__

    Condividi: Queste icone linkano i siti di social bookmarking sui quali i lettori possono condividere e trovare nuove pagine web.
    • Facebook
    • Twitter
    • LinkedIn
    • Google Bookmarks
    • Webnews
    • Wikio IT
    • YahooMyWeb
    • MySpace
    • Y!GG
  • Stampa Articolo
  • Email This Post

L'opinione del sociologo

Il centro storico deve diventare un centro commerciale multiservizi

di Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – La signora che si lamenta di vedere il centro di Viterbo morto, i suoi commentatori che lucidamente spiegano i motivi di tanta involuzione… facile dar loro ragione.

Ma se girassero in molti altri centri storici, “dall’Alpi alle piramidi e dal Manzanarre al Reno” vedrebbero il ripetersi di un processo che colpisce città piccole e grandi sparse su tutto il territorio, e non solo italiano.

Si dirà: ma altrove prendono provvedimenti, arginano il processo, trovano soluzioni. Per lo più si tratta di palliativi, di battaglie di retroguardia che si possono anche vincere, ma la guerra rischia comunque di essere perduta.

Non voglio fare il pessimista, ma c’è una realtà su cui sociologi, antropologi, urbanisti stanno lavorando da tempo e il verdetto è sempre lo stesso: i tempi cambiano e il cambiamento si può rallentare, ma non invertire.

Cominciamo da qualche spiegazione di ciò che sta avvenendo.

1) I centri storici si svuotano e la gente va ad abitare in periferia. Vero. Per motivi di risparmio energetico, di spazi, di ambiente, di accessibilità si verifica ormai da oltre mezzo secolo un esodo di abitanti che si sposta dai centri storici alle periferie residenziali, specie se queste sono fornite di servizi adeguati. L’aumento della motorizzazione, in tutte le sue declinazioni, costituisce una forte spinta in tal senso. Certo, ci sono i coraggiosi che restano, come l’ultimo giapponese a guardia dell’isola a guerra finita, ma che trentamila viterbesi dal dopoguerra ad oggi abbiano abbandonato il centro storico e persino certi quartieri a ridosso delle mura, come l’Ellera, dove si trovano ancora edifici di quattro piani senza ascensore, qualcosa vorrà dire.

2) I centri commerciali hanno sempre maggiore appeal. Ovviamente: oltre ad ospitare supermercati che offrono un migliore rapporto prezzi/qualità rispetto al piccolo dettagliante, propongono spazi protetti, sicurezza, comodi parcheggi, interconnessioni commerciali. Si può fare shopping che faccia caldo o freddo, puoi riempire di acquisti l’auto che ti aspetta a poche decine di metri, puoi lasciare i bambini a spasso ché non si perdono e hai a disposizione bagni sempre puliti e sorvegliati.

3) Il centro storico, che in Italia si struttura tra il ‘200 e l’800, appartiene ad epoche in cui la gente girava a piedi, al massimo in carrozza; a parte qualche intervento urbanistico sulle piazze e su qualche direttrice viaria, nessun centro storico è in grado di sopportare un traffico automobilistico: non è solo questione di inquinamento, ma anche di mero spazio fisico (un suv riesce a girare nel gomito di via della Marrocca?) per muoversi e per parcheggiare. D’altronde, fare shopping evitando contemporaneamente le automobili in movimento o in sosta non è piacevole.

4) Che succede allora in centro? Si verifica un processo, detto gentrificazione, che opera in tre modi diversi e opposti. In taluni casi, vecchi quartieri degradati vengono ripopolati da famiglie più abbienti che si possono permettere pesanti interventi migliorativi sugli immobili, garantendo il decoro architettonico e ambientale e un minimo di presenza nei negozi locali. In altri casi i quartieri vengono ri-popolati da immigrati, da gruppi etnici che hanno disponibilità economiche limitate e si accontentano di creare piccole comunità pressoché autosufficienti, ma sovente in conflitto fra loro. In un terzo caso, i centri storici vengono presi d’assalto dalla movida giovanile notturna che è abituata a riempire gli spazi lasciati vuoti dalle generazioni adulte (ecco perché i giovani si muovono a mezzanotte…). Nel secondo e nel terzo caso, peraltro, si verificano inevitabilmente problemi di sicurezza.

Su tutto ciò si possono fare varie riflessioni. Innanzitutto, è necessario rivedere l’identità urbana dei centri storici e le loro reali vocazioni. Se il centro storico è di pregio (tipo San Pellegrino), va conservato e utilizzato alzando l’asticella della sua qualità: quindi, da un lato accettando seppur a malincuore che in certi angoli diventi una sorta di “museo a cielo aperto”; dall’altro che sia riservato ai residenti che ne hanno a cuore la sua protezione; infine, che sia dedicato all’accoglienza turistica, che di per sé esige sicurezza.

Argomentazioni che faranno indignare i più entusiasti lettori delle pagine di Gramsci o di Scotellaro sulla cultura popolare, ma che nel XXI secolo meritano maggiore apertura mentale, senza veteroideologie di ritorno.

