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L'opinione del sociologo

In Usa ha perso un certo tipo di politically correct…

di Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Gli Stati Uniti sono una società complessa e complicata; qualche anno fa fece notare Arthur Schlesinger jr, saggista due volte Premio Pulitzer, che il motto che campeggia nell’insegna che li rappresenta, e pluribus unum, nato per esprimere l’unione fra le diverse etnie che nel XIX secolo avevano formato quella nazione, sembrava ormai fermo all’e pluribus, ma faticava a confermare l’unum.

Schlesinger lo diceva osservando l’inondazione di elementi ispanici, ma anche orientali oltre che afroamericani, che stavano di fatto stravolgendo la fisionomia tradizionalmente wasp (white, anglosaxon, protestant) del Paese. Ma allo stato attuale, certe considerazioni non sarebbero più sufficienti a descrivere il processo in atto.

Noi europei siamo abituati a vedere negli Stati Uniti la società più avanzata non solo in termini tecnologici, imprenditoriali, finanziari e militari, ma anche con riguardo alla sua sostanziale compattezza sociale: lì non si concepiscono né rivoluzioni socialiste, né derive fasciste e persino il fenomeno della contestazione hippie, che era una forma di anarchismo, venne assorbito facendone un aspetto quasi folcloristico e letterario, se non addirittura un affare commerciale, mentre l’ambientalismo appare come una mera variabile del più ampio processo di utilizzazione produttiva del risorse.

La pluralità della società americana risiede altrove. Vi convivono allegramente gli ambienti culturalmente avanzati di Los Angeles e New York, l‘austerità mormona, il profondo tradizionalismo degli stati del corn belt, il populismo dei ghetti neri, la preoccupazione crescente dei colletti blu alle prese con un’industria sempre meno competitiva rispetto al sud est asiatico, e quella dei colletti bianchi minacciati dai tagliatori di teste di Wall Street, ma anche lo strabismo ispanico diviso tra difficoltà di integrazione e achievement politico-sociale.

Se queste differenti componenti non trovano un punto di incontro, una strategia comune, diventano elettoralmente imprevedibili. In tal caso, colui che riesce in modo abile e spettacolare a proporre una soluzione accettabile per tutti – reale o fittizia che sia – che si rivolge contemporaneamente al signor Smith e al suo nemico promettendo ad ambedue una vita migliore, riesce a catalizzare l’interesse di vaste porzioni di elettorato.

Al contrario, rischia di essere battuto chi non si accolla, accanto alle prospettive degli illuminati, anche le meschinità dei retrivi. Diciamolo chiaramente: l’operaio americano oggi si preoccupa molto più dell’erosione del proprio reddito, che della manina insinuante del tycoon sul deretano di una donna più o meno consenziente.

Perché, a dirla tutta, quello che è stato sconfitto, alle elezioni americane, è certamente un certo tipo di politically correct. Quella sua interpretazione stucchevole, ritualistica e dogmatica che si scandalizza, strabuzza gli occhi e lancia i suoi anatemi per ogni voce contraria, e si arroga il diritto di dividere, manco fossimo nella valle di Gosafat, i buoni dai cattivi.

Solo che nessuno accetta supinamente di sentirsi dire cattivo, tanto meno dentro una cabina elettorale. E poi, qualcuno ricorda quello che fu scritto qualche tempo fa su certi giornali, dopo gli attentati al Charlie Hebdo?: “noi dobbiamo essere liberi di offendere chicchessia, senza pagarne le conseguenze”.

Non è questa la libertà di cui oggi abbisognano gli operai, gli impiegati o i tecnici americani ed europei: troppo distante dalla loro comprensione e dalle loro urgenze.

Ancora in campagna elettorale, mi confidava un collega statunitense, peraltro seguace di Sanders: “ Ho paura che stiamo tirando troppo la corda, il Paese non è pronto, sembra avere bisogno di altro”.

Già: basta vedere cosa sta succedendo in Europa, con la Brexit, il lepenismo, il grillismo… tutti movimenti che alla faccia delle “chiacchiere e distintivo” del politically correct stanno andando al sodo dei problemi quotidiani della gente comune.

