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La scientifica: “Non abbiamo trovato impronte in casa di Attilio”

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Attilio Manca con la madre Angela [3]

Attilio Manca con la madre Angela

Attilio Manca [4]

Attilio Manca

Viterbo – “In casa di Manca non abbiamo trovato impronte”. Lo testimonia in aula un poliziotto della scientifica di Viterbo, intervenuto nell’appartamento di via Claudio Monteverdi subito dopo il ritrovamento di Attilio Manca, il medico siciliano trovato morto nel 2004.

A chiamare la scientifica, la volante 713 della questura di Viterbo: andava cristallizzata e analizzata la casa dell’urologo 35enne. “Abbiamo subito cercato le impronte digitali – dice il vicesoprintendente al giudice Silvia Mattei, rispondendo alle domande del procuratore Paolo Auriemma -. Abbiamo utilizzando anche le polveri d’alluminio, ma non abbiamo trovato nulla. Così sono intervenuti i colleghi di Roma”.

La scientifica capitolina, però, un’impronta l’avrebbe trovata: quella di Ugo Manca, il cugino di Attilio. Già indagato per la morte del medico, la sua posizione, come quella di altre quattro persone, è poi stata archiviata. “Quella traccia – ha spiegato anni fa l’avvocato dei Manca, Fabio Repici – è stata trovata nel bagno di Attilio, il locale più umido della casa, con i riscaldamenti a una temperatura elevatissima”. Ma Ugo Manca ha sempre sostenuto di averla lasciata nel dicembre 2003, quando è andato a trovare Attilio, due mesi prima che morisse. “Una tesi inaccettabile”, per la famiglia di Attilio. Ma quell’importa gli investigatori non sono mai riusciti a datarla.

Subito dopo il vicesoprintendente della questura di Viterbo, il tribunale di via Falcone e Borsellino ha ascoltato Gino Ginepri, architetto 54enne di Barcellona Pozzo di Gotto. Come per Lelio Coppolino e Salvatore Fugazzotto [5], anche quest’ultimo inizialmente indagato per la morte di Manca, pure per Ginebri l’urologo faceva uso di eroina. “Conoscevo Attilio molto bene, lo conoscevo dagli anni ’80 – spiega in aula l’architetto -. Non eravamo amici, ma facevamo uso di stupefacenti. Anche se non era un consumatore abituale, ho visto Attilio iniettarsi più volte l’eroina [6]“.

Nel ’95 Ginebri si trasferisce da Barcellona Pozzo di Gotto a Roma, dove rimane fino al ’98. In quegli anni nella Capitale c’è anche Attilio Manca, che si sta specializzando in medicina. Lì, e grazie all’architetto barcellonese, il medico avrebbe conosciuto Monica Mileti, la 50enne romana imputata per aver fornito all’urologo la dose letale di eroina. “Gliel’ho presentata io – racconta Ginebri -, ma non credo per comprare lo stupefacente. Non mi sembra che Mileti spacciasse”.

Per la procura di Viterbo, la morte di Attilio Manca è una “tragedia di droga”. Ma a questa ricostruzione non hanno mai creduto i familiari del medico: “Attilio non faceva uso di eroina”, ha scritto qualche mese fa mamma Angela in una lettera. Con il marito Gioacchino, non ha dubbi: per loro, Attilio è stato eliminato dopo aver visitato e curato il boss della mafia Bernardo Provenzano. Una tesi che non ha trovato conferma nelle aule di giustizia ma di cui ne è convinto il pentito Carmelo D’Amico, secondo il quale Manca sarebbe stato ucciso da un ufficiale dei servizi proprio per aver visitato il capo dei capi.

L’unico procedimento penale aperto è a carico di Monica Mileti. “Un processo-farsa”, lo hanno più volte definito i familiari di Manca, che da sempre battono la pista del delitto di mafia. Tra una manciata di giorni, la prossima udienza. La procura di Viterbo vuole ascoltare il papà di Attilio, Gioacchino Manca.


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