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L'opinione del sociologo

Che cosa è il cambiamento?

di Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Che cosa è il cambiamento?

Nella nostra esperienza quotidiana riserviamo questo termine a circostanze che innovano la realtà intorno a noi o il nostro vissuto personale: così, possiamo notare un cambiamento negli oggetti o nelle persone che ci circondano, ma anche in noi stessi, guardandoci allo specchio o affrontando nuovi episodi della nostra vita.

Tutto cambia insomma intorno a noi, nulla è uguale a prima; talvolta ci dispiace, talaltra ci fa piacere.

Oggi, dopo due secoli di tradizione progressista e modernista, il pensiero politico e sociale vede il cambiamento come una risorsa fondamentale che si contrappone al conservatorismo, all’immobilismo, al misoneismo.

La rivoluzione del pensiero critico, l’innovazione tecnologica, la maturazione di una coscienza civile, democratica e pacifista sono segni positivi del cambiamento.

Dal sessantotto a oggi il cambiamento è diventato il principio fondante di qualsiasi esternazione filosofica, sociologica e, soprattutto, politica: da destra, da sinistra e dal centro, non vi è partito che non abbia brandito l’arma del cambiamento.

Certo, c’è chi bolla certi cambiamenti come un improvvido “avventurismo”, ma questo accade soprattutto quando sono gli altri a proporli o quando minacciano certi interessi personali.

In realtà, tutti oggi sono pronti a farsi paladini del cambiamento, seppure in settori e con modalità differenti.

In politica tuttavia c’è una frase che incombe sul cambiamento. La pronuncia il Principe di Salina nel famoso romanzo di Tomasi di Lampedusa: “Noi siamo i gattopardi, i leoni. Chi in futuro ci sostituisce sono gli sciacalli, le iene. E tutti quanti, gattopardi, leoni, sciacalli e iene, continuiamo a credere e a far credere a moltissime pecore che siamo il sale della terra“.

Insomma, cambiare tutto per non cambiare nulla.

Questo trasformismo del cambiamento ha consentito al sistema politico italiano di sopravvivere pressoché intatto negli ultimi sessant’anni; e non ingannino i passaggi dalla prima alla seconda repubblica e poi alla magari alla terza.

Come ha notato in vari interventi Ernesto Galli della Loggia su Il Corriere della Sera, ci sono stati sempre un centro moderato, una destra giustizialista e una sinistra riformista; peraltro, né l’esperienza leghista, né il cosiddetto “grillismo” sembrano veramente capaci di superare questa logica, semmai sono il prodotto dei complessi scenari politici della postmodernità.

Il leghismo infatti si affianca alle tante reazioni localiste (o glocaliste…) sorte via via in Europa a fronte di una Unione incapace di realizzarsi compiutamente, non solo a livello socioeconomico e finanziario.

Il “grillismo” raccoglie le dinamiche espressive e reticolari proprie dei nuovi media per farne una forza d’urto apparentemente unitaria, ma in realtà ideologicamente spacchettata e contraddittoria, tanto da entrare in difficoltà quando passa dalla teoria alla pratica politica.

In ambedue i casi è difficile non notare un certo demagogismo populista, soprattutto se si guarda alle guasconate espressive e alle parole d’ordine dei loro capi.

Il loro trasversalismo ideologico peraltro non è tanto il segno di un innovativo superamento dei vecchi steccati, o di un solidarismo di base contro una sistema ingiusto, quanto di quel semplicismo e di quel manicheismo politico che hanno sempre connotato gli avanguardismi dell’ultim’ora.

Né innovativo si è rivelato il berlusconismo, che sotto le mentite spoglie dell’efficientismo aziendalista riprende la vocazione moderata del classico partito centrista di governo, abbastanza trasformista da accogliere al suo interno un variopinto popolo di democristiani, socialisti, liberali e conservatori.

Allo stesso tempo l’esperienza ulivista, che di fatto ha formalizzato la liaison tra l’ala progressista cattolica postconciliare e la socialdemocrazia riformista postmarxista, non può dirsi un corpo nuovo nella politica italiana perché semmai ha portato a compimento un processo simbiotico emerso già nelle prime esperienze di centrosinistra in risposta non solo alle problematiche interne alla società italiana, ma anche ai richiami della politica europea e internazionale.

L’estrema destra e l’estrema sinistra, infine, si sono dimostrati gli schieramenti più sclerosati, ignari che la storia aveva cambiato protagonisti e costretti a rastrellare consensi in certo anticonformismo intellettualistico e nei conati velleitari del revanscismo generazionale.

Tutto ciò, per dire che il cambiamento politico, in Italia, al di là di proclami e apparenze, cammina piano, spesso in modo contraddittorio, e comunque senza ledere alcuna prerogativa pregressa: né tra le satrapie locali, in specie regionali, né nel multicolore e omertoso calderone della burocrazia pubblica e parapubblica, e neppure nel sindacato, ormai aduso ad esercitare un curioso protezionismo corporativo piuttosto che la capacità progettuale di soggetto-interprete della società in divenire.

Quante cose sono cambiate in Italia, senza che nulla cambiasse veramente, negli ultimi trent’anni?
Eppure il verso del gattopardo è facilmente riconoscibile: quando benedice il cambiamento ma avverte che ha soluzioni diverse e migliori, che comunque deve pensarci su, che occorre ragionarvi assieme, che è necessario aprire un tavolo di riflessione e di trattative, che occorre apportare modifiche, correttivi, integrazioni, specificazioni, che sono utili ulteriori approfondimenti, che non si possono fare salti nel buio, che certe scelte rischiano di essere solo frutto di un insano decisionismo.

Allora, state tranquilli: rossa, bianca, nera, verde, azzurra o di qualsiasi altro colore sia la veste di questi ragionamenti, sotto di essa si nasconde la pelliccia composita e maculata dei gattopardi.

Perché in tal guisa, essa benedice e rimanda, benedice e rimanda qualsiasi cambiamento; oppure fa sì che quel cambiamento di fatto non produca effetti sostanziali.

Francesco Mattioli

10 novembre, 2016

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