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Feto nel cassonetto, parla infermiere del pronto soccorso

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Il cassonetto di via Solieri dove è stato ritrovato il feto [3]

Il cassonetto di via Solieri dove è stato ritrovato il feto

Viterbo – (sil.co.) – Bimba settimina gettata nel cassonetto, l’infermiere sarebbe  rimasto con la madre nella sala triage del pronto soccorso, dove l’ingresso è vietato perfino ai familiari dei pazienti. 

Un particolare inedito sfuggito a un infermiere del pronto soccorso di Belcolle, che però ha negato di conoscere il collega: “Ci sono tanti infermieri in ospedale”.

Fatto sta che l’atteggiamento dell’uomo, convocato sia dall’accusa che dalla difesa, non ha convinto il pm Franco Pacifici che ha chiesto il rinvio degli atti in procura per falsa testimonianza. 

Si tratta dell’ultimo testimone dell’udienza di ieri del processo a carico di Graziano Rappuoli, l’infermiere 56enne di Tuscania accusato di esercizio abusivo della professione medica, nonché di omicidio volontario e occultamento di cadavere in concorso con la madre della neonata trovata morta il 2 maggio 2013 tra i rifiuti al Salamaro. La donna, Elisaveta Alina Ambrus, una ballerina di night d’origine romena oggi 27enne, è stata già condannata a 10 anni di reclusione in primo grado con lo sconto di un terzo della pena del rito abbreviato. 

La coppia è stata ripresa dalle telecamere della pizzeria di via Solieri alle 14,20 del 2 maggio 2013 mentre viaggiava a bordo della Clio blu del 56enne. Alla guida c’era l’uomo, che si sarebbe fermato all’altezza del cassonetto dove la polizia, circa tre ore e mezzo dopo, ha ritrovato la bambina morta. Dalla vettura è scesa una donna dai capelli lunghi e scuri con indosso una giacca bianca. Era la Ambrus, che ha gettato la busta con la figlia appena partorita nel bidone della spazzatura ed è risalita sulla Clio.

Pochi minuti dopo erano al pronto soccorso dell’ospedale di Belcolle, dove anche l’imputato lavorava alle dipendenze della Asl. Ma l’infermiere che li ha accolti, ieri, ricordava a stento. “L’ho saputo dopo dai giornali cosa era successo”, ha esordito. “Possibile? Ma se avete allertato voi la polizia”, la replica di Pacifici. “Io ho preso i dati e il mio lavoro è finito lì”, ha proseguito il teste, dando l’impressione di voler eludere la domanda, prima di ricordare che, forse, era in compagnia di un uomo.

Poi gli è sfuggito “dopo l’accettazione, è rimasto con lei nella sala triage”, suscitando lo stupore dell’intera aula. “Come faceva a stare con lei nella sala triage, all’interno del pronto soccorso di Belcolle, dove l’accesso è off limits perfino per i familiari dei pazienti?”, ha chiesto il pm. Ma alla domanda se sapesse che l’uomo era un infermiere anche lui in servizio a Belcolle e se lo conoscesse ha negato: “Ci sono tanti infermieri in ospedale”. 

Quindi all’improvviso, una raffica di particolari, rispondendo a una domanda del difensore dell’imputato. “Mi ricordo che la donna era seduta davanti a me sulla sedia – ha detto – mi disse che aveva un’emorragia e io le chiesi se fosse in gravidanza, mi ripose che era alla 24esima settimana”, ha raccontato tutto d’un fiato.

Troppo, alla luce dei precedenti vuoti di memoria. “E dire che a me ha detto di non avere nemmeno riconosciuto l’imputato che è un collega”, ha sbottato Pacifici, chiedendo l’invio alla procura della repubblica degli atti del verbale dell’interrogatorio. Richiesta immediatamente accolta dal presidente della corte d’assise. 

Incastrato dalle telecamere della pizzeria di fronte al cassonetto dove è stata gettata la neonata – infilata nella busta di un panificio,  avvolta in alcuni asciugamani, incartata con della stagnola e infine arrotolata in una copertina – l’imputato avrebbe non solo accompagnato la madre a Belcolle, ma le avrebbe anche procurato la ricetta falsa del Cytotec, il farmaco per lo stomaco usato per gli aborti clandestini in quanto provoca contrazioni uterine. 

Il 15 dicembre la prossima udienza. Sempre che si trovi, sarà citata come testimone la Ambrus. La 27enne, arrestata durante il ricovero in ospedale, ha lasciato il carcere dopo dei mesi e da allora sarebbe tornata in Romania. Il presunto complice infermiere, invece, per chi non lo sapesse, è stato arrestato l’anno successivo, nel giugno 2014, quando, dopo una lunga battaglia tra accusa e difesa, Pacifici ha ottenuto che il reato venisse riqualificato da soppressione e occultamento di cadavere in concorso a omicidio volontario e occultamento di cadavere in concorso, rimanendo ai domiciliari per tre mesi. 


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