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Ombre festival - Paolo Siani racconta il fratello, ucciso a 25 anni dalla camorra - Intervista video

“Giancarlo? Voleva solo fare il giornalista”

di Stefania Moretti
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Giancarlo Siani sulla sua Citroen Mehari

Giancarlo Siani sulla sua Citroen Mehari

Viterbo - Paolo Siani a Ombre festival

Viterbo – Paolo Siani a Ombre festival

Viterbo - L'incontro con Paolo Siani e Paolo Miggiano a Ombre festival

Viterbo – L’incontro con Paolo Siani e Paolo Miggiano a Ombre festival

Viterbo - La Mehari di Giancarlo Siani a Ombre festival

Viterbo – La Mehari di Giancarlo Siani a Ombre festival

Viterbo - L'incontro con Paolo Siani e Paolo Miggiano a Ombre festival - In primo piano: la Mehari di Giancarlo Siani

Viterbo – L’incontro con Paolo Siani e Paolo Miggiano a Ombre festival – In primo piano: la Mehari di Giancarlo Siani

Viterbo - La Mehari accanto al palco

Viterbo – La Mehari accanto al palco

Viterbo – “Com’era tuo fratello Giancarlo?”, gli chiedono a Ombre festival. Paolo Siani ci pensa un attimo, poi indica me sotto il palco, con la macchinetta fotografica in mano e gli occhi già pieni di lacrime: “Giancarlo era come lei: giovane. Fotografava. Scriveva. Raccontava”.

Sognava un contratto da praticante. Ma non serve per fare il “giornalista-giornalista” come faceva lui. Che è infinitamente diverso dal “giornalista-impiegato”: il film Fortapasc, dedicato a Giancarlo, spiega magistralmente la differenza. “Scriveva per Il Mattino su Torre Annunziata. Un posto molto lontano da casa nostra. Ma lui ogni giorno andava, con questa macchina di plastica che non aveva nessuna protezione, solo un tettuccio per ripararsi dalla pioggia e due sportellini”. I sicari del clan Nuvoletta lo uccidono lì. A venticinque anni. 

“Non era un eroe. Era era un ragazzo normale. Bello, alto, più intelligente e vivace di me. Voleva solo fare il giornalista. A Napoli. E provava a farlo. Ma fare il giornalista a Napoli poteva essere rischioso…” 

In che modo Giancarlo può essere un esempio per i giornalisti? 
“Trovo lo sia per tutti, non solo per i giornalisti. Era un giovane che voleva solo fare bene il suo mestiere. E fare bene il mestiere di giornalista vuol dire raccontare i fatti e spiegarli. Le notizie possono essere date in tanti modi. Giancarlo voleva far capire al lettore perché succedeva un fatto. Questo faceva quando raccontava quotidianamente il malaffare a Torre Annunziata. E poi collegava i fatti e spiegava i perché. Viene ucciso per questo. I mafiosi temono molto chi racconta i loro fatti. Il nostro impegno è che si racconti il più possibile”. 

Con la Fondazione polis vi date molto da fare per l’assegnazione dei beni confiscati. Quanto c’è ancora da fare dal punto di vista legislativo?
“La legge che c’è adesso è troppo complicata, bisogna rifarla. Confiscare i beni ai mafiosi è il segnale più eclatante che lo Stato vince. Togliere la villa a un boss, una villa dove si decidevano omicidi e si consumavano sacrifici, e darla a bambini autistici è un segnale straordinario per lo Stato. È essenziale semplificare questo processo per restituire sempre più beni alla collettività. Purché si faccia bene, presto e dovunque. Ci occupiamo anche dei familiari delle vittime. Wuando Giancarlo fu ucciso, noi eravamo soli e non sapevamo neanche a chi chiedere. Oggi c’è la fondazione Polis che interviene con avvocati e psicologi, ma anche col sostegno e la vicinanza umana. Aiutiamo le famiglie in un percorso lungo e difficile per avere giustizia ma anche per riprendersi in mano la vita. Vorremmo anche cancellare gli omicidi di mafia, evitare che si ripetano. Abbiamo deciso di investire sui bambini piccoli, aprendo in dieci zone della nostra città, nei quartieri più a rischio, dei punti lettura per bimbi da 0 a 3 anni e per mamme. Perché se investiamo su bambini possiamo sperare di sottrarli alla mafia”. 



La Mehari di Giancarlo ha viaggiato per l’Italia e non solo. Com’è stata accolta? E com’è nata l’idea di questo tour?
“Io penso che sia stato Giancarlo da lassù che abbia deciso di mettere in moto la sua macchina. Non so come sia successo, ma questa macchina è tornata nella mia vita nel 2009. Ha girato il film Fortapasc con Marco Risi, è stata messa in moto da Roberto Saviano e poi è andata a Roma, al Senato e alla Camera, a Bruxelles, in Emilia Romagna. Oggi è qui a Viterbo perché questa macchina vuole camminare, vuole esprimersi, vuole essere vista e portare con se la voglia di riscatto e l’attenzione a un fenomeno che non dev’essere mai sottovalutato”.  

Stefania Moretti


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14 luglio, 2017

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