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L'opinione del sociologo

Il centro storico deve diventare un centro commerciale multiservizi

di Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – La signora che si lamenta di vedere il centro di Viterbo morto, i suoi commentatori che lucidamente spiegano i motivi di tanta involuzione… facile dar loro ragione.

Ma se girassero in molti altri centri storici, “dall’Alpi alle piramidi e dal Manzanarre al Reno” vedrebbero il ripetersi di un processo che colpisce città piccole e grandi sparse su tutto il territorio, e non solo italiano.

Si dirà: ma altrove prendono provvedimenti, arginano il processo, trovano soluzioni. Per lo più si tratta di palliativi, di battaglie di retroguardia che si possono anche vincere, ma la guerra rischia comunque di essere perduta.

Non voglio fare il pessimista, ma c’è una realtà su cui sociologi, antropologi, urbanisti stanno lavorando da tempo e il verdetto è sempre lo stesso: i tempi cambiano e il cambiamento si può rallentare, ma non invertire.

Cominciamo da qualche spiegazione di ciò che sta avvenendo.

1) I centri storici si svuotano e la gente va ad abitare in periferia. Vero. Per motivi di risparmio energetico, di spazi, di ambiente, di accessibilità si verifica ormai da oltre mezzo secolo un esodo di abitanti che si sposta dai centri storici alle periferie residenziali, specie se queste sono fornite di servizi adeguati. L’aumento della motorizzazione, in tutte le sue declinazioni, costituisce una forte spinta in tal senso. Certo, ci sono i coraggiosi che restano, come l’ultimo giapponese a guardia dell’isola a guerra finita, ma che trentamila viterbesi dal dopoguerra ad oggi abbiano abbandonato il centro storico e persino certi quartieri a ridosso delle mura, come l’Ellera, dove si trovano ancora edifici di quattro piani senza ascensore, qualcosa vorrà dire.

2) I centri commerciali hanno sempre maggiore appeal. Ovviamente: oltre ad ospitare supermercati che offrono un migliore rapporto prezzi/qualità rispetto al piccolo dettagliante, propongono spazi protetti, sicurezza, comodi parcheggi, interconnessioni commerciali. Si può fare shopping che faccia caldo o freddo, puoi riempire di acquisti l’auto che ti aspetta a poche decine di metri, puoi lasciare i bambini a spasso ché non si perdono e hai a disposizione bagni sempre puliti e sorvegliati.

3) Il centro storico, che in Italia si struttura tra il ‘200 e l’800, appartiene ad epoche in cui la gente girava a piedi, al massimo in carrozza; a parte qualche intervento urbanistico sulle piazze e su qualche direttrice viaria, nessun centro storico è in grado di sopportare un traffico automobilistico: non è solo questione di inquinamento, ma anche di mero spazio fisico (un suv riesce a girare nel gomito di via della Marrocca?) per muoversi e per parcheggiare. D’altronde, fare shopping evitando contemporaneamente le automobili in movimento o in sosta non è piacevole.

4) Che succede allora in centro? Si verifica un processo, detto gentrificazione, che opera in tre modi diversi e opposti. In taluni casi, vecchi quartieri degradati vengono ripopolati da famiglie più abbienti che si possono permettere pesanti interventi migliorativi sugli immobili, garantendo il decoro architettonico e ambientale e un minimo di presenza nei negozi locali. In altri casi i quartieri vengono ri-popolati da immigrati, da gruppi etnici che hanno disponibilità economiche limitate e si accontentano di creare piccole comunità pressoché autosufficienti, ma sovente in conflitto fra loro. In un terzo caso, i centri storici vengono presi d’assalto dalla movida giovanile notturna che è abituata a riempire gli spazi lasciati vuoti dalle generazioni adulte (ecco perché i giovani si muovono a mezzanotte…). Nel secondo e nel terzo caso, peraltro, si verificano inevitabilmente problemi di sicurezza.

