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Corte d'assise - Feto nel cassonetto - L'uomo, accusato di omicidio volontario e occultamento di cadavere, ha rilasciato spontanee dichiarazioni in aula

L’infermiere ammette di aver scritto la ricetta falsa per la pillola abortiva

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Il cassonetto di via Solieri dove è stato ritrovato il feto

Il cassonetto di via Solieri dove è stato ritrovato il feto

Viterbo – Feto nel cassonetto, il Cytotec (pillola abortiva, ndr) con cui Elisaveta Alina Ambrus si sarebbe procurata l’aborto al settimo mese di gravidanza fu comprato in una farmacia del centro dalla coinquilina con una ricetta a nome dell’infermiere. Che però ha ammesso di averla scritta di suo pugno. 

La piccola, nata viva, secondo l’accusa avrebbe potuto salvarsi se non fosse stata partorita nel bagno di casa dopo avere assunto il medicinale anti-ulcera che ha tra gli effetti collaterali quello di provocare le contrazioni uterine.

L’imputato è Graziano Rappuoli, il 56enne di Tuscania finito sotto processo davanti alla corte d’assise con l’accusa di omicidio volontario e occultamento di cadavere in concorso, nonché di esercizio abusivo della professione medica. Sarebbe stato lui a procurare alla donna, conosciuta nel night club dove lavorava, la ricetta falsa per il Cytotec.

Il processo è entrato nel vivo ieri davanti alla corte composta da sei giurati popolari e due giudici togati, presidente Ettore Capizzi, Rita Cialoni a latere. Difensori Maria Antonietta Russo e Samuele De Santis. Pm Franco Pacifici. Presente l’imputato, che ha preso la parola per dire di avere falsificato lui la ricetta. La madre è stata condannata a 10 anni, ma la difesa ha fatto appello, sostenendo che si sia trattato di un parto precipitoso.

Tra i testi anche la titolare del locale notturno dove la madre, ballerina 27enne romena, faceva la “figurante di sala”. “In pratica faceva compagnia agli avventori, se ordinavano due drink – ha spiegato la donna, imprenditrice d’origine russa –  lavorava dalle 22 alle 4 del mattino per 60 euro a serata, senza percentuali sulle consumazioni”. Ha negato di essersi accorta che fosse incinta, nonostante la gravidanza al settimo mese e gli abiti succinti. “Semmai ho pensato che fosse leggermente ingrassata”. ha detto.

Sulla macchina di Rappuoli, infermiere anestesista in forza a Belcolle, fu sequestrato un intero blocco di ricette in bianco, tutte col timbro dello stesso medico, un dottore del reparto di rianimazione dell’ospedale provinciale.

L’infermiere, rilasciando spontanee dichiarazioni, ha ammesso di avere scritto di proprio pugno sia la ricetta del Cytotec, sia un post-it col solo nome del medicinale, sottolineato a penna, con cui una donna – rimasta ignota – avrebbe tentato di procurarselo pochi giorni prima nella stessa farmacia, Fortini di via Cairoli. 

E’ successo due-tre giorni prima del 2 maggio 2013, quando la madre in preda a un’emorragia gettò la bambina settimina in un cassonetto del Salamaro, mentre l’infermiere l’accompagnava in auto a Belcolle dove la Ambrus fu arrestata dopo il ritrovamento del cadavere. 

“Venne una donna mostrandomi un foglietto con la scritta Cytotec, ma le dissi che serviva la ricetta. Non saprei descriverla, ma non ricordo che fosse incinta”, ha spiegato una commessa della farmacia, senza ricordare altro. Il 30 aprile una delle farmaciste ha venduto una confezione di Cytotec a una donna: “Ricordo che era piccola di statura, scura di carnagione e di capelli, con una coda spettinata, sui 25-30 anni. Non era apparentemente incinta”.

Un ritratto non corrispondente alla Ambrus. E qui il colpo di scena del difensore De Santis che, a sorpresa, ha mostrato alla dottoressa due foto di una donna, risolvendo in pochi istanti il “giallo”. “E’ lei”, ha detto la farmacista. E’ così emerso che si trattava di foto scattate dalla polizia sulla presunta scena del crimine, la casa della Ambrus, in cui si vede la coinquilina. Anch’essa “figurante di sala” nello stesso night club, non risulta tra gli indagati dell’inchiesta. E non si è presentata a testimoniare, per cui sarà citata un’altra volta. 

Regolare per la farmacia la ricetta, di quelle in bianco, col nome, la firma e il timbro del dottore, a nome di Graziano Rappuoli. Il medico, sentito come testimone, ha detto di conoscere l’imputato da quando faceva l’anestesista in sala operatoria: “Ora sono in rianimazione e il timbro può averlo usato chiunque, lo tengo sul bancone quando sono in servizio per compilare i certificati di morte o disporre trasferimenti di pazienti. Ci passa tanta gente, è un reparto aperto e c’è l’unico eco-gas dell’ospedale”. 

Si torna in aula il 29 settembre.

 


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29 aprile, 2017

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