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Tuscia Film Fest - L'attore e regista Michele Placido si racconta

“A nove anni volevo fare il missionario…”

di Valeria Conticiani - Tusciaweb Academy

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Tuscia Film Festival - Michele Placido

Tuscia Film Fest – Michele Placido

Michele Placido al Tuscia Film Festival

Michele Placido al Tuscia Film Fest

Tuscia Film Festival - Michele Placido

Tuscia Film Fest – Michele Placido

Tuscia Film Festival - Il critico cinematografico Enrico Magrelli

Tuscia Film Fest – Il critico cinematografico Enrico Magrelli

Tuscia Film Festival - Michele Placido

Tuscia Film Fest – Michele Placido

Viterbo – Michele Placido al Tuscia Film Fest riempie la scena con la sua forte personalità. E prima di andarsene saluta il pubblico recitando Dante Alighieri e dicendo: “Quando hai studiato Dante ogni parola acquisisce un colore. Così io faccio quando dirigo la recitazione dei miei attori: ogni parola diventa un sussulto”.

Placido ieri sera ha ricordato come da giovane è stata dura fare l’attore. Inizialmente non amava quel mestiere e non pensava neanche che un giorno lo avrebbe fatto. Subendo spesso il disprezzo ignorante o l’indifferenza di chi lo giudicava in un provino.

“Solo i grandi avevano rispetto, non ti facevano sentire invisibile. Tutti gli altri leggevano anche il giornale o chiacchieravano tra di loro mentre tu eri lì a esibirti, con la speranza di essere preso”, racconta Michele Placido.

E poi continua: “C’era una sorta di maleducazione. Ma non avveniva con i grandi. Quando incontri una persona come Bellocchio, ti formi. E quando ti formi, impari tanto. Oggi con me vogliono lavorare in molti, me lo chiedono anche i più affermati, come ad esempio Kim Rossi Stuart o Riccardo Scamarcio. Io, secondo me, sono più bravo come attore che come regista.

La mia fragilità di giovane che veniva da un paese mi ha dato la sensibilità nel fare l’attore. E poi il rispetto, da regista, per gli attori che venivano da me a fare provini. A chiedere di lavorare con me, per me”.

Così Michele Placido spiega come oggi si sente nello svolgere il proprio lavoro da regista.

Non ama la parola “dirigere” un film. Gli piace più l’espressione “mettere in parte”.

Poi Placido ricorda. “A 9 anni ero in ritiro. Passavamo giorni in silenzio. Volevo fare il missionario.

Così oggi quando faccio un film, porto tutti insieme in ritiro. Il silenzio è importante prima di girare. Il tempo di conoscersi, avvicinarsi. Prima di girare una scena intima, profonda, che ti mette a nudo. In ogni senso.

I ragazzi – così il regista chiama i suoi attori – vanno preparati prima di interpretare un ruolo, per leggere e recitare un copione. Senza fare tante psicologie. Io la parte ai miei attori, da Pierfrancesco Favino a Kim Rossi Stuart, da Cristina Capotondi a Claudia Pandolfi o Asia Argento, gliela recito.

Mi metto, la faccio e loro così capiscono. Tutti mi guardano e rifanno. Così si fa. Senza mortificare. Mi piace recitare anche i ruoli femminili. Non scimmiotto la femminilità, naturalmente. La donna, che è anche madre, è qualcosa anche di più, muove qualcosa”.

Una settimana fa, a Mosca, Michele Placido è stato il primo italiano a vincere un premio che finora era stato riconosciuto solo ad attori e registi stranieri, come Meryl Streep o Depardieu: il premio Stanislavsky.

Prima di introdurre il suo ultimo lavoro da regista 7 minuti, ha spiegato al pubblico del Tuscia Film Fest le motivazioni che lo hanno spinto a parlare del tema lavoro.

“Il cinema anticipa tante cose – ha detto il regista Placido – il lavoro è un tema trattato in questo film, come lo è stato anche in passato. Ma ora molto meno. Prima fare cinema non mi piaceva tanto. Non avrei mai pensato di fare questo lavoro. A teatro mi sento più a casa.

Questo film, 7 minuti, nasce tra teatro e cinema. E’ un po’ a metà. Un film che fa pensare. Come Riso amaro, che è uno dei film che hanno caratterizzato il cinema italiano. Romanzo criminale o Vallanzasca, sono i film in cui molti mi identificano. Ma in realtà i miei film non hanno una consequenzialità. Come diceva Mario Monicelli: “noi dobbiamo soprattutto fare bene il nostro mestiere”. Non sentirci dei geni. Anche perché di gente come Fellini ne nasce uno ogni cento anni”.

Michele Placido dipinge uno spaccato della storia del cinema, dei vissuti personali di una preparazione che lo ha poi condotto ad una professione matura. Cita grandi nomi e fa esempi concreti di esperienze sul set.

Poi torna a raccontare del suo film: “7 minuti è un film che nasce da un’opera teatrale. 10-12 operaie che dibattono attorno ad un tavolo. Con la paura di perdere il lavoro. Arrivare a fine mese con 1200 euro è una cosa difficile.

E voi vedrete questa cosa qua dentro al film, non chissà cosa. Si basa comunque su un intreccio drammaturgico-letterario. Un film che poi diventa un triller, altrimenti mi sarei annoiato”.

E poi descrive un po’ le attrici protagoniste e i loro messaggi.
“Ottavia Piccolo, nel suo personaggio, invita a riflettere. Ci dice: un attimo, parliamo, dialoghiamo prima di sentenziare sui lavoratori. Non è detto che la maggioranza ha sempre ragione. Un momento, posso dire la mia? In questo film c’è la paura di oggi. Quella che ho voluto far uscire fuori più di tutto. Le ringrazio tutte queste attrici: Fiorella Mannoia, Ambra Angiolini, Violante Placido, Cristina Capotondi…

Sono soddisfatto di quello che mi hanno dato. Al di là di quello che alcuni critici hanno annotato. Solo perché non era nel loro pensiero estetico il fatto che queste attrici interpretassero una operaia. In realtà, per me, queste sono state delle professioniste”.

Michele Placido vuole punta un cono di luce sui diritti, in questo film. Sulle dignità calpestate sul lavoro. Soprattutto per le donne. Donne le protagoniste assolute in 7 minuti.

Valeria Conticiani
Tusciaweb Academy


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10 luglio, 2017

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