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Bilanci di fine anno 2016 - Politica - Intervista fiume a Giuseppe Fioroni (Pd) che si dice disponibile all'appoggio di una ricandidatura Michelini

“Per il parlamento? Ci vedrei bene una donna”

di Paola Pierdomenico

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Giuseppe Fioroni

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Giuseppe Fioroni

Giuseppe Fioroni

Viterbo – “Per il parlamento? Ci vedrei bene una donna”. Giuseppe Fioroni candida una donna e torna a ribadire la sua idea di un Pd inclusivo e capace di costruire alleanze per allargare la base elettorale, specificando che “l’arroganza della solitudine”, di moda anche nella Tuscia, non porta lontano.

Sulle candidature in parlamento, auspica un contributo al femminile. E velatamente fa capire che sia pure nuovo. Lui non lo dice ma il nome non può non essere quello della fedelissima Luisa Ciambella.

Non ha dubbi, poi, sul suo appoggio a un eventuale Michelini bis, ma lascia al sindaco la scelta di rimettersi in gioco per un nuovo mandato. 

Che anno è stato per il Pd?
“Un anno di lavoro intenso – dice Fioroni -. Abbiamo rimesso in moto l’Italia con una serie di riforme, che si attendevano da anni, da quella del lavoro a quella della scuola, dal “Dopo di noi” a una serie di leggi sul sociale e le politiche fiscali. Quindi il tentativo di riforma costituzionale e la legge elettorale. Il Pd e il suo premier hanno preso un impegno con gli italiani e cioè quello di fare le riforme, lo hanno mantenuto e le hanno messe in campo, offrendole alla valutazione del paese”.

Il referendum ha parlato chiaro.
“Il referendum c’è stato ed è stata la festa della democrazia, perché è andato a votare il 25 per cento in più degli elettori degli ultimi anni. Gli italiani hanno dimostrato di essere un popolo che ama partecipare e decidere. E hanno deciso votando “no”, con un risultato che, indubbiamente, ha meravigliato molti. E’ anche vero, però, che il referendum ha avuto un elevato tasso di politicizzazione e non c’è stata, invece, una discussione nel merito. Era inevitabile la sofferenza del “sì” e quindi la sconfitta. C’è stata poi un parte che, con più forza degli altri, ha detto “no grazie” a quelle riforme”.

A chi si riferisce?
“Al Sud, in cui il partito deve essere più aperto, perché come ha detto Renzi, abbiamo sbagliato a pensare che nel Meridione bastasse l’impegno di presidenti di regione o degli eletti più rappresentativi. Il partito è molto più di questo, è una rete di persone che si impegnano e che condividono. Poi mi riferisco al mondo giovanile: il segretario rottamatore è stato premiato da rottamati e bocciato dalla fascia generazionale che ha provato a interpretare. Il risultato referendario obbliga a una riflessione perché con quel risultato si è chiuso un ciclo della vita politica del paese”.

Cosa intende?
“Si chiude definitivamente la seconda Repubblica e si chiude, per certi versi, il modello del partito a vocazione maggioritaria che vince da solo perché è più bravo. Un’idea che si è infranta il 4 dicembre quando ci è stata, invece, riconsegnata la concezione che, per governare, servono alleanze e coalizioni, soggetti politici con cui condividere”.

Non a caso avete proposto il Mattarellum, quindi…
“Appunto per la ricostruzione di una coalizione che consegni il governo del paese a chi è molto prossimo o tende a un consenso che superi il 50 per cento e che ha la maggioranza assoluta per non avere la sensazione di non essere rappresentativi. Alleanze sia a livello nazionale che locale, perché il Pd che vince da solo è un modello che non è più nello scenario politico. E la legge elettorale che presentiamo sarà, o mista come il Mattarellum, o comunque con una percentuale di proporzionale maggiore di quanta ce ne sia stata finora. Perché gli italiani hanno voglia di scegliere più soggetti politici in un sistema di ormai almeno tre schieramenti”.

Ben vengano le alleanze.
“E’ archiviata l’idea di essere egemoni nel Pd, nell’ossessione di governare il partito per poi governare il paese. Un’esperienza che ha caratterizzato una fase ormai démodé della sinistra del paese.

Oggi il Pd è il partito la cui forza di responsabilità gli permetterà di costruire alleanze e coalizioni in grado di poter governare su progetti condivisi che allargano la base elettorale. Un concetto che ho espresso e che, tra le ire di qualche amico viterbese, è stato poi ripreso dal presidente Zingaretti perché ormai è questo lo scenario della politica futura che ci riguarda tutti”.

Quindi, nella Tuscia, per esempio, ai MoRi va riconosciuto il loro ruolo di alleati.
“Questo è un problema dei MoRi… “.

