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Viterbo - Il sociologo Francesco Mattioli analizza i dati riportati dal Sole 24 ore

I reati crollano perché non sono denunciati

Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Cura di Vetralla - Rapina da un notaio, intervento dei carabinieri

Cura di Vetralla – Rapina da un notaio, intervento dei carabinieri

Viterbo – Il “crollo” dei reati, nel Viterbese, come va interpretato?

Intanto, dubito che una diminuzione dell’9% scarso rappresenti un “crollo”. Inoltre, come hanno fatto notare non senza saggezza alcuni lettori intervenuti a commentare la notizia riportata dal Sole 24 Ore purtroppo molti reati oggi non sono registrati semplicemente perché non sono denunciati.

E per vari motivi. A parte coloro che non denunciano perché lo ritengono una inutile complicazione che non sortirà quasi nessun effetto, è la soglia della tolleranza che si è alzata: appare sempre più trascurabile, routinario che un monumento, una panchina o un muro siano vandalizzati, che una ingiuria passi inosservata, che una scorrettezza in motorino o in automobile passino per un aspetto inevitabile della circolazione stradale, che uno getti l’immondizia dove gli pare, che un cane possa lasciare le sue deiezioni per strada senza che il padrone se ne preoccupi, che un fumatore superficiale e distratto riempia di cicche fumanti i marciapiedi (e le erbe secche delle strade).

Tutti piccoli comportamenti scorretti che nessuno si sognerebbe di denunciare ad un vigile o ad un poliziotto, perché non abbastanza gravi da distogliere quel tutore dell’ordine da ben più impegnative incombenze, perché poi ci sarebbero gli strascichi personali, perché ognuno è troppo impegnato nel farsi gli affari propri, ecc.

Così, tante scorrettezze diventano – per dirla con Jannacci – “per tutti una cosa normale” e di qui, a cascata, tanti “reati” finiscono per avere la stessa sorte.

Le statistiche del Sole 24 Ore dicono il vero solo in parte per un altro motivo. Se andiamo a vedere le categorie di reati, ci accorgeremo che alcuni, come quelli informatici o le truffe, non diminuiscono, che altri, come le rapine, si dimezzano, che altri ancora, come le violenze, presentano andamenti diversi a seconda del tipo di violenza.

Difficile sentirsi tutto sommato soddisfatti dell’andamento di certi dati, a fronte del costante aumento dei femminicidi e delle violenze di genere. Insomma, la “sicurezza” necessita di una lettura analitica, non di una generalizzazione che rende sfocati i contorni degli specifici fenomeni sociali e urbani.

C’è ancora una ulteriore considerazione da fare e riguarda la cosiddetta “sicurezza percepita”, che è ben diversa da quella comunicata dal mero dato quantitativo. Nell’immaginario individuale e in quello collettivo non conta tanto la quantità dei reati, ma la loro cifra qualitativa.

Così, se colpisce con particolare incisività emotiva il furto in casa, perché c’è un estraneo che mette le mani nelle tue cose più intime e care, allo stesso modo una rissa o un atto vandalico a San Pellegrino o un’aggressione a San Faustino acquistano un’eco particolare perché vi vengono associate immediatamente altre problematiche “sensibili”, come la mancata valorizzazione del centro storico o la ghettizzazione multietnica di certi quartieri.

E tutto ciò, quand’anche avvenisse in misura minore rispetto a uno o tre anni fa, non significherebbe nulla, perché si tratta di episodi che, perfino se isolati, in realtà procurano particolare allarme sociale.

Che fare, dunque? Ci sono due strade da percorrere. La prima è quella della cosiddetta “prevenzione secondaria”, che adotta particolari strumenti di dissuasione: videosorveglianza diffusa e presenza continua delle forze dell’ordine sul territorio.

La seconda è quella della considerazione “assoluta” del reato, perseguito dalle forze dell’ordine e dall’autorità giudiziaria in quanto tale, e quindi sia verso il ladro e il rapinatore, sia verso lo sporcaccione di turno, senza fare differenze di sorta, senza sostituire la ramanzina alla comminazione della pena.

Gli ostacoli a tutto ciò esistono: alcuni oggettivi, come la mancanza di personale tra le forze dell’ordine o di mezzi per incrementare gli strumenti di controllo; altri ideologici, come la resistenza di coloro che hanno ancora stampate nella mente le pagine del Grande Fratello (quello orwelliano) e temono che ogni rafforzamento dei controlli sociali diventi una esibizione di totalitarismo fascista.

Nel caso degli ostacoli oggettivi, si tratta di vedere se allo Stato – e quindi alla collettività – conviene investire in sicurezza, o si debba lasciare che si ampli sempre più il mercato privato: tutto sommato la prima alternativa mi sembra più etica e democratica. Nel caso degli ostacoli soggettivi, i libertari in servizio permanente effettivo se ne facciano una ragione: è dai tempi di Rousseau che si sa che la società esige un “ordine” sociale, l’importante è che esso sia gestito in nome e per conto della collettività; e su questo la Costituzione mi sembra una garanzia sufficiente.

Ma c’è ancora un altro ostacolo, verso il quale il cittadino si sente impotente, se chi può e sa (politica e magistratura) non vi pone rimedio. Senza la certezza – e la consistenza – della pena (quale che sia), la sicurezza sarà considerata sempre più precaria e la società sembrerà di fatto in mano agli impuniti.

Tra l’altro, si è innescato in questi anni un complesso dibattito sul diritto alla legittima difesa, che qui non possiamo approfondire, ma che rivela tutta la delicatezza e il malessere di una società che – a torto o a ragione – si sente poco tutelata e che chiede comunque risposte.

Francesco Mattioli
Autore di: Sociologia della sicurezza urbana. Il progetto “Viterbo Città sicura e sodale”, 2012.

16 ottobre, 2016

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