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Roma - 16 addetti su 100 esonerati dal lavoro in prima linea

Sanitari imboscati, record nella capitale

L'ospedale San Camillo Forlanini

Roma – L’ospedale San Camillo Forlanini

Roma  – Non finisce di sorprendere la saga degli statali imboscati che al lavoro in trincea preferiscono le retrovie. Una iattura soprattutto per la sanità. Soprattutto a Roma e nel Lazio. Con le solite ricadute (negative) sulle tasche dei contribuenti. Viterbesi compresi. Basta poco per evitare di stare in prima linea. In primis la famosa e famigerata 104. Nel settore pubblico la legge che offre una serie di benefici ai disabili gravi e ai loro parenti è utilizzata dal 13,5% dei dipendenti contro il 3,3% del settore privato. Una mano santa per ottenere allevianti esoneri, nella sanità come nella scuola, sono invece le cosiddette “inidoneità parziali”.

E proprio sul fronte sanità Roma è la capitale degli esonerati dal lavoro in prima linea. Assunti come medici, tecnici, ausiliari e, soprattutto, infermieri, sono finiti dietro una scrivania. Niente notti, niente sala operatoria, no a turni stressanti né tanto meno l’invito “giro-letti”, a pulire e a cambiare i pazienti. E’ nella capitale che si concentra la percentuale più alta dei cosiddetti prescritti, addetti del servizio sanitario pubblico, esonerati da guardie, turni e contatti con i malati.

Secondo i dati della ragioneria generale dello stato si tratta di 16 addetti su 100 (uno su sette), il doppio della media nazionale. Accade nelle tre aziende ospedaliere, San Camillo, San Giovanni e San Filippo Neri, all’Umberto I, il più grande policlinico universitario d’Europa, e nella Asl del centro.

Se poi agli esoneri si aggiungono permessi, congedi parentali, assenze per patologie, la percentuale di fuga dalla “front line”, lievita intorno al 20 per cento. Al San Camillo, il più grande ospedale romano, su 2.800 infermieri (3.800 dipendenti in tutto) sfiorano quota 500 gli esonerati dal lavoro per il quale sono stati assunti. Non sono assenteisti, sono impegnati nella settantina di ambulatori diurni, intorno ai 150 letti dei day hospital, nei servizi della farmacia ospedaliera o sparpagliati dietro le centinaia di scrivanie. A debita distanza dal capezzale degli oltre mille ricoverati.

Un tentativo di sanare la situazione fu fatto con il contratto 1998-2001: promozioni solo per chi era impegnato in prima linea. Il tentativo fallì e gli scatti arrivarono per tutti anche grazie al pressing di politici e sindacati. In busta paga 200mila lire in più di media e la beffa di dover appaltare all’esterno i lavori “sporchi”. Oggi i servizi di assistenza diretta affidati alle cooperative sociali, ai cococo e alle partite Iva gravano sul servizio sanitario del Lazio per oltre 250 milioni di euro. Una cifra enorme che ha vanificato il blocco del turnover imposto dal piano di rientro dal deficit sanitario.
 

10 gennaio, 2017

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