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“Ha puntato dritto verso di me, voleva uccidere più persone possibile”

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Attentato a Barcellona - Alessandro Cola [3]

Attentato a Barcellona – Alessandro Cola

Barcellona - Furgone contro la folla [4]

Barcellona – Furgone contro la folla

Barcellona - Furgone contro la folla [5]

Barcellona – Furgone contro la folla

Barcellona – “Ero proprio nel punto dove il furgone ha iniziato la sua corsa. Non aveva capito ancora niente nessuno”. Attentato a Barcellona, è sano e salvo Alessandro Cola, ma quelli che ha vissuto sono stati momenti drammatici. Viterbese, in vacanza a dal 16 agosto, era sulla Rambla quando il folle alla guida del mezzo ha ingranato la marcia. Con un’intenzione precisa. Provocare il maggior numero possibile di vittime. Quel furgone se l’è visto passare accanto.

Cosa ricorda?
“Credo che avesse appena acceso il motore – ricorda Alessandro – e fatto pochi metri. Ero nel punto dove il furgone ha iniziato la sua corsa. La gente ha iniziato subito a gridare. Ma Barcellona è una città molto rumorosa. Soprattutto la rambla. Non vai a pensare a un matto che investe la gente. Ci sarà stato un milione di turisti a piedi. Io nemmeno ci avevo fatto caso. Oltretutto stavo al telefono”.

Poi che è successo?
“Con me c’era un amico. Ha visto il furgone puntare verso di noi. Mi ha dato una spinta per togliermi dalla traiettoria. Questione d’istanti. La ragazza che avevamo a fianco è stata investita in pieno”.

Il furgone stava correndo nella zona pedonale?
“In quella centrale. Non nelle carreggiate dove le macchine passano normalmente. È salito proprio nella zona pedonale e faceva zig zag, con l’intento vero di sterminare più persone possibile”.

Che avete fatto non appena il furgone è passato?
“Praticamente io non ho avuto nemmeno il tempo di realizzare. Appena il mio amico mi ha dato la spinta, sono entrato in un ufficio del turismo. Una struttura molto grande. Ospita un museo, un chiostro, un bar. La gente era impazzita, correva da tutte le parti. Fino a quando non mi sono ritrovato dentro un bagno con una famiglia d’italiani, due tedeschi e due cinesi”.

Per quanto tempo?
“Siamo rimasti chiusi lì per venti minuti, nel panico generale. Tutti gridavano dicendo che appena fuori dal bagno ci fossero attentatori con kalashnikov. Quindi siamo rimasti serrati all’interno. È passato del tempo prima che aprissimo la porta per accedere all’antibagno, con altre persone che si erano barricate dietro la porta e non facevano entrare o uscire nessuno. Lì ci siamo rimasti altri venti minuti. Poi hanno aperto le porte. E ci siamo trovati nella parte dell’ufficio adibita a museo. Con altri duecento come noi. Chiusi lì dentro”.

Non vi potevate muovere?
“Prima dell’ufficio del turismo, sulla rambla, c’è un bar. Ma poi l’hanno chiuso per sicurezza e ci hanno fatto spostare nella parte del chiostro e del museo. Ci siamo rimasti per tre ore”.

Quindi è arrivata la polizia?
“Sono entrate le forze speciali. Ci hanno chiesto i documenti e preso i telefoni, per vedere se qualcuno avesse scattato foto rilevanti e dopo quattro ore ci hanno mandato via, scortandoci”.

E siete andati fuori?
“La rambla non era praticabile. Era chiusa al transito pure pedonale. Anche perché proprio davanti all’ufficio dove c’eravamo rifugiati, c’erano quattro persone morte, coperte da teli bianchi. Io però non le ho viste, perché un infermiere italiano con cui avevo stretto amicizia mi aveva avvertito di non passare da lì e non sporgermi dalla vetrina, perché la scena era brutta. Se vuoi dormire stanotte, mi ha detto, non ti affacciare”.

Da dove siete riusciti a uscire?
“Dovevamo uscire da un ingresso laterale. Ma sentendomi con Fabrizio [6], mi aveva detto di non muovermi, perché si era sparsa la voce che a cinquanta metri fosse in corso un altro attentato, con due terroristi che avevano sequestrato un ristorante con persone all’interno. Quindi hanno nuovamente barricato la struttura e siamo rimasti chiusi fino all’arrivo dei corpi speciali”.

Giuseppe Ferlicca


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