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Operazione Drum - Una sessantina gli arrestati - Nei guai anche un carabiniere e una famiglia che gestisce forni e un agriturismo tra Marta e Tuscania

Maxiretata antidroga, in 24 davanti al gup

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Operazione Drum - Due degli arresti

Operazione Drum – Due degli arresti

Viterbo – Maxiretata antidroga, dopo tre anni e mezzo l’operazione Drum finisce davanti al gup. Sono 24 gli indagati che rischiano il processo. E’ il blitz scattato all’alba del 25 giugno 2013 con la notifica di ben 61 ordinanze di custodia cautelare, 23 nel Viterbese. 

Lo stupefacente sarebbe stato ordinato nella capitale grazie a contatti diretti con esponenti dei clan di San Basilio, del mercato dell’Olgiata e del litorale, quindi portato nel Viterbese da corrieri – tra cui disoccupati e pensionati incensurati – per poi essere piazzato sul territorio tramite un nutrito numero di pusher. Nel corso dell’operazione furono sequestrati oltre due chili di droga. Si calcolò un giro d’affari da oltre un milione, tra la Tuscia e la capitale. In provincia, oltre al capoluogo, furono interessati anche Tuscania, Marta, Montefiascone, Arlena di Castro e Capodimonte. A  Roma i quartieri San Basilio, Cassia, Olgiata, Monte Mario, Trionfale e Acilia. Sul litorale a Ostia e a Civitavecchia. 

Al centro dell’indagine l’agriturismo “Il Castellaccio” e alcuni forni tra Marta e Tuscania. L’intera famiglia dei gestori fu raggiunta dall’ordinanza di custodia cautelare: il padre Giuseppe Cherubini, la madre Maria Teresa Bartolacci, il figlio Oliviero e le figlie Santina e Simona. Agriturismo e forni sarebbero stati utilizzati come punti di stoccaggio dello stupefacente. Nelle intercettazioni, la droga veniva chiamata in modi fantasiosi e pittoreschi: “Sono arrivate le pecore”, “Mi serve altra farina”.

Tra gli arrestati fece scalpore il nome di un carabiniere di Tuscania, Paolo Conio, accusato di falso ed estorsione. Quest’ultima perché avrebbe chiesto denaro in cambio di informazioni riservate sulle indagini e sui controlli antidroga dell’arma. Il militare fu rimesso in libertà  dallo stesso gip dopo 17 giorni di carcere, senza dover passare dal Riesame. Per la difesa, sarebbe stato inguaiato dal fratello tossicodipendente, che approfittava della posizione del congiunto per vantarsi al telefono con i suoi fornitori della possibilità di avere informazioni riservate, alle quali però il carabiniere non avrebbe mai potuto avere accesso. 

Furono giorni cruciali per la sessantina di indagati, dopo l’annullamento da parte dei giudici capitolini dell’ordinanza di misura di custodia cautelare delle sorelle Simona e Santina Cherubini dell’agriturismo “Il Castellaccio”. Alla base dell’ondata di scarcerazioni la carenza di motivazioni dell’ordinanza, nonostante la solidità delle accuse. Sulla scia del “ricorso pilota”, che era stato presentato dall’avvocato Marco Russo, nei giorni successivi fece ritorno a casa anche la madre Maria Teresa Bartolacci, mentre per un’altra vicenda rimasero in carcere il fratello Oliviero e ai domiciliari il padre Giuseppe. Era per il chilo di hashish rinvenuto a fine maggio tra la sua auto e l’agriturismo, quando per alcuni giorni il giovane si rese latitante scappando a un controllo dei carabinieri.

L’udienza a settembre.


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13 marzo, 2017

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