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Viterbo - Il segretario Andrea Egidi a tutto campo - Dopo il no al referendum come cambia il partito nella Tuscia - Comunali 2017: "Alleanze per il territorio, non di potere"

“Il Pd non è un bus da prendere per arrivare in parlamento”

di Giuseppe Ferlicca

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Andrea Egidi

Andrea Egidi

Andrea Egidi

Andrea Egidi

L'incontro del Pd agli Almadiani - Andrea Egidi

L’incontro del Pd agli Almadiani – Andrea Egidi

Andrea Egidi

Andrea Egidi

Viterbo – Con la bocciatura della riforma costituzionale si è chiusa una fase, adesso si deve andare alle elezioni anticipate. Andrea Egidi, segretario provinciale Pd tira le somme di un anno complicato e guarda al 2017. In primavera test elettorali importanti nella Tuscia. Più avanti, regione e capoluogo. Ma in mezzo, il superamento di divisioni interne. Processo iniziato e tutt’altro che concluso.

Si chiude il 2016, visto com’è andata, un bene che siamo alla fine?
“Domanda difficile… in effetti è stato un anno intenso, duro, ma è complicato di questi tempi trovare periodi semplici. Io le cose sono abituato a viverle tutte, fino in fondo, senza rimpianti. Credo si sia chiusa una fase della storia dell’Italia repubblicana, non semplicemente un anno. Come fu nel 1993 con il referendum promosso da Segni, il 4 dicembre chiude una stagione. Da qui occorre ripartire ed essere il più lucidi possibile. E comunque il 2016, per me si chiude in un modo straordinariamente significativo e simbolico, l’esperienza di ClasseDemtuscia con oltre cento giovani iscritti alla scuola e la rinascita dei Giovani Democratici nella Tuscia, grazie ad un gruppo di ragazzi che nelle settimane scorse, attraverso il loro regionale, hanno deciso di riprendere l’attività”.

No al referendum, cronaca di una sconfitta annunciata?
“In queste settimane, una certa confusione nel giudizio sta lasciando spazio, com’è ovvio, a una valutazione più ragionata, più profonda, più seria. Credo che Renzi anche in questo abbia dato un contributo positivo nella lettura della sconfitta con le parole pronunciate in assemblea nazionale e con il lavoro che ha voluto imposta con i regionali e le federazioni. Per le condizioni di partenza credo che ognuno di noi avesse chiara in mente l’ipotesi della sconfitta. Del resto, l’unica grande forza politica che si è spesa sul sì siamo stati noi. Quando l’80 per cento del sistema politico si schiera sul no è complicato vincere e gli elettori hanno seguito alla lettera le indicazioni dei loro partiti di provenienza”.

Qual è stato l’errore più grosso del Pd sul referendum costituzionale?
“Vorrei evitare una lettura superficiale, su questo occorre andare più a fondo. Noi abbiamo vissuto un isolamento vero. La riforma è nata sull’idea di dare al paese un sistema democratico più semplice e solido. Superare un bipolarismo dai caratteri violenti e rendere l’Italia più veloce nelle decisioni, più solida nelle sue istituzioni. In una parola, più europea, mantenendo l’idea di un bipolarismo maturo. Ciò non avviene in Parlamento e di conseguenza nel paese, perché Forza Italia e Berlusconi a un certo punto dicono stop. A quel punto è evidente che viene a mancare un interlocutore utile a fare insieme le riforme, visto che il M5S non è una forza politica che esprime cultura costituzionale”.

Perché si arriva a quella rottura?
“Non c’è solo l’essere inaffidabile di Berlusconi. La rottura si consuma sull’elezione del Capo dello Stato, dopo che il centro sinistra a inizio legislatura nel 2013, pur avendo perso le elezioni,  fa man bassa sulle più alte cariche delle istituzioni, Camera e Senato. Parliamo di cose serie non semplici spartizioni, parliamo di equilibri istituzionali in una repubblica parlamentare. Si rompe un percorso unitario in Parlamento e così  ci si avvia a perdere il referendum. A questo si aggiunga un altro tema, di fondo, molto più di fondo rispetto al dibattito che c’è sulle singole riforme del governo”.