Mazzola ha detto che lei è il loro avvocato.
“Il simpatico Mazzola, a cui voglio bene, non ha capito che il referendum ci consegna un paese in cui vince chi allarga la base elettorale. Vince, per dirla come Moro, chi genera principi di inclusione, condivisione e partecipazione. Chi allarga la base elettorale che ci consente di vincere con una alleanza coesa. In questa provincia, mi auguro che il Pd sia in grado di interloquire coi MoRi, perché se non lo fa, perde tutto. E dico di più, abbiamo il dovere di parlare anche con una parte di sinistra moderata che non si riconosce nel Pd. Sono uno che, come Renzi, guarda con attenzione all’esperimento Pisapia, ma se noi bombardiamo Pisapia e bombardiamo i MoRi, non andiamo avanti”.

Cioè?
“La politica è la capacità di includere, non il contrario. E’ avere l’umiltà di costruire il consenso su progetti e valori. L’arroganza della solitudine, che è molto di moda nel paese e nella provincia, non porta da nessuna parte. Se, da quando i MoRi sono nati, noi avessimo avuto un atteggiamento di inclusione e di dialogo, forse oggi staremmo meglio guardando al futuro. Parlo di qualcosa che non è più una possibilità ma un obbligo per il Pd a meno che, a Viterbo, non ci sia ancora una logica del dire “meglio soli all’opposizione, che governare insieme”. Mi rifiuto però di crederlo. Governare in coalizione significa avere rispetto per gli altri e quindi la capacità di poter vincere. Un esercizio di umiltà e intelligenza politica che sper abbiano tutti”.

Ha parlato di un Pd contro i capibastone e di una sanità libera dalla politica. C’è chi ha detto “da che pulpito…”.
“Non giudico mai, anzi, ritengo sempre temerari coloro che salgono in cattedra per farlo, perché poi, di solito, sono quelli più avvezzi a vedere le pagliuzze degli altri e mai le travi nei propri occhi. Mi sembra di aver solo ribadito la posizione nazionale: pensavamo che in Campania, per vincere, fosse sufficiente il presidente De Luca e lo stesso in Sicilia con Crocetta. Abbiamo visto invece che non è così. Un Pd che vuole rappresentare la complessità della società italiana, deve essere un Pd che all’esterno, nella coalizione, e all’interno, nel partito, deve favorire inclusione e condivisione per essere forte.

Le ragioni dell’unità non sono usare il bastone con il 51 per cento dei consensi, ma governare compartecipando. La strada che ci ha consegnato il referendum e l’indirizzo dettato da Renzi sono concetti che mi sono permesso di dire a Viterbo, con l’augurio che venissero accolti. Dopodiché, la democrazia è bella perché ognuno fa quello che vuole. Se ci si sente sicuri di vincere da soli, anche con esercizio di forza millesimale, bombardando tutti i possibili alleati, va bene, ma di ciò ognuno se ne assume poi la responsabilità. Non può esistere nel dibattito politico un reato di lesa maestà nel dire che bisogna essere più inclusivi e capaci di costruire le coalizioni per essere vincenti. La politica non lo ammette e se qualcuno si sente leso vuol dire che non riesce a comprendere la complessità che stiamo vivendo”.

E sulla sanità?
“Non ho detto nulla di nuovo, ma solo che apprezzo il lavoro del direttore generale della Asl Donetti e che le dobbiamo dare una mano, perché ci sono dei dati, specie sulla mobilità passiva degli ultimi anni, che mettono paura. Non posso fare una reprimenda a lei, che è arrivata ieri, per quello che è emerso ultimamente. Se chiediamo in giro l’opinione sul nostro ospedale, abbiamo materia per capire che dobbiamo intervenire rapidamente”.

Quindi?
“Se dico che, in una provincia, bisogna aiutare il direttore generale e far fare un passo indietro alla politica, significa che, ormai è necessario che i viterbesi sappiano che quando viene un primario in città, viene perché è il più bravo e non perché è amico di qualcuno.

Devono sapere che possono andare a Belcolle perché abbiamo costruito una struttura che evita i viaggi della speranza fuori regione. Dire che la politica deve mettersi al servizio del fare, mi sembra solo un dato di fatto che non deve generare un reato di lesa maestà… E’ banale saggezza”.

Si è creata anche una polemica sulle sue dichiarazioni in merito all’iscrizione ai circoli quando, all’incontro a San Martino, ha citato Canepina e Viterbo…
“Ho citato Viterbo e Canepina, non per dare colpe, ma solo per dire che c’era un tempo in cui, quando Dc e Pc avviarono la fase costituente, attinsero alle migliori energie del paese. C’erano persone che, spontaneamente, si recavano nelle sezioni dell’uno e dell’altro partito a chiedere di potersi iscrivere e partecipare. Questo perché allora, e per decenni, gli italiani credevano in qualcosa e poi sceglievano qualcuno. La politica era fatta di identità e di appartenenza.