Certo, sbagliano Salvini e Grillo a credere che Trump, un tycoon miliardario di New York, possa rappresentare realmente la vittoria del popolo contro i “poteri forti”, ma è vero che votando un outsider della politica molti americani hanno voluto segnalare il divario che corre tra un modello teorico di progresso e di emancipazione e una realtà quotidiana forse più materialistica e tardigrada, ma certo segnata da problemi e contraddizioni profonde che i cittadini vivono sulla propria pelle.

Peraltro, non è difficile trasferire il discorso dalla galassia statunitense ai casi nostri. Anche in Italia da un lato c’é una “chiesa” che governa dogmaticamente il politicamente corretto, dall’altro c’é un diffuso malcontento verso una situazione economica che non riesce a garantire reddito e stabilità occupazionale.

Così, si viene a verificare sempre più spesso una reazione muscolare, “di pancia”, al politicamente corretto, quando questo è imposto in modo dogmatico dai sedicenti custodi che si ritengono possessori dell’unico verbo, quando divide troppo facilmente tra buoni e cattivi, quando non tollera distinguo e obiezioni, quando predica, propone e impone un’unica visione della verità, quando pretende tutto e subito e guarda con diffidenza a chi propone piccoli passi.

Questa non è più la società capitalista e dicotomica degli anni ‘60, quando si cantava nelle piazze “siamo realisti, vogliamo l’impossibile”, facendo gestacci ai celerini.

In una società complessa, multiforme, articolata, cangiante, incerta e contradditoria come è quella del nuovo millennio, chi ritiene di fare i salti in avanti rischia di saltare nel buio e, soprattutto, di restare solo.

Chi pretende di possedere la verità scatena immediatamente mille distinguo e reazioni a livello individuale e locale; e non spaventa tanto i poteri occulti, quanto piuttosto apre le porte ad un qualunquismo di massa, alimentato dall’egoismo sociale che scatta ogniqualvolta si percepisce uno stato di crisi e di incertezza.

E’ in questi casi che emerge il potere demagogico dei capipopolo, di coloro che fanno incetta di uno scontento disseminato e confuso, è qui che si dà la stura ai nuovi e ai vecchi totalitarismi, per i quali non contano le valutazioni di certi meccanismi socioeconomici, ma le parole d’ordine di più facile e istintiva comprensione.

In effetti, i detentori del verbo politicamente corretto, che sdegnosamente non accettano i compromessi, i piccoli passi, i cambiamenti progressivi, che pretendono di imporre la loro utopia, finiscono per lasciare il campo o ai soliti noti, che sull’immobilismo e l’immortalità dei gattopardi costruiscono i loro interessi di parte, oppure a uomini nuovi che non vedono l’ora di assecondare e governare gli umori della piazza.

Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur… in Italia e in Germania è accaduto, e sappiamo come è andata a finire; qualcosa di simile rischia di accadere nell’Europa delle discussioni sullo 0.1, piuttosto che sulle politiche della crescita e dell’immigrazione.

E’ l’incomunicabilità fra l’intransigente moralismo dei depositari del politicamente corretto, sempre più distanti dalla realtà effettuale, e l’individualismo localista dell’uomo della strada, sempre più ripiegato sull’utile privato e quotidiano, a generare episodi come quello di Civitella, di via Emilio Bianchi o dello stesso Gorino.

Ma qualcosa di simile sta accadendo anche con riguardo al referendum nostrano. Nella intellighenzia, specie di sinistra, che si autoproclama depositaria sia del verbo costituzionale che del politicamente corretto, non si coglie il fatto che, contrapponendo ai piccoli cambiamenti e progressivi certi grandi e improbabili disegni, si finisce per restare con il cerino in mano a contemplare la realizzazione delle distopie altrui.

I democratici americani che inseguivano il politicamente corretto, che si scandalizzavano per le battute sconvenienti di Trump ma dimenticavano i problemi quotidiani dei colletti bianchi della Pennsylvania, non lo avevano capito e sono stati sconfitti.

Francesco Mattioli

11 novembre, 2016

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