Quale?
“Penso al racconto che abbiamo fatto al paese del Paese. Io che ho fatto la campagna elettorale nei mercati e in giro tra le persone, ho percepito una distanza vera tra il racconto che noi proponevamo e le condizioni dei cittadini. Ti rispondevano, prima che non era vero nulla del merito della riforma, poi ti raccontavano i loro guai, le loro paure, e loro aspettative deluse. Insomma, l’ottimismo che noi abbiamo messo nei confronti della ripresa è stato vissuto più come elemento di distanza che come fiducia nel futuro. La crisi strozza ancora famiglie ed imprese e le riforme avviate hanno bisogno di tempo per consegnare frutti. Senza contare la reazione di un pezzo del paese che vive su posizioni di rendita e che non vuole cambiare. Questa è una parte dell’Italia vera, viscerale, profonda, che preferisce lo status quo per lamentarsi e fare demagogia in fila al supermercato piuttosto che il coraggio del cambiamento. Tuttavia non rinnego nulla di ciò che è stato fatto, ero e resto convinto della battaglia fatta”.

Che cambia nel Pd a Viterbo, con la vittoria del no?
“Cambia, come del resto dovrà cambiare in Italia, l’atteggiamento politico e la cura per il Pd”.

Si spieghi meglio
“È del tutto evidente che la fase che si è aperta può consegnare un sistema costruito su uno schema proporzionale, che non vedo come il diavolo se realizzato in modo corretto e moderno. Ciò significa saper legare in modo diverso leadership e soggetto politico. Non avremo più l’eccessiva personalizzazione di questi vent’anni, ma un sistema che dovrà essere ricostruito attorno all’idea di grandi partiti politici radicati nella società. È il vero banco di prova oggi per Renzi, ridefinire le caratteristiche e il profilo di un Pd che deve continuare ad avere l’ambizione di parlare a larga parte della società italiana. Con un a battuta, meno selfie e più partito. A Viterbo da anni stiamo lavorando per invertire la tendenza di un Pd comitato elettorale o peggio ancora, federazione di correnti, di notabili impegnati nella spartizione di frammenti di potere. Oggi leggo che in molti sono d’accordo su questa impostazione. Perfetto, si passi dalle parole ai fatti. Io ci sto, perché ci sono sempre stato, almeno dal 2012. Costruire un partito normale è stato possibile per alcune ragioni. La prima è il rapporto con la rappresentanza istituzionale, regione e parlamento, rinnovata nel 2013 e scevra da meccanismi da capo bastone. La seconda è per un contributo unitario di chi, anche se talvolta su posizioni differenti come ovvio, non mi ha sostenuto al congresso”.

Le prime dichiarazioni d’esponenti politici di spicco non sembrano registrare la necessità di un cambiamento. Non le pare?
“Noi vogliamo raccogliere il contributo e l’aiuto di chi, con funzioni  istituzionali, vuole dare una mano vera e non a parole per rendere il Pd una comunità al servizio delle nostre terre piuttosto che la somma di tante aspettative personali. Lo abbiamo sempre fatto e continueremo a farlo. Se c’è un punto da cui ripartire dopo la sconfitta è questo: il Pd dei tanti capi bastone è morto. Reinvestire sull’idea che il partito ha una funzione unitaria nei confronti di queste terre, che è lo strumento per migliorare le condizioni di vita della Tuscia e non l’autobus da  prendere per andare in Parlamento o in altre istituzioni. Capovolgere una certa impostazione per la quale la funzione ce l’hanno prima i singoli, poi la comunità. È stato il mio assillo in questi anni, un lavoro di lunga lena ma alla fine sta emergendo. All’assemblea aperta dello scorso 19 dicembre ho proposto di ritenerci convocati in modo costante in una forma larga ed aperta. Circoli, amministratori, iscritti ed elettori devono avere opportunità per  continuare a condividere questo passaggio e la costruzione della nuova fase. Seppure nella sconfitta io vedo un clima positivo in termini di voglia di reagire e ripartire. Riprenderemo il lavoro organizzativo lasciato tempo fa con la conferenza d’organizzazione, rimetteremo in moto i coordinamenti territoriali, rafforzeremo la straordinaria esperienza di ClasseDem Tuscia, saremo dentro la fase d’ascolto lanciata dalla direzione nazionale e chiederemo ai tanti che ci hanno aiutato sul sì d’iscriversi per cambiare il Pd. Di lavoro da fare ce n’è tanto, chi vuole può dare un contributo senza pretendere medagliette attaccate sulla giacca”.

