--

--

    Condividi: Queste icone linkano i siti di social bookmarking sui quali i lettori possono condividere e trovare nuove pagine web.
    • Facebook
    • Twitter
    • LinkedIn
    • Google Bookmarks
    • Webnews
    • Wikio IT
    • YahooMyWeb
    • MySpace
    • Y!GG
  • Stampa Articolo
  • Email This Post

L'opinione del sociologo

Difendiamoci dalla fake news

di Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Come è abbondantemente noto – perché sono oggetto di disquisizioni, alcune dotte, altre emozionali – le fake news costituiscono ormai una presenza costante nella comunicazione, in specie in quella in grado di coinvolgere maggiormente l’opinione pubblica, generando credenze collettive che vivono di vita propria senza nulla dovere alla verità.

Le fake news producono infatti una “falsa verità” che prescinde dalla necessità di essere verificata, perché ha semplicemente la funzione di smuovere un’audience e di creare emozioni e reazioni.

E’ uno strumento utilizzato oggi da una infinità di persone sui social, sui blog, ma non si può negare che i primi e principali produttori di post-verità, almeno a livello mediatico, siano la politica e la stampa.

In politica, buttata là la falsa notizia, reinterpretato a modo proprio un fatto o inventandolo di sana pianta, avanzando sospetti senza prova alcuna, si genera un movimento di azioni, reazioni, opinioni, dubbi, istigazioni che vanno a danneggiare il nemico. Nella stampa scandalistica, costruito ad arte un gossip in grado di far sospirare un pubblico di bocca buona, si genera un’attenzione morbosa che va a tutto vantaggio delle casse del giornale.

Poco importa che magari il giorno dopo quel partito, quel politico abbiano dovuto pubblicare una smentita; poco importa che il gossip fosse una montatura. Nessuno si perita di andare a leggere la smentita, nessuno sa se l’autore della calunnia abbia dovuto pagare in seguito una penale.

Quel che conta è aver fatto partire la freccia, aver scatenato l’opinione pubblica. La scusa è che in guerra tutto è permesso; e che la libertà di stampa si nutre anche di questo.

La morale di tutto ciò è che ogni beneficio – lo sviluppo dell’informazione, della consapevolezza sociale, della trasparenza politica – finisce per pagare un prezzo; che per alcuni, il coltello che dovrebbe tagliare magnificamente il prosciutto possa essere brandito per fare del male alla gente.

Ma c’è un altro sottile meccanismo che si sta insinuando nella complessa rete dei processi di comunicazione; le fake “fake news”. Cioè, una notizia vera fatta passare per falsa (due negazioni, affermano…). Pe quale motivo?

L’obiettivo resta sempre lo stesso. Posto che il sistema cominci a produrre gli anticorpi contro le notizie false, sempre più spesso si fa passare per sicuramente falsa una notizia vera, per evitare che le si costruisca intorno un fuoco di sbarramento.

Se una notizia è considerata falsa, nessuno si impegnerà più di tanto a smentirla, così il messaggio potrà correre tranquillamente fino a giungere ai destinatari. “Tanto è falso”: si sottovaluta il suo impatto, e intanto se ne parla, e la notizia cammina indisturbata.

Strategie del genere non sono nuove nel mondo dello spionaggio, ma preoccupa che si stiano diffondendo nel sistema della comunicazione comune, rendendola sempre più complessa, dubitabile e quindi “pericolosa”.

Il fatto è che gran parte della deontologia professionale dei media, dei comunicatori pubblici e privati, dell’onestà intellettuale dei produttori di conoscenza sta venendo meno. Quando persino la scienza si presta alle bufale, al fine di far convergere su di essa l’attenzione del pubblico per lucrare prevende e finanziamenti, è possibile che il sistema della conoscenza stia saltando e quella “società dell’incertezza” descritta da Zygmunt Bauman celebri a pieno la sua apoteosi.

Insomma, dibattere se due ragazzi si esibiscono per un loro pubblico, se si inventano una recita ad effetto per provocare, giocando sul dubbio se si tratti di cose vere o meno, se puntano a rendersi ad ogni costo virali sul web, se l’opinione pubblica abbocca e si arrovella sull’attendibilità delle immagini, dei soggetti e dei luoghi, è segno inquietante che i confini fra news, post truth, fake news e fake fake news sono sempre più indistinti.

E dovrà essere compito di ciascuno di noi tentare di uscire da certe logiche, rifiutandosi di accordare attenzione ai saltimbanchi dell’informazione fai da te.

Per inciso: se fosse vero che le immagini di Pratogiardino facessero parte di un “esperimento”, i giovani protagonisti di cotanta impresa arrivano con circa cinquant’anni di ritardo. Nel cosiddetto garfinkeling, a metà anni sessanta, gli etnometodologi americani cercavano di provocare l’opinione pubblica e i benpensanti per testare fin dove arrivassero i vincoli delle abitudini e della tolleranza sociale.

Non avevano smartphone e youtube a disposizione, ma d’altronde non c’era nulla di goliardico nel loro lavoro: non avevano bisogno di essere virali per fare scienza sociale.

Francesco Mattioli

17 luglio, 2017

Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564