Su tutto ciò si possono fare varie riflessioni. Innanzitutto, è necessario rivedere l’identità urbana dei centri storici e le loro reali vocazioni. Se il centro storico è di pregio (tipo San Pellegrino), va conservato e utilizzato alzando l’asticella della sua qualità: quindi, da un lato accettando seppur a malincuore che in certi angoli diventi una sorta di “museo a cielo aperto”; dall’altro che sia riservato ai residenti che ne hanno a cuore la sua protezione; infine, che sia dedicato all’accoglienza turistica, che di per sé esige sicurezza.

Argomentazioni che faranno indignare i più entusiasti lettori delle pagine di Gramsci o di Scotellaro sulla cultura popolare, ma che nel XXI secolo meritano maggiore apertura mentale, senza veteroideologie di ritorno.

Ma il problema resterebbe per la porzione di centro storico di minor valore; che farne? Ammesso che un parte di esso possa essere recuperato allo struscio e allo shopping (Corso Italia, Via Saffi, ecc.), che ne è di certe vie minori senza appeal storico e artistico?

Sembra che sia tutto legato, comunque, alla circolazione automobilistica. A via Cairoli, i marciapiede sono liberi; ma i commercianti sono preoccupati perché i lavori hanno interdetto il flusso automobilistico e i parcheggi lungo la via, pregiudicando la presenza dei clienti.

Ma non è esattamente questo il punto; quel che cambia è lo stile di vita, in termini di consumi, di spostamenti, di relazioni sociali. Fino a qualche anno fa un antropologo veteromarxista come Marc Augé poteva definire i centri commerciali come “non –luoghi” perché l’individuo si spersonalizzava preda della logica di consumi, e poteva preferire i piccoli centri in cui l’individuo manteneva o recuperava la sua identità; oggi la ricerca gli dà torto, dimostra che come minimo le cose sono cambiate: i piccoli centri alienano l’individuo dalla logica globale e persino da quella glocale, mentre i centri commerciali sono nuovi punti di aggregazione e di espressione del sé…

Conclusioni. Una, beffarda: tra vent’anni entreranno in crisi i centri commerciali, perché l’e-commerce avanza a ritmi spaventosi.

L’altra: la porzione “commerciale” e monumentale dei centri storici deve diventare come un grande centro commerciale multiservizi: parcheggi vicini, accessi comodi, customer care, controlli, igiene, sicurezza 24 ore su 24, ed esclusione totale del traffico automobilistico privato, anche quello elettrico. Si possono studiare incentivi e disincentivi a seconda dei casi, forme evolute di bike e car sharing, ma la condicio sine qua non è quella di creare un centro storico quanto meno oil free.

La porzione meramente residenziale, non monumentale dei centri storici va regolamentata: incentivi alle trasformazioni edilizie degli immobili, pur nel rispetto della loro epoca, miglioramento dei servizi pubblici, regolamentazione del flusso automobilistico, ferreo controllo delle condizioni di igiene e di sicurezza, incentivazione delle attività sociali, culturali e commerciali di quartiere.

Non si tratta di riforme particolarmente costose; la chiave infatti sta soprattutto nel cambio di passo della mentalità dei cittadini e dei loro amministratori. Le difficoltà stanno nel fatto che certi provvedimenti all’inizio sembreranno impopolari, disorienteranno certe abitudini e per ciò stesso sembreranno difficili da accettare, soprattutto a due categorie di persone: ai misoneisti, sempre pronti a lamentarsi, ad obiettare, a fare distinguo di lana caprina; e certi politici, attenti più ad accontentare il proprio bacino elettorale che a pensare al vero bene della città.

Per inciso: tutto questo non è il prodotto delle elucubrazioni utopistiche e discutibili del sottoscritto. Si trova negli atti dei vari convegni scientifici europei che negli ultimi dieci anni si sono occupati dei destini dei centri storici e, soprattutto, si trova nei provvedimenti che in talune città, soprattutto del nord Europa, ma anche in Francia, in Spagna e in Italia, sono stai presi con molto coraggio e altrettanta speranza.

Poi ci sarebbe da parlare delle periferie, ma per ora lasciamo stare…

Francesco Mattioli

31 luglio, 2017

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