A primavera nella Tuscia si va al voto in realtà importanti. Per il referendum si è visto che da soli si va a sbattere. Le comunali sono un’altra storia, ma le alleanze servono. Come vi muoverete?
“Questo gruppo dirigente, con l’aiuto di molti, è l’unica esperienza in questi anni cui non si può spiegare che soli non si vince. Infatti le amministrative degli anni scorsi le abbiamo sostanzialmente vinte tutte. Altri in passato hanno teorizzato la solitudine come arma per vincere, non io. Dal punto di vista locale serve quindi apertura, umiltà e alleanze, ce l’ho chiaro. Questo lavoro oggi più che mai va fatto in un rapporto vero con settori della società viterbese e non con lo stile “mattarellum”, visto che torna tanto di moda. Battute a parte, abbiamo dimostrato d’essere un partito attento all’innovazione e ai cambiamenti, vogliamo continuare così,  ma non mi si venga a raccontare che questo lo si fa con la testa rivolta ala prima repubblica, o all’Unione, non fosse altro perché non c’è più nulla di quell’assetto. Alle comunali si vince solo se sei in grado di mettere in campo una proposta nuova e su quella realizzi alleanze larghe e solide dal punto di vista della credibilità. Questo è l’unico modo per stare in campo di fronte  a uno schema che non vede più le coalizioni per come le abbiamo conosciute. Quindi, alleati con chi vuole cambiare e migliorare il governo delle nostre  comunità: ambiente, politiche sociali, protagonismo degli enti locali, assetto del territorio e difesa del suolo, cultura. Su questo si faranno alleanze, non su assetti e potere.

Montalto di Castro, Tarquinia, Ronciglione, Capranica. Sono alcuni dei comuni che vanno al rinnovo nel 2017. A oggi, quale situazione la preoccupa di più rispetto alle altre?
“Ogni comune è importante e nulla è scontato, quindi ho la stessa tensione su tutti i comuni al voto”.

A Tarquinia si gioca politicamente la partita più importante. Le alleanze contano e Mo.Ri. vanno per conto loro. Si ricuce o la frattura è insanabile?
“A Tarquinia si chiude una stagione molto positiva per il governo di quella comunità. Basta fare una passeggiata in città e rendersi conto di come è stata governata, anche di fronte a passaggi molto delicati per la vita del territorio. Lavoreremo per costruire un sistema di alleanze civiche e politiche all’altezza della sfida e lo faremo in un rapporto con la società di Tarquinia, consapevoli che non siamo per la solitudine al potere e che da soli non bastiamo. Anche lì però, possiamo contare su rapporti e relazioni sociali molto solide grazie al lavoro e ai risultati di questi dieci anni”.

Più in avanti, nel 2018 si va al voto anche nel capoluogo. Il prossimo anno sarà importante per costruire le basi. Il centrosinistra in comune va avanti, non senza difficoltà. Ha qualche suggerimento da dare al sindaco?
“Michelini non ha bisogno di suggerimenti, sa fare da solo con la sua maggioranza”.

A proposito d’elezioni. Per le Politiche, quando è bene che il paese torni al voto, al più presto o il governo Gentiloni, nel pieno del suo potere può restare anche fino a scadenza mandato?
“Credo che il 4 dicembre chiuda di fatto la legislatura. Doveva essere una legislatura costituente, le riforme sono state bocciate e non vedo grandi spazi per continuare a tirare a campare fino al 2018. Dopodiché le Camere non le scioglie Andrea Egidi e una cosa per un laico come me è legge: non si discute l’atteggiamento del Capo dello Stato, se è dentro la cornice costituzionale come è stato in questi anni ed è tuttora. Sergio Mattarella mi pare sia stato molto chiaro la sera del 31 nel suo bel discorso”.

Dal 2017 cosa si aspetta?
“La politica non si fa con le aspettative, si fa con il lavoro. Sarà l’anno che prepara il terreno alle nuove elezioni politiche e  regionali. Abbiamo una mole enorme di risultati e di buon governo da mettere a disposizione, a partire dalla regione Lazio. Io lavorerò per contribuire a rafforzare il Pd come soggetto utile a queste terre. Lo farò come sempre nel mio stile, mettendo sempre davanti il noi e non l’io, perché mi hanno insegnato così e perché credo sia giusto, visto che la politica è servizio”.

Giuseppe Ferlicca


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6 gennaio, 2017

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