Oggi noi abbiamo abituato gli italiani a scegliere qualcuno che ti promette e ti dà, prescindendo dal credere in qualcosa. E’ il degrado della politica. Purtroppo, abbiamo pensato che concetti come il credere nei valori, che generano identità e appartenenza e portano la gente ad andare alle sezioni, fosse qualcosa che non serviva più. Un dibattito inutile invece di soffermarsi su temi davvero importanti”.

Tipo quali?
“Le guerre dimenticate e l’indifferenza e l’aridità dell’animo. All’incontro di Natale, quello che mi ha colpito è che abbiamo lanciato, come amici, l’idea di fare un Natale diverso e di solidarietà. Ne approfitto per ringraziare le centinaia di persone che hanno dato un contributo perché la Caritas potesse fare i propri pacchi natalizi per le famiglie in povertà. Un impegno che dovremmo continuare a mettere in campo a dimostrazione che i viterbesi non sono solo sensibili, ma anche disponibili ad aiutare chi ha bisogno.

Bisogna pensare alla povertà, ma non solo nel mondo. Parlo della povertà a casa nostra, nella nostra Viterbo, con il ceto medio che si impoverisce e la periferia in cui gli anziani fanno la fame con le pensioni di una volta. E questo è un tema su cui occorre una mobilitazione straordinaria e non di uno schieramento, ma di tutte le forze vive della città per affrontare questo tema che non può riguardare la parrocchia o il vescovo, ma tutti.

Ma a nessuno è importato e si è sviluppato il dibattito sui pulpiti, sui gradini, sui circoli e le lese maestà e mi è solo sembrata l’ennesima occasione persa”.

C’è la fila per il parlamento, Mazzola, Mazzoli… lei che farà, si ricandida?
“La cosa più importante ora è la legge elettorale con la possibilità che i cittadini scrivano il nome del deputato e del senatore. Perché ricreare il rapporto eletto-elettore, con quest’ultimo che sceglie, a mio avviso, è la strada maestra che garantisce l’autorevolezza del candidato eletto.

Le liste le fa la direzione nazionale del partito che farà tesoro di tutte le indicazioni e sceglierà i migliori a potersi candidare. Se sarò utile, me lo chiederanno altrimenti continuerò il mio servizio in altri impegni”.

A un’ipotetica richiesta direbbe sì o no?
“Da qui al 2018, che faccio, ci penso adesso? – chiede ironico – Non sono più nella fase di doverci pensare così tanto prima. A Viterbo è giusto che ci siano tanti aspiranti alla camera e, con le preferenze, vinceranno i più bravi. Mi auguro pure possa esserci qualche donna, visto le due uscenti, che possa mettersi in pista. In parlamento ci vedo bene una donna. Per quanto riguarda me, credo di rientrare in quel gruppo di dirigenti nazionali e fondatori del Pd che possono decidere col segretario, all’ultimo momento, l’impiego per dare il contributo migliore. Non ho un problema di candidatura locale”.

A Viterbo, sosterrà una nuova candidatura di Michelini?
“Vedo dibattiti surreali per cui, un giorno, sono suo amico e un altro no. Ci conosciamo dal 1985 e siccome siamo persone serie, per noi, questo rapporto viene prima della politica. L’esperimento a cui Michelini ha dato vita, alla luce di quanto è successo il 4 dicembre, dimostra che quella è la strada e cioè il saper allargare la coalizione e l’orizzonte della condivisione di un progetto e di un programma”.

In che modo?
“In generale, credo non possano più esistere coalizioni in cui il Pd è l’elemento di tensione. Il Pd è il pilastro della coalizione e, proprio per questo, deve essere includente e favorire la partecipazione. Non potrà mai più succedere che sia la causa di una crisi di una qualsiasi amministrazione”.

Le è sembrato un sindaco all’altezza e che dunque può continuare?
“Se continuare o no, dovrà dirlo Michelini. Solitamente, secondo le regole non scritte della politica, un sindaco al primo mandato, si ricandida, a meno che non decida il contrario o ipotizza di fare altro. E’ una scelta che è in capo a lui”.

E lei quindi sarebbe pronto a sostenerlo?
“Non ho dubbi da questo punto di vista, non appoggio mica il sindaco del centrodestra. Ma spetta a Michelini dire cosa vuol fare, alla luce dei suoi impegni personali, di lavoro. Delle sue aspirazioni. Se decide, si va avanti”.

Paola Pierdomenico


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2 gennaio, 2017

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