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Corte d'assise - Feto nel cassonetto - In aula i poliziotti delle volanti che hanno ritrovato il corpo della neonata settimina - Imputato di omicidio volontario in concorso con la madre, un infermiere

“Quando ho aperto la busta speravo che la bimba fosse ancora viva”

di Silvana Cortignani

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Il cassonetto di via Solieri dove è stato ritrovato il feto

Il cassonetto di via Solieri dove è stato ritrovato il feto

Il pm Franco Pacifici

Il sostituto procuratore Franco Pacifici

L'avvocato Samuele De Santis

Il difensore dell’infermiere, Samuele De Santis

Viterbo – “Quando ho aperto la busta sul cofano della volante, speravo ancora che la bimba fosse viva”. Questa mattina in tribunale le drammatiche testimonianze degli agenti delle due volanti che verso le 18 del 2 maggio 2013 hanno ritrovato in un cassonetto di via Solieri, al Salamaro, il corpo senza vita della bimba nata settimana gettata alle 14,20 dalla madre tra i rifiuti, mentre si faceva accompagnare a Belcolle, in preda a un’emorragia, dall’amico infermiere, a processo davanti alla corte d’assise per omicidio volontario in concorso e occultamento di cadavere.

La donna, Elisaveta Alina Ambrus, 27 anni, all’epoca ballerina di night e già madre di un bimbo di pochi mesi, è stata condannata a 10 anni in primo grado. Sta entrando sempre più nel vivo, invece, il processo a Graziano Rappuoli, l’infermiere 56enne di Tuscania che le avrebbe procurato la ricetta falsa del Cytotec, il farmaco per lo stomaco usato come abortivo in quanto provoca contrazioni uterine. L’imputato era presente in aula, a fianco del difensore Samuele De Santis. 

Durante l’udienza di questa mattina la ricostruzione delle spasmodiche ricerche tra San Faustino e il Sacrario fino al ritrovamento al Salamaro della piccina, il cui corpo, infilato dentro la busta di un panificio, era stato avvolto in alcuni asciugamani colorati, incartato con della carta stagnola e infine arrotolato in una copertina. Abbastanza per essere trovato ancora caldo dai poliziotti oltre tre ore e mezza dopo il parto.

Stringenti le domande della difesa e del pm Franco Pacifici ai poliziotti la cui testimonianza, a tratti commovente, a tratti cruda, non ha omesso alla corte alcun particolare. “Quando finalmente la madre ha confessato alla mobile, in ospedale, che l’aveva messo nel cassonetto davanti alla pizzeria ci siamo precipitati”, ha spiegato l’agente che ha materialmente recuperato il cadavere della neonata da dentro il secchione.

“Sono stato io – ha proseguito il poliziotto – che ho trovato tra i rifiuti la busta di un panificio che ci avevano detto di cercare. L’ho appoggiata sul cofano della volante e l’abbiamo aperta con delicatezza, sperando che il bambino fosse ancora vivo. Era una femmina, già formata, coi capelli. Il corpo era ancora caldo. Ma era morta”. 

Dal momento dell’abbandono erano trascorse circa tre ore e mezza. L’allarme alle volanti è giunto alle 17,20. Due le pattuglie impegnate nelle ricerche, più personale della mobile. “All’inizio ci hanno detto di cercare un pacchetto, un fagottino, che poteva essere tra i vicoli o nei secchioni tra il Sacrario o San Faustino – ha raccontato una poliziotta, spiegando che all’inizio non sapeva che si trattasse di un bambino – poi siamo corsi in una casa di via delle Piagge a verificare se ci fossero sangue o segni di un parto. Ci ha aperto la coinquilina della madre, ma niente, era tutto in perfetto ordine. Infine è arrivata la chiamata per via Solieri, dopo che la donna ha confessato. Sono stati attimi di grande concitazione.  In quel momento tutti noi speravamo di trovare la bambina ancora in vita”. 

Per i poliziotti che l’anno perquisita poche ore dopo il parto prematuro (come sostiene la difesa) o il procurato aborto (anzi omicidio volontario, come sostiene l’accusa), la piccola non è nata nell’abitazione di via delle Piagge, una traversa di via Cairoli, dove viveva la madre con un’altra ballerina dello stesso night club. “La scena era pulita – hanno detto i testimoni – per noi in quella casa trovata in perfetto ordine non ci aveva partorito nessuno, non c’era niente nemmeno nei secchi della spazzatura, abbiamo guardato ovunque, anche nella lavatrice. E non si sentiva odore di detergenti appena usati,di  varechina o ammoniaca, ma solo puzzo di polvere e fumo”. 

Non si è presentata in aula la coinquilina della Ambrus, della quale al momento si sarebbero perse le tracce, la cui testimonianza sarebbe stata preziosa per fare luce su tanti particolari. Ma prima di rinunciare e accontentarsi delle dichiarazioni rese a caldo, sia accusa che difesa faranno un ulteriore tentativo di ricerca. Si è reso invece protagonista di un contrastato interrogatorio un infermiere del pronto soccorso di Belcolle per il quale il pm Pacifici ha chiesto il rinvio degli atti per falsa testimonianza. 

Silvana Cortignani


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29 settembre, 2017

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