--
    Condividi: Queste icone linkano i siti di social bookmarking sui quali i lettori possono condividere e trovare nuove pagine web.
    • Facebook
    • Twitter
    • LinkedIn
    • Google Bookmarks
    • Webnews
    • Wikio IT
    • YahooMyWeb
    • MySpace
    • Y!GG
  • Stampa Articolo
  • Email This Post

Viterbo - Le parole di Pasolini riecheggiano ancora, anche per questo gli va dedicata una via

Contadini di Chia! Centinaia di anni o un momento fa, io ero in voi….

di Silvio Cappelli
Condividi la notizia:

Pier Paolo Pasolini con Dacia Maraini

Pier Paolo Pasolini con Dacia Maraini

Pasolini nella Tuscia

Pasolini nella Tuscia

La Torre di Chia e il castello di Pasolini

La Torre di Chia e il castello di Pasolini

Viterbo – I viterbesi dovrebbero dedicare una via, un luogo, una piazza a Viterbo in ricordo di Pier Paolo Pasolini, uno tra gli intellettuali più importanti del Novecento, ucciso prematuramente al lido di Ostia in circostanze poco chiare quarantuno anni fa.

Il poeta, regista e scrittore, quella domenica 2 novembre 1975, era atteso a Chia, frazione di Soriano nel Cimino, in Provincia di Viterbo dove aveva scelto di abitare da circa cinque anni. E’ stato un uomo di grandissima cultura e aveva scelto il nostro territorio per vivere e lavorare.

Come aveva già fatto in precedenza il premio Nobel per la letteratura Luigi Pirandello che, come lui, veniva spesso in visita a Soriano nel Cimino (sono sue la poesia “Pian della Britta” e le novelle “Canta l’epistola” e “Rondone e Rondinella”).

Pier Paolo Pasolini, tra i suoi tanti lavori e testimonianze, ci ha lasciato alcuni versi scritti in dialetto friulano e riguardanti il territorio di Chia. Alcuni li possiamo rileggere anche nel componimento poetico La nuova gioventù pubblicata da Garzanti nel 1995.

Trascritti in lingua italiana ci dicono: “Il sole indora Chia con le sue querce rosa, e gli Appennini sanno di sabbia calda (…) Contadini di Chia! Centinaia di anni o un momento fa, io ero in voi. Ma oggi che la terra è abbandonata dal tempo, voi non siete in me. Qualcuno sente un calore nel suo corpo (…) Quelli che vanno a Viterbo o negli Appennini dove è sempre Estate, i vecchi, mi assomigliano: ma quelli che voltano le spalle, Dio!, e vanno verso un altro luogo… Dio, lasciano la casa agli uccelli, lasciano il campo ai vermi, lasciano seccare la vasca del letame, lasciano i tetti alla tempesta, lasciano l’acciottolato all’erba, e vanno via, e là dov’erano, non resta neanche il loro silenzio (…) Il sole taglia la vallata piena di querce di un rosa paradiso; i due piccoli fiumi che si riuniscono in fondo mormorano come spiriti beati. Anche il verde del vischio qua e là, è un verde di paradiso. (…) Qua io sono il padrone di una torre e di un bosco (…). Cosa gridano a Chia?”.

Lo scrittore sosteneva spesso che, all’interno della sua torre fortificata, protetta dalla cinta muraria, dagli strapiombi, dai fossi, dalla natura selvaggia, i sogni del passato potevano conservarsi più a lungo: “Quel mondo mi appare non solo morto, ma addirittura remoto. Parlo di un mondo agricolo, coi boschi e i boscaioli, il mangiare “schietto”, l’interpretazione estetica classica, i tempi lenti dell’esistere, le abitudini ripetute indefinitamente, i rapporti duraturi e assoluti, gli addii strazianti, gli strabilianti ritorni in un mondo immutato, dove i ragazzi fanno ancora i cacciatori di frodo e le madri cucinano cose buone in vecchie locande familiari nella stessa aria, nello stesso odore, nello stesso sole. Tutta questa ritualità si decompone al di là di un limite già lontano…”.

Anche per queste sue importanti testimonianze mi permetto di insistere nel dire che sarebbe un bell’atto di riconoscenza dedicare a questo grande intellettuale una via, una piazza viterbese o un luogo, magari in una borgata come sarebbe piaciuto a lui.

Silvio Cappelli


Condividi la notizia:
20 novembre, 2016

    • Articoli recenti

                               Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564Informativa GDPR