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Mafia - Processo Borsellino quater - Carcere a vita per il capoclan rinchiuso a Mammagialla

Strage di via D’Amelio, ergastolo a Salvatore Madonia

di Stefania Moretti

Salvatore Madonia

Salvatore Madonia

 
Palermo - La strage di via D'Amelio

Palermo – La strage di via D’Amelio

Palermo - La strage di via D'Amelio

Palermo – La strage di via D’Amelio

Caltanissetta – Ergastolo a Salvatore Madonia e a Vittorio Tutino per strage.
Dieci anni per calunnia a Francesco Andriotta e Calogero Pulci.
Non doversi procedere per intervenuta prescrizione per Vincenzo Scarantino, “indotto a false dichiarazioni”.

Termina così “Borsellino quater”, il nuovo processo ai mandanti e agli esecutori della strage di via D’Amelio, in cui morì il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta.

La sentenza di primo grado è arrivata ieri in serata. La Corte d’Assise di Caltanissetta, presieduta da Antonio Balsamo, si era ritirata alle 9,30. I giudici hanno letto il dispositivo dopo undici ore di camera di consiglio.

Per tre anni, dal carcere di Viterbo, il boss Salvatore Madonia ha assistito a tutte le udienze, collegato in videoconferenza da Mammagialla.

Chi è Madonia – Madonia, meglio noto come “Salvino” o “Salvuccio”, 61 anni, vanta uno sterminato curriculum criminale. Come il padre Francesco, detto “Ciccio”, morto nel 2007 e condannato all’ergastolo nel processo “Borsellino ter”. Come pure i fratelli Antonino e Giuseppe (quest’ultimo tra i colpevoli della strage di Capaci), sospettati di essersi alternati con Salvuccio alle riunioni della commissione provinciale di Cosa Nostra, come rappresentanti del clan di Resuttana, quartiere nord di Palermo.

Una vita più in cella che fuori: gli anni Ottanta scorrono tra un arresto e una scarcerazione per Madonia, ma nel ’91 torna definitivamente in prigione dopo tre anni di latitanza. Dietro le sbarre sposa Mariangela Di Trapani, cognome influente tra le zone di Capaci e Resuttana-San Lorenzo; è il 23 maggio 1992, giorno della strage di Capaci. “È il regalo di nozze per Salvino Madonia”, dirà una voce sconosciuta al telefono, in serata, al “Giornale di Sicilia”.

Dalla Cassazione, nel 2008, ottiene una sentenza storica: i supremi giudici accolgono la sua richiesta di avviare un programma di procreazione assistita. Ma soprattutto, dalla cella continua indisturbato a gestire gli affari di famiglia.

Il suo nome è legato all’omicidio di Libero Grassi, l’imprenditore ucciso perché non voleva pagare il pizzo. Paola Belloni, avvocatessa, viceprocuratrice onoraria e curatrice di una collana di biografie di mafiosi, scrive che Madonia non riuscì nemmeno a guardare Libero Grassi negli occhi: per questo gli sparò alle spalle, avrebbe raccontato il pentito Marco Favaloro, reo confesso di aver partecipato all’agguato.

Il processo Borsellino Quater – “Borsellino quater” è l’ultimo capitolo della monumentale vicenda giudiziaria scaturita dalla strage di via D’Amelio.

Nel ’93, Vincenzo Scarantino, tra gli attuali imputati di “Borsellino quater”, è il primo a rivelare i particolari del massacro. Scarantino si autoaccusa del furto della 126 imbottita di tritolo, fatta esplodere sotto casa della madre di Borsellino. Ritrattare due anni dopo non lo salverà da una condanna definitiva, né eviterà “Borsellino bis”, il secondo processo partito dalle sue dichiarazioni. Alla sbarra finiranno Totò Riina, Giuseppe Graviano e altri capimafia accusati da Scarantino di aver partecipato alla riunione in cui si decide che Borsellino deve morire.

Nuove rivelazioni dei pentiti, nuovo processo: i giudici di “Borsellino ter” danno l’ergastolo a Provenzano e a un altro pezzo di Cupola, ma le ammissioni di Gaspare Spatuzza, che si autoaccusa del furto della 126 e disegna una nuova dinamica dell’attentato, rimettono tutto in discussione.

“Cercherò di essere breve”, aveva aperto la sua arringa Flavio Sinatra, avvocato di Madonia e Tutino; per tre udienze di fila ha cercato di smontare la versione di Spatuzza: più di dieci ore di arringa per minare l’attendibilità del grande accusatore e difendere i suoi assistiti dal reato di strage. Madonia mandante. Tutino esecutore materiale. Per loro la procura chiedeva l’ergastolo con isolamento diurno per un anno; quattordici anni per Andriotta e Pulci; otto anni e mezzo per Scarantino.

Madonia e Viterbo – A Viterbo Madonia arriva il 6 aprile 2014. Dal 1992 è al 41 bis.

Si sfoga più volte con i giudici in udienza, durante “Borsellino Quater”. I suoi effetti personali sono bloccati al carcere dell’Aquila. A Mammagialla non arriva né la sua biancheria né gli atti del processo. “Voglio essere messo in condizione di difendermi”, dice più volte in udienza, la voce che arriva rotta e lontana nell’aula di Caltanissetta. Madonia informa puntualmente la Corte sui “problemi tecnici” che incontra al carcere viterbese: non può consultare gli atti in pdf (“non c’è un lettore”), non funziona il condizionatore nell’aula videoconferenze, non gli vengono consegnate le sentenze né i verbali d’udienza.

Il boss di Resuttana arriva fino in Cassazione per contestare la scarsa illuminazione della cella, l’impossibilità di studiare, il bagno alla turca e l’assenza di privacy. Ricorsi ogni volta respinti o dichiarati inammissibili.

Stefania Moretti

21 aprile, 2017

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