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Cronaca - La Direzione nazionale antimafia esclude un radicamento della criminalità e cita l'inchiesta "El Dorado", sulla 'ndrina Nucera

“Viterbo avulsa da penetranti infiltrazioni mafiose”

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Alberto Corso

Alberto Corso

Domenico Nucera

Domenico Nucera

Viterbo – (s.m.) –  “Viterbo avulsa da penetranti infiltrazioni della criminalità organizzata”. Parola del procuratore nazionale antimafia Franco Roberti. 

La relazione 2017 della Direzione nazionale antimafia (Dna) esclude che la Tuscia sia terra di conquista da parte delle mafie, “nonostante la presenza di soggetti contigui”. 

La Dna cita “El Dorado”, la monumentale inchiesta dell’ex procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri e del sostituto Antonio De Bernardo. “Si rappresenta l’esecuzione di una misura cautelare, emessa dalla Dda di Reggio Calabria, a carico di numerose persone, tra cui alcuni appartenenti alla ‘ndrina Nucera di Condofuri (Reggio Calabria)”, si legge sulla relazione, riferita al periodo tra il primo luglio 2015 e il 30 giugno 2016. 

A Viterbo, quel blitz viene ricordato per l’arresto di Alberto Corso, imprenditore quarantunenne di Canepina. Probabilmente l’unico, nel Viterbese, con una condanna per associazione di stampo mafioso (al momento non definitiva). Il fratello maggiore Augusto, invece, fu assolto dall’unico reato a lui contestato: riciclaggio di denaro sporco. 

Era questo il filo rosso che, secondo Gratteri e De Bernardo, univa l’Aspromonte a Viterbo: la Tuscia come lavatrice di capitali illeciti che, dalla Calabria, sarebbero arrivati in quattro aziende della provincia, alcune gestite dai Corso, altre dai Nucera, per poi tornare puliti al punto di partenza. Ma l’ipotesi del riciclaggio è stata esclusa dai giudici, che hanno condannato la maggior parte degli indagati solo per associazione di stampo mafioso.  

Ventidue gli arresti eseguiti nel maggio 2013 per disarticolare la locale di Gallicianò, frazione di Condofuri (Reggio Calabria). Per la magistratura e per chi si intende almeno un po’ di mala calabrese, una locale è (o un locale) è un insieme di ‘ndrine: almeno 49 ‘ndranghetisti diretti da un capo. In una cittadina di provincia di cinquemila abitanti come Condofuri, stando alle indagini, convivevano tre locali di ‘ndrangheta: una per ogni frazione. 

Dal profondo sud della Calabria, Domenico Nucera, membro di spicco della cosca, si era addirittura trasferito in pianta stabile a Graffignano. “Salite sopra, che stiamo una bellezza là…”, diceva, intercettato, ai suoi parenti. Il progetto sarebbe stato quello di “fare di Canepina una Gioia Tauro 2”.  

“Illuminante” viene definito dai magistrati il passaggio in cui Domenico Nucera, alla stregua di mentore di Corso, spiega all’imprenditore viterbese il cursus honorum della ‘ndrangheta: “picciotto”, “sgarrista”, poi c’era lui, Nucera, che aveva “la Santa”, una carica regionale. “Oltre no? Oltre quest’altra?”, gli chiede Corso, ansioso di compiere al più presto la sua scalata nella ‘ndrina. È giovane, ambizioso, spregiudicato e a un passo dall’affiliazione formale. Che, come racconta Nucera, si fa ancora con l’antico rituale del battesimo: lettura della formula, goccia di sangue fatta cadere su un limone e santino da bruciare. 

Per i giudici, Corso assorbe tutta l’intraprendenza della mentalità criminale. Secondo il gip che firmò la maxi ordinanza di custodia cautelare, l’imprenditore viterbese “rappresenta la capacità dell’organizzazione di rigenerarsi continuamente anche nei nuovi territori, attraverso sinergie e apporti nuovi”. A sedurlo è soprattutto la prospettiva del potere: “Prendere decisioni di chi deve vivere e di chi deve morire – dice intercettato – così mi piace”. 

Stefania Moretti


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24 settembre, 2017

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