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Viterbo - Santa Rosa - Raffaele Ascenzi si prepara al terzo trasporto di Gloria e lo fa pensando ad Ali di Luce quando oltre a essere ideatore era anche facchino

“Emozioni trasformate in architettura…”

di Paola Pierdomenico
 

Raffaele Ascenzi al terzo trasporto di Ali di luce nel 2005

Raffaele Ascenzi al terzo trasporto di Ali di luce nel 2005

Raffaele Ascenzi a san Sisto con la sua Ali di luce

Raffaele Ascenzi a san Sisto con la sua Ali di luce

Raffaele Ascenzi con la sua famiglia

Raffaele Ascenzi con la sua famiglia

 

Viterbo - Gloria per le vie della città

Viterbo – Gloria per le vie della città

Viterbo – “Nelle due macchine, ho cercato di trasformare tutte le emozioni provate con il peso sulle spalle in architettura”. Raffaele Ascenzi si prepara al terzo trasporto di Gloria. Quello della maturità della macchina. Lo fa pensando al terzo trasporto che fece con Ali di luce, quando, oltre a essere ideatore era anche facchino e la macchina la portava sulle spalle. 

Era il 2005, c’erano i capelli lunghi che uscivano dal fazzoletto, ma non c’erano ancora la moglie e i figli che, nel percorso di Gloria, hanno avuto un ruolo centrale.

Emozioni diverse, quelle da facchino che la macchina l’ha anche disegnata, e quelle da “semplice” ideatore. Ispirazioni cambiate negli anni. La consapevolezza di essere il primo ad aver progettato e trasportato la macchina. Persone nuove che hanno incrociato il suo cammino, modificandolo. Inevitabilmente.

Gloria si avvicina al suo terzo trasporto che rappresenta per ogni macchina il passaggio verso la maturità.
“I primi due anni sono quelli del tanto atteso esordio – racconta Ascenzi – e della successiva conferma con le piccole modifiche e aggiustamenti suggeriti dal primo tre settembre.

Ogni macchina nasce per fare cinque apparizioni e, visto che non si possono avere come in teatro altre prove generali, per capire se esprime al meglio le sue potenzialità, l’unico modo è osservarla con molta attenzione quando si trova sulle spalle dei facchini e attraversa le vie della sua meravigliosa Viterbo con la magia e la particolare atmosfera che si percepisce la sera del tre.

Gloria sta dimostrando di avere un suo carattere e progressivamente sta entrando nel cuore dei fedeli, quanto lei stessa è pronta a ricevere la loro parte più intima al suo interno”.

Sono passati 12 anni dal suo terzo trasporto di Ali di Luce.
“Era il 2005 e la mia vita era molto diversa da quella di oggi, come differente era anche l’attesa del trasporto”.

Che differenza c’è stata nel progettare la macchina, prima da facchino e poi da “semplice” ideatore?
“Sono due ruoli molto diversi, ma che io ho avuto il grande onore di intraprendere per molti anni. Il fatto di essere stato facchino, mi ha aiutato anche durante le due fasi compositive: unire il compito di spalletta fissa e di progettista di ‘Ali di Luce’ fu un evento unico nella storia della macchina di Santa Rosa, mi ha riempito di orgoglio ma, al tempo stesso ha amplificato le difficoltà di entrambi i ruoli”.

Cosa intende?
“I ragazzi che prestano il loro coraggio e la loro forza per completare il trasporto della macchina, si preparano fisicamente e mentalmente all’interno del Sodalizio dei facchini per essere pronti e con lo spirito giusto per affrontare al meglio la secolare impresa. L’ideatore invece più che pensare al proprio fisico deve curare quello della sua creatura, perché possa apparire al pubblico nella sua massima bellezza, lavorando in sinergia con il costruttore e le sue maestranze”.

Alla fine, come c’è riuscito?
“Nelle due macchine, ho cercato di trasformare tutte le emozioni provate con il peso sulle spalle in architettura e mi auguro di essere riuscito a trasmettere almeno in parte questa mia esperienza. Il progetto e la realizzazione di Gloria hanno avuto una evoluzione e una crescita molto più rapida. Dodici anni in più rispetto a quando ne avevo 34 con ‘Ali di Luce’, mi hanno formato professionalmente e, soprattutto, mi hanno aiutato a plasmare i modelli di riferimento maturati durante i miei venti trasporti”.

Dicevamo che c’è una diversa preparazione al trasporto: da facchino, ci si immerge completamente in questo ruolo. Con Ali di luce, quindi, è come se si fosse dimenticato che quella macchina l’aveva fatta lei?
“Ho sempre cercato di farlo, anche rischiando di togliere qualcosa al ruolo di ideatore perché, come diceva sempre Lorenzo Celestini: “il trasporto non è una passeggiata!” e prima di lui suo padre Nello con il celebre motto “tutti per uno e uno per tutti!”. In quei momenti, devi essere concentrato e pronto a rispondere alle sollecitazioni della macchina e ai comandi del capo facchino”.