Ma il problema resterebbe per la porzione di centro storico di minor valore; che farne? Ammesso che un parte di esso possa essere recuperato allo struscio e allo shopping (Corso Italia, Via Saffi, ecc.), che ne è di certe vie minori senza appeal storico e artistico?

Sembra che sia tutto legato, comunque, alla circolazione automobilistica. A via Cairoli, i marciapiede sono liberi; ma i commercianti sono preoccupati perché i lavori hanno interdetto il flusso automobilistico e i parcheggi lungo la via, pregiudicando la presenza dei clienti.

Ma non è esattamente questo il punto; quel che cambia è lo stile di vita, in termini di consumi, di spostamenti, di relazioni sociali. Fino a qualche anno fa un antropologo veteromarxista come Marc Augé poteva definire i centri commerciali come “non –luoghi” perché l’individuo si spersonalizzava preda della logica di consumi, e poteva preferire i piccoli centri in cui l’individuo manteneva o recuperava la sua identità; oggi la ricerca gli dà torto, dimostra che come minimo le cose sono cambiate: i piccoli centri alienano l’individuo dalla logica globale e persino da quella glocale, mentre i centri commerciali sono nuovi punti di aggregazione e di espressione del sé…

Conclusioni. Una, beffarda: tra vent’anni entreranno in crisi i centri commerciali, perché l’e-commerce avanza a ritmi spaventosi.

L’altra: la porzione “commerciale” e monumentale dei centri storici deve diventare come un grande centro commerciale multiservizi: parcheggi vicini, accessi comodi, customer care, controlli, igiene, sicurezza 24 ore su 24, ed esclusione totale del traffico automobilistico privato, anche quello elettrico. Si possono studiare incentivi e disincentivi a seconda dei casi, forme evolute di bike e car sharing, ma la condicio sine qua non è quella di creare un centro storico quanto meno oil free.

La porzione meramente residenziale, non monumentale dei centri storici va regolamentata: incentivi alle trasformazioni edilizie degli immobili, pur nel rispetto della loro epoca, miglioramento dei servizi pubblici, regolamentazione del flusso automobilistico, ferreo controllo delle condizioni di igiene e di sicurezza, incentivazione delle attività sociali, culturali e commerciali di quartiere.

Non si tratta di riforme particolarmente costose; la chiave infatti sta soprattutto nel cambio di passo della mentalità dei cittadini e dei loro amministratori. Le difficoltà stanno nel fatto che certi provvedimenti all’inizio sembreranno impopolari, disorienteranno certe abitudini e per ciò stesso sembreranno difficili da accettare, soprattutto a due categorie di persone: ai misoneisti, sempre pronti a lamentarsi, ad obiettare, a fare distinguo di lana caprina; e certi politici, attenti più ad accontentare il proprio bacino elettorale che a pensare al vero bene della città.

Per inciso: tutto questo non è il prodotto delle elucubrazioni utopistiche e discutibili del sottoscritto. Si trova negli atti dei vari convegni scientifici europei che negli ultimi dieci anni si sono occupati dei destini dei centri storici e, soprattutto, si trova nei provvedimenti che in talune città, soprattutto del nord Europa, ma anche in Francia, in Spagna e in Italia, sono stai presi con molto coraggio e altrettanta speranza.

Poi ci sarebbe da parlare delle periferie, ma per ora lasciamo stare…

Francesco Mattioli

31 luglio, 2017

12 Comments »

Leave a comment

CAPTCHA
Reload the CAPTCHA codeSpeak the CAPTCHA code
 

  1. 31 luglio 2017 alle 20:12 | - > Francesco Mattioli commenta:

    Ringrazio per gli interventi, tutti costruttivi e interessanti; varrebbe la pena fare un focus group sull’argomento… chissà se il Direttore ci ospita nella sede di Tusciaweb… Un solo appunto a MarcoM, che comunque ringrazio per gli stimoli: ovviamente ho trattato il tema in modo schematico, volendo possiamo approfondire in modo più… scientifico trattando in termini storici, antropologici, urbanistici e sociologici più specifici, con un suv in meno e un dato di ricerca in più…

  2. 31 luglio 2017 alle 18:25 | - > MarcoM commenta:

    incontrollata con servizi non sempre garantiti (S. Barbara o Colle Verde). Oltretutto le trasformazioni d’uso da lei “sapientemente” previste comportano investimenti notevolissimi pubblici e privati, difficili da quantificare anche per un tecnico del settore(Il museo a cielo chi sarebbe disposto alla sua manutenzione?). Le tendenze all’accentramento dei servizi nel centro storico di città del nord – Europa sono dettate da un chiaro piano di sviluppo territoriale che da noi è alquanto carente.

