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Genio e sregolatezza - In 715 pagine la versione dell'accusa - Dito puntato contro il consorzio Cost - Nessuna attenuante per il funzionario del genio civile Lanzi e per l'ex sindaco Santori

“Ecco come si spartivano gli appalti”

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Appaltopoli in aula , il processo Genio e sregolatezza

Su maxischermo la requisitoria dell’accusa

Appaltopoli in aula , il processo Genio e sregolatezza

Al via la discussione, sentenza in autunno

Viterbo – Un enorme tomo targato Genio e sregolatezza. Sono le 715 pagine della poderosa “memoria di cortesia” consegnata dai pm Fabrizio Tucci e Stefano D’Arma agli avvocati degli otto imputati del filone principale di Appaltopoli. Da leggere e ripassare prima delle arringhe difensive che cominceranno a maggio. Ma per la sentenza gli otto imputati, per cui sono stati chiesti complessivamente oltre 25 anni, dovranno aspettare l’autunno. Dentro c’è il cuore della maxi inchiesta su un presunto giro di gare pubbliche truccate, tra il 2009 e il 2011, da una cordata di imprenditori con la complicità del genio civile.

Nessuna attenuante per il funzionario Roberto Lanzi: “Ha fatto spregio e mercimonio delle funzioni pubbliche”. Oltre a una pesante condanna a 6 anni e 9 mesi, i pm hanno chiesto anche la confisca di 51mila euro: “Sono il prezzo della corruzione, abbiamo trovato annotati anche gli acconti delle tangenti”, ha detto il pm Fabrizio Tucci. Tre anni e mezzo, senza attenuanti, pure per l’ex sindaco di Graffignano, Adriano Santori: “Chiedere il 10 per cento a quel modo a un imprenditore, dalla gara più piccola alla più grande, è grave”.

In tre punti, il modus operandi: 1) la cordata tra imprenditori, finalizzata a spartirsi gli appalti pubblici. “Sistematicamente – ha detto il pm Stefano D’Arma – sono una trentina i capi d’imputazione, ma erano almeno il triplo”. Pari a un centinaio di sospette gare truccate; 2) il genio civile, ovvero il duo composto dai funzionari pubblici Roberto Lanzi e Gabriela Annesi; 3) il consorzio Cost, creato nel 2008 per una cinquantina di imprese. “Il consorzio è il trait d’union – secondo Tucci e D’Arma – la sintesi tra i punti 1 e 2”. 

Per eliminare la concorrenza, le imprese avrebbero concordato tra loro il vincitore delle gare a monte. “C’era un criterio di spartizione – ha sottolineato D’Arma – che si incardinava attorno a Daniela Chiavarino”. L’affare più grosso a Vignanello, un appalto da due milioni e mezzo di euro per opere di urbanizzazione, andato alla Ati Gemma-Chiavarino. “Daniela Chiavarino  – ha detto Tucci – in aula è stata fortemente reticente, ma davanti al gip ha detto chiaramente che non c’era asta pubblica senza tangente a Lanzi”. 

Quando sembrava che la Regione dovesse vietare ai funzionari del genio civile di collaborare con le stazioni appaltanti alle gare pubbliche, Lanzi e Annesi hanno scritto una lettera disperata. “Temevano per i loro interessi economici. Erano in grado di offrire il ‘pacchetto completo’. In pochi mesi hanno fatto 25 gare d’appalto, in pratica una alla settimana, approfittando della loro competenza e della fitta rete di conoscenze, che hanno reso possibili i fatti illeciti. Ovvio che durante il processo tutti abbiano negato di aver subito pressioni”, hanno detto i pm. 

Il consorzio Cost sarebbe stata la “centrale di smistamento dei soldi”. “Lanzi era formidabile a cambiare giacchetta – ha sottolineato Tucci – consulente privato, pubblico ufficiale, membro di commissione nonché direttore tecnico e segretario del Cost, stipendiato dagli imprenditori con un lauto assegno da 2500 euro al mese da un consorzio di imprese che non è mai stato operativo e ha assunto caratteristiche patologiche. Più, a parte, i soldi delle tangenti”. 

Un corto circuito pubblico-privato. Il trucco era fare gare a invito. Invitando direttamente le ditte amiche oppure accordandosi successivamente sul nome del vincitore. Ribasso concordato a tavolino e il gioco era fatto. A monte o a valle, poco cambia per l’accusa. Parola d’ordine era “una volta a te, una a me”. In cambio di mazzette, da versare a Lanzi, pari all’uno-due per cento del valore dell’appalto. Più esoso l’allora sindaco di Graffignano, Adriano Santori, finito nel tritacarne col vice Luciano Cardoni. “Appalti grandi o piccoli, lui voleva il 10 per cento, che fossero i 60mila euro per gli infissi del Comune oppure gli 800mila per la palestra – ha detto Tucci, poi l’affondo – di Santori si diceva che fosse molto venale e solito a battere cassa”.


Le pene chieste dai pm

1) Roberto Lanzi, funzionario del Genio civile: 6 anni e 9 mesi, più una confisca di 51mila euro di beni

2) Adriano Santori, ex sindaco di Graffignano: 3 anni e 6 mesi

3) Gabriela Annesi, funzionario del Genio civile: 3 anni e 4 mesi

4) Luca Amedeo Girotti, imprenditore: 3 anni

5) Fabrizio Giraldo, imprenditore: 2 anni e 6 mesi

6) Luciano Cardoni, ex assessore di Graffignano: 2 anni

7) Angelo Anselmi, imprenditore: 2 anni

8) Giuliano Bilancini, imprenditore: 2 anni


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29 marzo, 2017

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