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Lago di Vico - Ex sindaci a giudizio - Le difese chiedono il proscioglimento alla prima udienza - Il collegio deciderà il 3 ottobre

“Nessun disastro ambientale, questo processo non si deve fare”

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L'alga rossa al lago di Vico

L’alga rossa al lago di Vico

 

Alessandro Cuzzoli

Alessandro Cuzzoli

 

Massimo Sangiorgi

Massimo Sangiorgi

 

Il pm Franco Pacifici

Il pm Franco Pacifici

Viterbo – Veleni nel lago di Vico, potrebbe chiudersi prima di cominciare il processo agli ex sindaci di Ronciglione e Caprarola, Massimo Sangiorgi e Alessandro Cuzzoli, accusati di disastro colposo, omissione di atti d’ufficio e distribuzione al consumo umano di acque contaminate. 

Gli imputati chiedono il non luogo a procedere prima dell’ammissione delle prove. Il colpo di scena è arrivato ieri alla prima udienza davanti al collegio, finita con la richiesta di non luogo a procedere, sulla quale la terna giudicante si è riservata di decidere il 3 ottobre.

Per i difensori di Cuzzoli e Sangiorgi le conclusioni cui è giunto il professor Pietro Gallina al termine dell’incidente probatorio dicono che “il lago è perfettamente in salute e che lo era anche nei sei anni precedenti il 2013”, il che farebbe venir meno la causa di procedibilità.

Al centro della lunga inchiesta che ha riguardato il lago di Vico, fiore all’occhiello della riserva naturale, le temute alghe rosse, la presunta eutrofizzazione delle acque, l’arsenico. Un rischio, secondo l’accusa, per la salute delle popolazioni che da tempo immemorabile ne facevano uso potabile, per arginare il quale non avrebbero fatto abbastanza i due ex sindaci. Le loro ordinanze sull’uso dell’acqua potabile, in particolare, sarebbero risultate incomplete e poco chiare. Mentre per quanto riguarda il tema scottante dei presunti “abusi agricoli”, non avrebbero controllato adeguatamente l’uso di concimi e diserbanti nei noccioleti del lago.

L’eventuale colpo di spugna sarebbe un fulmine a ciel sereno per le parti civili, tra le quali due privati cittadini, un uomo e una donna che avrebbero subito danni alla salute. L’uomo, assistito dall’avvocato Massimo Pistilli, si è costituito parte civile all’ultimo momento. Si tratta di un sessantenne appassionato di canoa finito in ospedale con il corpo coperto di bolle dopo un bagno al lago. Le altre parti civili sono il Comitato acqua pubblica, Accademia Kronos, Codici e Codacons. 

In base all’incidente probatorio, il vero nemico non sarebbero le alghe rosse, che non sono tossiche per l’uomo. Si chiama fosforo, ben più invisibile e insidioso, accumulato sui fondali per colpa dei fertilizzanti usati per i noccioleti. Se salisse in superficie significherebbe la morte del lago.

Per questo il professor Pietro Gallina, perito del tribunale, durante l’incidente probatorio disposto dal gip Francesco Rigato ha definito il lago “una tigre dormiente”. Un “pericolo incombente” il fosforo, specie dopo un inverno mite, quando è carente l’apporto di ossigeno della tramontana che ne raffredda, rimescola e disinfetta le acque. Le alghe rosse sono un segnale.

La colpa per il pm Pacifici, titolare dell’inchiesta, non sarebbe però delle “bombe” usate dai proprietari dei terreni, ma di chi ha permesso di sganciarle: “Dei sindaci – secondo il sostituto procuratore – che non hanno adottato provvedimenti utili a scongiurare il disastro”. “Dovevano limitare l’uso dei concimi – ha detto durante la dura requisitoria con cui il 19 maggio 2016 ha chiuso l’udienza preliminare  – in quanto autorità sanitaria locale, con delega per la salvaguardia del demanio regionale dal 2007”.

Silvana Cortignani


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7 giugno, 2017

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