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Politica - Giuseppe Fioroni, presidente della commissione d'inchiesta, sul rapimento e l'uccisione dello statista

“Moro sapeva e aveva paura…”

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Giuseppe Fioroni

Giuseppe Fioroni

Aldo Moro

Aldo Moro

Viterbo – “Aldo Moro sapeva e aveva paura”. Giuseppe Fioroni, presidente della commissione d’inchiesta, torna a parlare del rapimento e dell’uccisione dello statista. “Con la morte di Moro – dice il deputato Pd – è finita l’epoca della crescita democratica in Italia. Dopo nulla fu più come prima. Se si poteva salvare la vita di Aldo Moro? La storia non si fa con i se, ma qualcuno tra i servizi stranieri e quelli italiani non fece quello che avrebbe dovuto”.

Fioroni parla al quotidiano romano Il Tempo, in un’intervista a Dimitri Buffa. Racconta gli elementi che la commissione d’inchiesta ha messo in fila in questi anni. “Già dal 17 febbraio 1978 il colonnello Stefano Giovannone, capo centro Sismi a Beirut, manda un primo cablogramma in Italia. Dice che Abu Abbas (fondatore e capo del gruppo paramilitare Fronte per la liberazione della Palestina, ndr) gli avrebbe raccontato che le Br, insieme a terroristi europei, stavano per realizzare un attentato a una nota personalità in Italia”.

Il deputato descrive un Moro inquieto. “Sembra che qualcuno si sia attivato ai primi di marzo, prima del sequestro, ma poi abbia lasciato cadere la cosa. Moro, essendo amico di Giovannone, forse aveva saputo e la sera prima dell’agguato ricevette nel proprio studio il capo della polizia. Era inquieto, credo avesse preoccupazione di ciò che poteva accadere. La mattina dopo il capo della Digos Domenico Spinella, che la sera precedente aveva parlato proprio con il capo della polizia, si sarebbe precipitato da Moro prima che uscisse di casa. Purtroppo non fece in tempo”.

I palestinesi, secondo Fioroni, collaborarono con Giovannone per aiutarlo a trovare il covo dove Moro era prigioniero. “Ci sono comunicazioni del 24 e 25 aprile che parlano di un contatto tra palestinesi e Br in Germania. Quella notte Giovannone era pronto a recarsi a Roma con un aereo dell’Eni da Beirut. In quei giorni Moro scrive delle lettere a Renato Dell’Andro ed Erminio Pennacchini in cui fa riferimento all’importanza di avere Giovannone in Italia per trattare con i brigatisti. Ciò fa ipotizzare un canale di comunicazione diretto con il covo, che non è ancora stato individuato”.

Il presidente della commissione d’inchiesta parla di testimoni mai ascoltati prima. “Ci hanno detto della presenza di bene due moto a via Fani e della quasi certa presenza di gente che gridava ‘achtung’ a bordo di una di queste moto. I Ris, inoltre, hanno stabilito la possibile presenza dell’affiliato alla ‘ndrangheta Antonio Nitra sul luogo del crimine. Poi la storia del bar Olivetti, che sarebbe stato usato dai brigatisti come luogo per l’agguato. Abbiamo fornito alla magistratura romana gli indizi di un probabile covo mai scoperto prima in via Licinio Calvo. Per non parlare dei proiettili di via Fani: gli stessi trovati a via Gradoli. Poi tutti gli aspetti ancora oscuri sulle trattative per salvare Moro. Insomma, non credo che la commissione abbia fatto un lavoro inutile. Ha indagato su cose mai approfondite prima”.


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29 gennaio, 2017

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