggravato dalla crudeltà.

La difesa, avvocato Samuele De Santis, ha chiesto per la donna l’assoluzione per non aver commesso il fatto o l’alleggerimento dell’accusa. Per i legali, l’omicidio e l’occultamento di cadavere non è ipotizzabile: secondo i difensori, infatti, si sarebbe trattato al massimo di un aborto fuori dai termini e dalle condizioni previste dalla legge (pena prevista: tre anni di reclusione).

“La donna – dice l’avvocato De Santis – pensava di abortire senza vedere il feto. Questa era la sua volontà. Non vederlo, e mai si sarebbe aspettata il contrario. Quando l’ha espulso sentiva lo stimolo di andare in bagno”.

E’ il 2 maggio 2013 quando la bimba, prematura di sette mesi, viene al mondo in un appartamento al quartiere San Faustino.

L’indagine parte quando la madre, tre anni fa, arriva al pronto soccorso con un’emorragia, dopo aver gettato il feto nel cassonetto. Gli agenti della mobile lo trovano dentro una busta, in uno dei secchioni di via Agostino Solieri al quartiere Carmine.

La bimba aveva un trauma sulla parte sinistra della testa, probabilmente dopo aver sbattuto contro il water mentre veniva al mondo. Ma non sarebbe questa la causa della morte, dovuta, secondo il medico legale che ha effettuato l’autopsia, a una sofferenza fetale collegata alla nascita prematura e all’assenza di cure dopo il parto.

Probabilmente in ospedale la neonata si sarebbe salvata. I periti l’hanno definita sana, priva di malformazioni e del peso di poco più di un chilo, come ogni feto intorno alle 28 settimane.

Rinviato a giudizio, sempre con l’accusa di omicidio e occultamento di cadavere, l’infermiere, Graziano Rappuoli, che con una ricetta falsa avrebbe aiutato la giovane madre a procurasi l’ossitocina per indurre le contrazioni. Questa mattina era in aula.

Non c’è più traccia, invece, della donna. Uscita dal carcere di Civitavecchia sarebbe tornata in Romania. Da quel giorno, neppure i suoi legali hanno più avuto sue notizie.


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