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Operazione Cashier's Check - Come agiva la banda sgominata dai carabinieri: 6 arresti e 42 indagati

Assegni contraffatti a regola d’arte…

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Operazione Cashier's check - Gli assegni prelevati a Napoli dal corriere viterbese e destinati ai referenti per l'area di Viterbo e Roma

Operazione Cashier’s check – Gli assegni prelevati a Napoli dal corriere viterbese
e destinati ai referenti per l’area di Viterbo e Roma

Operazione Cashier's check - Un assegno clonato

Operazione Cashier’s check – Un assegno clonato

Viterbo - Operazione Cashier's check

Viterbo – Operazione Cashier’s check

Viterbo - Operazione Cashier's check

Viterbo – Operazione Cashier’s check

Operazione Cashier's check - Gli arrestati viterbesi Marco Antonio Carriere e Giuseppe Salustro

Operazione Cashier’s check – Gli arrestati viterbesi Marco Antonio Carriere e Giuseppe Salustro

Viterbo – Assegni contraffatti di ottima qualità. In un lampo. I sei componenti del sodalizio criminale sgominato dall’operazione Cashier’s Check erano capaci di agire a tempo di record. Nel giro di una decina di giorni dalla spedizione in busta chiusa, gli assegni di rimborso circolari rubati dai centri di smistamento postale di Milano, Bologna e Ravenna e mai recapitati ai destinatari erano già pronti per l’incasso. In totale gli investigatori viterbesi ne hanno sequestrati 247, per un ammontare di oltre 320mila euro.

Tra gli indagati, in tutto 48, ci sarebbe anche un calciatore della serie dilettanti. Il 10 per cento degli assegni andava ai 42 prestanome (terzo livello della presunta associazione per delinquere). Il 25 per cento ai referenti – i viterbesi Marco Antonio Carriere e Giuseppe Salustro, la 30enne Immacolata Norato di Castellammare di Stabia e il 48enne romano Fabrizio Gargano – che reclutavano i prestanome a Viterbo, Napoli e Roma (secondo livello). Il 65 per cento, infine, andava ai promotori (primo livello), cioè Fabio Tomolillo e Salvatore Ricciardi, 38 e 35 anni di Pomigliano D’Arco.

Il problema sta nel meccanismo legislativo, che prevede il rimborso a mezzo di assegni circolari inviati in una semplice busta chiusa per posta e che possono essere facilmente asportabili. Intercettati presumibilmente da una o più talpe all’interno dei centri di smistamento postale, gli assegni venivano inviati a Napoli. Qui venivano perfettamente clonati, con apparecchiature sofisticate. Il nome del beneficiario era quindi sostituito con quello del prestanome, 15 dei quali agivano a Viterbo, 20 a Roma e 7 a  Napoli. Sono i 42 indagati a piede libero. Le teste di legno, istruite ad hoc, aprivano conti correnti in banca a proprio nome. Poi, accompagnati dai referenti del sodalizio, portavano i titoli in banca per l’incasso.

I controlli erano serratissimi. Il referente aspettava fuori. Poi inviava a Napoli, tramite Whatsapp, la foto della ricevuta dell’avvenuta transazione. Stesso passaggio, una volta maturati i tempi, dopo avere effettuato il prelievo. Foto su Whatsapp della cedola dell’avvenuta riscossione, da inviare ai vertici napoletani dell’organizzazione. Solitamente i soldi venivano consegnati direttamente a Napoli, in contanti, quando i referenti andavano a ritirare una nuova partita di assegni clonati da cambiare. Oppure tramite ricariche su Postepay evolution. Chi sgarrava veniva punito, come la giovane viterbese aggredita il 15 febbraio 2016, cui è stata danneggiata la macchina e che ha riportato una prognosi di 30 giorni, perché avrebbe tentato di tenersi i soldi. 

Complesse e articolate le indagini. I militari del nucleo investigativo del comando provinciale dei carabinieri, coordinati dal sostituto procuratore Massimiliano Siddi, si sono avvalsi sia delle intercettazioni, sia dei metodi tradizionali di indagine. L’inchiesta nel frattempo prosegue, anche alla luce dei sequestri effettuati durante le 18 perquisizioni di mercoledì mattina, in concomitanza con la notifica delle sei ordinanze di custodia cautelare. Gli uomini del comandate Giuseppe Palma hanno trovato prevalentemente materiale cartaceo. Ma anche marijuana e hashish, nella disponibilità di uno dei due viterbesi finiti a Mammagialla. Entrambi noti alle forze dell’ordine, uno ha anche precedenti per maltrattamenti alla compagna. 

Ma chi sono le vittime del giro di assegni rubati dell’operazione Cashier’s check? Da una parte i mittenti, enti pubblici e società private, come Inps, Inail e assicurazioni. Dall’altra i 247 destinatari degli assegni rubati dall’associazione a delinquere smantellata dalla procura. Teoricamente tutti parte offesa, e potenziali parti civili, in un eventuale procedimento. Nell’ordinanza di custodia cautelare notificata ai sei arrestati, si parla di assegni rubati, facendo riferimento ai mittenti.

In ogni caso per i destinatari dei rimborsi, sparsi in tutta Italia, possono aprirsi le strade dei ricorsi in sede civile. Con il rischio che in 257 si rivolgano al tribunale di Viterbo per avere copie degli atti. “Potrebbero travolgerci di richieste. Sono possibili contenziosi tra i privati e gli enti pubblici o privati – spiega il procuratore capo Paolo Auriemma – l’Inps o le assicurazioni, per fare un esempio, possono sempre dire al privato ‘io il rimborso te l’ho mandato e a me risulta incassato'”.


Multimedia: video: Le immagini dell’operazione e degli arresti – La conferenza stampa – Fotocronaca: Operazione Cashier’s check – Gli arrestati – slide – Operazione Cashier’s chek – La conferenza – slide


Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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24 febbraio, 2017

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