  3. 31 luglio 2017 alle 18:24 | - > MarcoM commenta:

    Mi sembra che la sua trattazione sui centri storici, per quanto sostenuta da elementi innegabili, sia alquanto semplicistica. Il problema dei centri storici non è solo di tipo pratico, ovvero se un S.U.V. riesce a passare o meno. Pensare il futuro del centro storico vuol dire partire dalle risorse offerte e dalle cause che lo hanno portato a questo. Ogni città, oltretutto, ha una storia a sé e Viterbo con il suo centro si trascina politiche di sviluppo territoriale volte ad una cementificazione

  4. 31 luglio 2017 alle 12:43 | - > key commenta:

    Analisi perfetta!
    Manca un dato:gli imprenditori
    A Viterbo mancano imprenditori.
    Inutile alzare le serrande per attività che non interessano a nessuno!!!!
    Chiudono subito…..
    Il problema è che da fuori provincia difficilmente vengono ad investire.
    Perchè:non gli interessa risiedere a Viterbo o non hanno personale interssato a risiedervi
    Perchè:non la conoscono.Immaginano che sia un paesotto intriso di provincialità.Che noia
    Invece NON è più così.
    Promuovere Viterbo fuori provincia!

  5. 31 luglio 2017 alle 12:11 | - > Manuele commenta:

    la chiusura totale alle auto un errore. Un conto sono i vicoli e le vie più strette, dove magari passava la 500 d’epoca, ma le strade principali come via Marconi, via Ascenzi e a salire a Porta Romana, piazza della Rocca ecc. dovrebbero rimanere aperte al traffico e alla sosta breve. Sia perché con pochi parcheggi periferici la gente non la attiri in centro, sia per l’aspetto “psicologico” deprimente che una via nata per il traffico e svuotata di auto presenta a chi ci passa a piedi.

  6. 31 luglio 2017 alle 12:06 | - > Manuele commenta:

    chi non ha pochi soldi, e cioè le due tipologie di residenti che popolano vaste zone del centro, immigrati con pochi mezzi e studenti universitari. Spostando fuori dalle mura i primi si eviterebbero ghetti, spostando fuori i secondi e la movida si eviterebbero gran parte dei problemi serali e notturni. Dove? Magari nella “fascia di mezzo” tra mura e nuovi quartieri, a sua volta in fase di abbandono da parte degli autoctoni.
    Concludo dicendo che considero (continua)

  7. 31 luglio 2017 alle 12:01 | - > Manuele commenta:

    sorte dal nulla in 25 anni sono poco o nulla vivibili perché prive di quasi tutti i servizi grazie a una totale assenza di pianificazione urbanistica seria.
    Secondo me l’unica soluzione per rivitalizzare il centro è ripopolarlo con gente che tiene alla città. Ristrutturazioni delle vecchie case con criteri moderni in modo da renderle ambite a chi è interessato a vivere in contesti che abbiano una propria personalità. La ristrutturazione a sua volta aumenterebbe il valore tenendo lontano (cont.)

  8. 31 luglio 2017 alle 11:57 | - > Manuele commenta:

    Nelle grandi città si parla di centro ambito da aziende e ricchi e periferie degradate. Nelle piccole come Viterbo il centro degrada ma le periferie non sono poi gran che. La gente si è spostata per avere case più moderne e comode,l’uso ossessivo delle auto è stata una conseguenza del modello americano scelto: quartieri dormitorio e centri commerciali. Comprate la casa nuova, dicevano, vendendo o affittando la vecchia (in nero magari come si vede a S. Faustino). Solo che le S. Barbare (contin.)

  9. 31 luglio 2017 alle 09:48 | - > Giovanni commenta:

    Professore, lei conclude: “Poi ci sarebbe da parlare delle periferie, ma per ora lasciamo stare…”
    La prego, ne parli, non lasci cadere l’argomento, perché, secondo me, se nel centrocittà si sta male, in periferia si sta peggio. L’unico vantaggio della periferie è il parcheggio facile… ma non sempre.

  10. 31 luglio 2017 alle 08:11 | - > Renato Petroselli commenta:

    Una persona libera di poter fare scelte nella propria vita…vive nel contesto di una città, per molteplici motivi…forse di lavoro, di amicizie, di opportunità sociali ed economiche, di nascita di relazioni con parenti etc. Vivere in un contesto urbano anche storico…rappresenta anch’esso una scelta…Una città viva, dovrebbe essere soprattutto abitata da persone che AMANO LA PROPRIA VITA, con tutte le sfaccettature che una persona in democrazia può incontrare nel trascorrere del tempo…

  11. 31 luglio 2017 alle 08:09 | - > Enrico Cesarini commenta:

    Analisi come sempre utile e chiara e, per quanto mi riguarda, molto triste perché sancisce autorevolmente la vittoria della disumanizzante logica globale. Per come la penso dovrebbe essere il contrario, la città vecchia recuperata per salvare l’individuo dall’alienazione del mercato globale, che lo ha trasformato in un oggetto consumante, unica attività “libera” che gli è rimasta.

  12. 31 luglio 2017 alle 08:05 | - > leandro commenta:

    dott Mattioli mi permetta ma il ns centro storico è già sede di multiservizi Molte birre molto alcol molte pisciate molti escrementi umani canini e di volatili molto vomito molto casino molti ubriaconi e urlatori notturni molta monnezza molte auto Insomma secondo lei con queste premesse permesse dai ns amministratori a qualcuno verrebbe mai in testa di investire in qualche altra attività che non sia prettamente legata all’uppolo?

RSS feed for comments on this post.

Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564