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La Asl ha sospeso il primario di medicina trasfusionale

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Tiziana Riscaldati [4]

Tiziana Riscaldati

L'ospedale di Belcolle [5]

L’ospedale di Belcolle

Viterbo - Belcolle - Assenteismo e truffa ai danni dell'Asl [6]

Viterbo – Belcolle – Assenteismo e truffa ai danni dell’Asl

Viterbo - La Asl [7]

Viterbo – La cittadella della salute, sede della Asl

Viterbo – La Asl ha sospeso Tiziana Riscaldati. Venerdì sera la notifica del provvedimento al primario di medicina trasfusionale dell’ospedale di Belcolle, indagata di punta dell’inchiesta sui furbetti dell’azienda sanitaria viterbese.

Dopo l’interdizione stabilita dal tribunale, per la dirigente Riscaldati è arrivata anche la sospensione. Questa volta direttamente dalla Asl, che nelle prossime ore nominerà il suo sostituto. Domani invece, a mano a mano che l’ufficio provvedimenti disciplinari formulerà gli atti, l’azienda notificherà i procedimenti disciplinari anche agli altri medici e infermieri indagati.

Tiziana Riscaldati, 60 anni, è tra i ventitré accusati a vario titolo di falso e truffa. Tra questi anche un’infermiera già sospesa dal servizio: Stefania Gemini, addetta alla predisposizione della liquidazione dell’unità operativa di medicina trasfusionale.

L’indagine della Guardia di finanza, coordinata dalla pm Paola Conti, prende il via a fine 2015. Dalle intercettazioni di una precedente indagine, gli agenti del nucleo tributario scoprono che nel reparto di medicina trasfusionale c’è chi timbra il cartellino e poi si allontana dall’ospedale di Belcolle. Ma anche chi vidima il badge dei colleghi che restano a casa o si dedicano ad altro: una dipendente è stata sorpresa a fare spese, un’altra ad assistere a una recita di Natale.

I finanzieri li hanno videoripresi per circa tremila ore. Poi pedinamenti e appostamenti, fino ad arrivare alla notifica del 415 bis, l’avviso di conclusione indagini. Nel corso delle indagini è emerso che negli ultimi cinque anni dodici tra medici e infermieri avrebbero anche gonfiato i propri stipendi per un importo complessivo di un milione e 300mila euro. Avrebbero sfruttato una delle caratteristiche del reparto: l’assistenza, a pagamento, in casa dei pazienti. La frode sarebbe stata posta in essere attraverso false attestazioni relative a trasfusioni di sangue a domicilio in giorni di assenza dal lavoro, in alcuni casi anche mentre erano in ferie. Oppure gonfiate nella quantità del servizio reso, o effettuate ma rendicontate anche a favore di colleghi che in realtà non c’erano.



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