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Viterbo - Parlano i proprietari di un negozio di alimentari a san Faustino - "Il quartiere si è rotto il cazzo!", il messaggio che è stato affisso sulle loro vetrine

“Non ci vogliono per il colore della nostra pelle…”

di Daniele Camilli

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Il negozio di alimentari

Il negozio di alimentari

Twdilhani

Twdilhani

Il messaggio affisso sul negozio di alimentari

Il messaggio affisso sul negozio di alimentari

Christopher Manjula Juvan Pedige Fernand

Christopher Manjula Juvan Pedige Fernand

Twdilhani

Twdilhani

Via del Pavone

Via del Pavone

Viterbo – “Razzismo. È stato un gesto razzista. Non ci vogliono, ce lo dicono spesso e senza alcun motivo”. Christopher Manjula Juvan Pedige Fernand e Twdilhani, marito e moglie, non hanno dubbi. E parlano apertamente del messaggio anonimo trascritto con pennarello verde su due fogli di carta appiccicati con il nastro adesivo sulla vetrina del loro negozio di alimentari in via orioli nel quartiere san Faustino a Viterbo.

“Il quartiere si è rotto il cazzo!”, l’incipit del messaggio. “La gente – prosegue – non deve lasciare tappi e bottiglie per strada!”. “Da domani 08/08 verranno effettuati reclami ogni volta, fino alla richiesta di chiusura!”. Secco, deciso, con tanto di avvertimento. Anonimo, come spesso capita.

Christopher e Twdilhani, 44 e 42 anni, sono in Italia da oltre vent’anni. Da sei vivono a san Faustino, quartiere popolare del centro storico viterbese dove la presenza degli immigrati è consistente, aumentata soprattutto negli ultimi anni. Una presenza che ha ripopolato un quartiere, anche con attività commerciali che stavano invece scomparendo. Hanno tre figli e vengono entrambi dallo Sri Lanka, la vecchia isola di Ceylon, stato a sud est del continente indiano. “Oltre 20 anni fa – spiega Christopher – me ne sono andato dal mio paese a causa della guerra civile che lo ha devastato. Non volevamo andarcene. Siamo stati costretti a farlo. Quando siamo arrivati abbiamo fatto tutti i lavori che ci sono capitati, come tantissimi nostri connazionali. In campagna, sui cantieri, nei ristoranti, nelle case degli altri come domestici. Anche per noi la vita è sacrificio quotidiano. Speriamo solo che non lo sia per i nostri figli. Per loro vogliamo una vita migliore della nostra”.

Spaventati da quanto accaduto? “Assolutamente no – dice Twdilhani, proprietaria del negozio di alimentari -. Siamo qui per lavorare, paghiamo le tasse e abbiamo tutto in regola. E come una qualsiasi altra famiglia abbiamo la preoccupazione di far crescere i nostri figli. Cosa dovremmo fare? Più volte abbiamo allontanato chi si è comportato male e ogni volta controlliamo che le persone non lascino in giro bottiglie oppure sporchino la strada. È anche nel nostro interesse, ma di più non possiamo fare. Eppure c’è sempre chi ci guarda male, senza aver fatto niente. Sempre chi ci butta addosso la responsabilità di cose che succedono nel quartiere. Perché lo fanno? Perché il colore della nostra pelle è nero? Sempre chi ci accusa di sporcare o di comportamenti che non ci appartengono. Oppure chi ci avvicina, come è successo prima che mettessero il cartello, dicendoci ‘tanto il negozio prima o poi ve lo facciamo chiudere!’. Non è facile vivere in queste condizioni. Come facciamo qualcosa o ci vedono in giro, veniamo additati“.

Il negozio di alimentari si trova in via Orioli, all’incrocio tra via del Pavone e via Prada. Poco più avanti, verso piazza san Faustino, l’ex cinema Metropolitan, chiuso qualche anno fa. A valle, via Emilio Bianchi dove si trovano le scuole elementari. “A volte – spiega Twdilhani – il vero problema sono le macchine parcheggiate lungo la via, soprattutto quando sono aperte le scuole. Non si passa, però se qualcuno si ferma davanti al negozio, questo diventa il problema”.

“Basta che qualcuno beve in santa pace qualsiasi cosa davanti al nostro negozio – riprende infine la parola Christopher – o si mette a parlare, anche di giorno perché di notte siamo chiusi, ecco che arriva la polizia. Chiamata dai residenti. Ecco che arriva il controllo dei documenti, anche se tutto è sempre in regola. Il problema non è il rispetto delle regole, regole che rispettiamo fino in fondo, tasse che paghiamo e le paghiamo allo stato italiano. Il problema è il colore della nostra pelle. Il punto è che siamo neri. Per questo non ci vogliono. Anche i nostri figli se lo sentono dire in continuazione quando vanno a scuola. Come ti giri, apri un giornale o accendi la televisione, c’è sempre qualcuno che ce l’ha con noi, usando parole violente nei nostri confronti. Ma veramente l’Italia è diventata un paese così razzista?“.

Daniele Camilli


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11 agosto, 2017

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