Come si sta preparando oggi?
“In questi giorni sto rivedendo le immagini e i filmati del secondo trasporto di Gloria per cercare di individuare i punti dove migliorare l’illuminazione e gli effetti cromatici. È stato fondamentale seguire da vicino il trasporto e riuscire a scattare diverse foto per poter avere del materiale e continuare a studiare migliorie”.

Ricorda la prima volta che ha messo la matita sul foglio, prima per Ali di luce e poi per Gloria, sapendo che quel tratto sviluppato sarebbe poi diventato un progetto bellissimo?
“Con questa domanda, smuovi una serie di emozioni che mi fanno tornare indietro nel tempo. ‘Ali di luce’ fu un vero parto, con un travaglio molto lungo e doloroso, per continuare il paragone con le questioni di famiglia. Ricordo di aver passato alcuni giorni aggrovigliato per terra intorno a un bastone posto in verticale, con crampi allo stomaco per la difficoltà di mettere la matita sul foglio con un’idea.

Non facevo altro che osservare dal basso questa forma semplice nella speranza di avere presto una illuminazione, finché non trovai una decina di ombrelli gettati in un cassonetto vicino a porta della Verità. Avevo intuito che per quella macchina e per il rapporto che si instaura tra lei e la città, occorreva dare un movimento alle strutture, e osservando il meccanismo di apertura di quegli oggetti trovati, ho capito con grande soddisfazione che quella sarebbe stata la strada da seguire”.

Per Gloria, invece?
“Ero tranquillamente seduto nella sala Alessandro IV sotto al Palazzo papale e assistevo alla conferenza organizzata per il riconoscimento di patrimonio immateriale dell’umanità conferito dall’Unesco al nostro trasporto, quando vedo un poster con l’immagine del reliquiario in oro che contiene il cuore di Rosa, e solo in quell’istante ho immaginato che quello dovesse essere il modulo di riferimento della mia futura macchina. Fu un giorno fondamentale per darmi la carica e le motivazioni giuste per trasformare in modello quei concetti di base”.

Dopo Papini, è il primo ad aver ideato due macchine…
“Da piccolo, vicino ai poster di Bruno Giordano e di Gilles Villeneuve, avevo la stampa di una macchina del sor Virgilio. Già allora, lo annoveravo tra i miei miti”.

E’ anche il primo ad averla ideata e trasportata…
“E quei momenti mi faranno compagnia per sempre, dandomi forza anche nei momenti più difficili”.

Oggi ci sono i capelli corti… una bella famiglia e più maturità… La sua vita è cambiata, credo anche le sue fonti di ispirazione…
“Oggi direi che i capelli non ci sono più, o meglio non ci sono più quelli che spuntavano dal fazzoletto bianco del terzo trasporto di ‘Ali di Luce’. Sembra ieri, invece, sono passati 12 anni, due macchine, una moglie e tre meravigliosi figli”.

I suoi figli e sua moglie, appunto, sono stati centrali in questo percorso. Che aria si respira in casa Ascenzi da dopo Ferragosto. Come ne parlano loro e che effetto le fa vedere i suoi figli girare tra la macchina?
“Li vedo spesso girare per casa con strutture sempre più imponenti e pericolose sulle spalle, canticchiando la musica che precede la macchina, anche loro non vedono l’ora di poterla rivedere montata a San Sisto.
Sono stati fondamentali per dare un senso veramente compiuto alla mia vita e perché, con loro, ho un motivo in più per continuare a trasmettere la mia grande passione per Rosa.

I piccoli sono nati durante le fasi di progettazione e hanno condizionato certamente le forme e i significati architettonici della macchina, in seguito hanno partecipato a tutte le fasi della costruzione nel cantiere di Vincenzo Fiorillo, e ora si trovano a convivere con la loro “quarta sorella” nei percorsi di vita che portano alla maturità e alla consapevolezza…”.

Ha reso entrambe le sue macchine vive, capaci di coinvolgere e rivolgersi ai viterbesi.
“La prima tentava di avere un carattere futurista, con superfici riflettenti argentate pronte a ricevere le immagini della città e dei fedeli, mantenendo sempre un forte legame con la tradizione, mentre per la seconda ho cercato di raccontare con la tecnologia contemporanea le architetture che erano alla base dei modelli usati nelle macchine del ‘700 e dell’800”.

Sono già passati tre anni dall’annuncio della sua vittoria… Ha detto che il terzo trasporto è quello della maturità, cosa passa nella sua mente pensando a tutto ciò. Quali emozioni si susseguono?
“Credo che sarà un trasporto speciale, il tre settembre sarà domenica e prevediamo sempre un grande afflusso di pubblico sia di viterbesi che di turisti. Ho notato che ultimamente il lavoro del Sodalizio dei Facchini di Santa Rosa e dell’amministrazione comunale sta ampliando la diffusione mediatica della nostra tradizione con un sempre crescente interesse culturale che varca i confini nazionali. Sarà quindi l’ultimo trasporto che, grazie al giorno festivo, darà la possibilità di assistere a un più ampio numero di persone”.

A chi deve di più. A chi penserà quella sera?
“Ancora non lo so”.

Non c’è due senza tre…
“Mi vuoi bene!”.

Cosa deve a santa Rosa e alla sua festa?
“Un’altra macchina!”.

Paola Pierdomenico

19 agosto, 2017

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