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Esultanza per la morte di Morientes Diomande - Interviene il sociologo Francesco Mattioli

Il razzismo ci indigna, ma poi ci giriamo dall’altra parte…

Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Si dice che ne uccida più la lingua che la spada: c’è quindi da credere che gli autori delle ignobili esternazioni razziste su Facebook siano stati ampiamente giustiziati dalle parole di chi è intervenuto su Tusciaweb a riguardo. Poi, certo, se del caso interverrà l’autorità giudiziaria.

Ma attenzione: ci sono frotte di persone sul web che ora tacciono, ma che sotto sotto se non condividono le parole di quella gente, certo sentono di comprenderne lo spirito e i sentimenti. Mi sembra che i commenti di taluni lettori agli interventi apparsi su Tusciaweb rivelino una certa inclinazione a giustificare se non i toni, certo l’eziologia di certo livore razzista.

Il fatto è che purtroppo non si tratta di indignarsi solo per qualche frase squilibrata scritta su Facebook; si tratta piuttosto di guardarsi intorno e accorgersi che certe “cose dell’altro mondo” noi ormai le tolleriamo e ci adattiamo ad esse, limitandoci a reagire scuotendo la testa, vergando una lettera di alto sentire morale, facendo un discorso pubblico magari ad usum delphini.

Aleggia, nelle nostre parole di sdegno, un senso che non è tanto di impotenza, quanto di strisciante rassegnazione: pare che l’asticella della tolleranza si sia inesorabilmente alzata, e pur di vivere la nostra vita di consumatori seriali finiamo per girarci dall’altra parte e convivere con l’invivibile.

In effetti, non è solo questione di espressioni razziste.

C’è una generazione di giovinastri sostanzialmente impuniti che oggi vive di prevaricazioni, avventurismi, esibizionismi, vandalismi, violenza gratuita imparata scambiandosi esperienze ed impressioni sui social; e non è neppure colpa loro: sono i figli di quei genitori che negli ultimi trent’anni li hanno difesi, protetti, giustificati dovunque e comunque, a scuola, per strada, in vacanza, nei loro rapporti con la società, con gli adulti e con soprattutto con le istituzioni.

C’è una inciviltà diffusa – intergenerazionale e interculturale – che ritiene normale abbandonare immondizia e rifiuti per la strada, sporcare, spargere veleni in giro: l’importante è che dentro casa sia tutto sotto il controllo di mastro Lindo, ma fuori che importa? La maleducazione cafona ci circonda e spesso noi ci ridiamo su, mentre le autorità lamentano di non poter controllare tutto.

C’è una irresponsabilità ormai cronica, per cui tutto ciò che accade non è mai colpa nostra, c’è sempre qualcun altro da accusare, a cui imputare se qualcosa non funziona: magari il vicino di casa, il collega d’ufficio, la maggioranza al governo che governa o l’opposizione di governo che s’oppone, la società in cui viviamo, quelli che tengono i fili della finanza internazionale, il capitalismo consumista, o forse le strie in cielo…

Allo stesso tempo, tutto diventa giustificabile, da sottoporre ad analisi sociologica (rigorosamente da parte di chi sociologo non è) piuttosto che a misure di contrasto. Il giustificazionismo è figlio di un anarchismo strisciante, solo in parte ideologico, più spesso individuale e populista, che al dunque si tira indietro, rimpalla alle sole istituzioni il compito di intervenire, salvo poi accusarle di autoritarismo repressivo.

La verità è che siamo allergici alle regole. Lo siamo perché pensiamo che valgano solo per gli altri, perché “per una volta” si può fare (e che sarà mai…), perché chi è furbo fatta la legge trovato l’inganno, perché certe regole sono ingiustificate o esagerate, perché c’è il solito intellettuale da scrivania che predica la necessità fatale d’essere liberi comunque, perché si conoscono bene i diritti e male i doveri, perché seguire le regole è da pecore e imporle è da fascisti.

Forse a scuola la materia di studio più importante dovrebbe essere educazione civica, dirimente anzi e da studiare mediante la pratica, magari nei pub, negli ospedali, negli ospizi, nelle periferie, nelle aule dei tribunali o in quelle dei consigli comunali: se si hanno tutti otto, ma si è insufficienti in educazione civica, bocciati… non accadrà mai, continuiamo con il teorema di Pitagora, la poetica del Leopardi e la teoria dell’Io penso…

Eppure, il novanta per cento dei fatti di cronaca, dai più efferati ai più miserandi, provengono da regole che non sono state seguite, che sono state aggirate, che sono state considerate esagerate o ingiuste.

Non abbiano paura, i libertari in servizio permanente, quelli che se vedono una telecamera urlano al Grande Fratello, i nostalgici del “vietato vietare” o i pedagogisti del no punish a oltranza: se le regole e i divieti li impone una democrazia, non sono né espressione degli interessi di qualcuno, né le angherie di un burattinaio inibitore, ma sono il prodotto di una collettività che decide di organizzarsi e di crescere nel rispetto di tutti.

Perché in democrazia non c’è nessuno che si porta via il pallone se non gli sconfinfera come vanno le cose. In democrazia.

Francesco Mattioli

 

17 agosto, 2017

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