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Viterbo - L'ex direttore generale indagato con l'imprenditrice Lina Parsi e due impiegate - L'accusa è di truffa, abuso d’ufficio, falso e violenza privata

Caso Gigli – Ater davanti gup, ma le parti civili non si presentano

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Ugo Gigli e l'avvocato Enrico Valentini

Ugo Gigli e l’avvocato Enrico Valentini

Viterbo – Caso Gigli – Ater al via davanti al gup Stefano Pepe l’udienza preliminare. Ma le tre presunte parti offese non si presentano, l’altro giorno. Con l’ex direttore generale Ugo Gigli, 77 anni, sono finiti nel registro degli indagati due impiegate dell’ex istituto case popolari e la compagna. Le dipendenti sono Antonella Zei e Simona Laureti. La compagna, 72 anni, è la nota imprenditrice viterbese Lina Parsi. In quattro rischiano il processo per truffa, abuso d’ufficio, falso e violenza privata. “Manca solo il peccato originale”, commentò ironico il difensore Valentini all’arrivo dell’ennesimo avviso di fine indagine.

Parti offese l’Ater, l’Inps e un impiegato che sarebbe stato costretto a licenziarsi. Ma non si sono presentati, né tantomeno si sono costituiti parte civile. In aula c’era invece come sempre Ugo Gigli. E per la difesa, gli avvocati Enrico Valentini, Marco Russo, Matteo Moriggi e Luca Chiodi. Falsa partenza. Tutto rinviato a giugno per un difetto di notifica.

L’ex dg, secondo l’accusa, avrebbe gestito l’azienda pubblica come un bene privato, procurando vantaggi economici a sé, a una cerchia di dipendenti, a parenti e amici. Sarebbe ad esempio riuscito a far acquistare alla convivente, simulando un diritto di prelazione, un immobile venduto dall’Ater a 140mila euro, senza gara e con una dilazione decennale al tasso dell’1% invece del 4,34%. Avrebbe affidato direttamente lavori o servizi a un ristretto numero di parenti e amici, senza bando e con criteri arbitrari e personali. In quattro si sarebbero spartiti un milione e mezzo di euro, pari al 50% del fatturato.

Tra il 2010 e il 2014, avrebbe erogato quasi un milione di “premio risultato” a sé e altri dipendenti, su presupposti inesistenti, in modo arbitrario e non correlato al merito. Risalgono allo stesso periodo altri 46mila euro di presunti “incentivi” distribuiti illecitamente, 31mila a sé e il resto a quattro dipendenti. Sei fidati funzionari avrebbero inoltre beneficiato di un incremento del 30% di stipendio, come “retribuzione di persona”. Non solo. Andato in pensione, ma rimanendo nelle stesse funzioni con un contratto co.co.co, avrebbe, secondo l’accusa, truffato l’Inps per 180mila euro. E avrebbe anche falsificato la durata del contratto stipulato nel 2011 con l’allora presidente Maria Gabriela Grassini, permanendo nella carica oltre il tempo stabilito, fino al “licenziamento” di gennaio.

 

 


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1 febbraio, 2017

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