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Elezione segretario provinciale Pd - Intervista ad Andrea Egidi, candidato in cerca di riconferma

“C’è da finire un lavoro che ha dato buoni frutti”

di Giuseppe Ferlicca

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Andrea Egidi

Andrea Egidi

Andrea Egidi ed Elena Tolomei

Andrea Egidi ed Elena Tolomei

Tiziana Lagrimino, Andrea Egidi, Elena Tolomei e Paolo Aleandri

Tiziana Lagrimino, Andrea Egidi, Elena Tolomei e Paolo Aleandri

Tiziana Lagrimino, Andrea Egidi, Elena Tolomei e Paolo Aleandri

Tiziana Lagrimino, Andrea Egidi, Elena Tolomei e Paolo Aleandri

Viterbo – Si ricandida per completare il lavoro iniziato e non è interessato a chi lo critica aspramente, come Piazza Democratica. Andrea Egidi si appresta a una campagna intensa nel Pd, per chiedere la conferma alla segreteria provinciale. Di fronte ha la sua vice. Manuela Benedetti. Le loro strade si sono divise: “Cose che possono capitare”.

Perché la scelta di ricandidarsi?
“Perché dobbiamo finire un lavoro che ha già dato buoni frutti. Completare il processo di rinnovamento politico e generazionale, riorganizzare il Pd sul territorio e vincere la sfida del 2018”.

Cos’ha fatto in questi anni e cos’è rimasto da fare nel partito?
“Abbiamo vinto e governato innanzitutto. Viterbo, molti comuni strappati alla destra, per due volte ripreso il governo della provincia con Mazzola e Nocchi. L’elezione di due giovani parlamentari e del consigliere regionale. Basta il confronto rispetto a com’eravamo messi a dicembre 2010. Certo, ci sono state brutte sconfitte ma il bilancio è li, basta guardare. Oggi c’è da fare molto, soprattutto sotto il profilo riformista e di governo del Pd. Qualcosa che ha a che fare con la cultura politica, molto seria, su cui ci dovremmo interrogare tutti”

Per l’elezione del nuovo segretario si ripropone nel Pd il quadro referendario Orlando da una parte e Renzi dall’altra?
“Sono coerente con l’impianto del governo dei mille giorni, con la battaglia referendaria, con le primarie. Serve rigore e nettezza sulla linea politica, non confusione, ma chiarezza. Sul territorio, o si raccoglie la sfida del Pd uscito dalle primarie o si torna a vent’anni fa, a una dinamica sbagliata, che ci fa vivere il Pd con la chiave di lettura Ds – Margherita”

Piazza Democratica ha fortemente contestato la sua terza candidatura alla segreteria provinciale. Come risponde?
“Non commento le affermazioni di chi è mosso da rancore. I cittadini non sono interessati, come noi, a tutto ciò”.

Tra loro ci sono renziani della prima ora, quelli che teoricamente dovrebbero sostenerla. Come la vede?
“Vedo più che altro qualche craxiano della prima ora, a dire la verità”.

Come cambiano gli equilibri nel partito a Viterbo? La sua candidatura la riavvicina all’area Popolare di Fioroni. Preludio d’intese elettorali nel 2018?
“Questo è il congresso provinciale e da qui nascono i gruppi dirigenti che decideranno anche le candidature del 2018, che saranno le più forti e competitive, in linea con l’esito del congresso. Non sono interessato al dibattito sul chi sta con chi, perché se resto al capitolo candidature degli anni scorsi, dovrei trovare tempo per scriverci un libro, visto che tutti sono stati con tutti, tranne il sottoscritto. Resto al punto, alla coerenza con il percorso politico di questi anni, altri, evidentemente, meno”.

Si troverà di fronte la sua attuale vice, Manuela Benedetti. Sembravate destinati a un percorso comune, molto vicini politicamente. Che è successo?
“Fino al referendum e all’avvio del congresso nazionale c’era un sostegno a Renzi, poi ha fatto un’altra scelta. Cose che possono capitare. Ma non è tanto questo il punto. Comunque, vado avanti tranquillo”

Una donna alla guida della segreteria provinciale. Si scordi per un attimo d’essere anche lei in corsa. Come la vedrebbe?
“Impossibile rispondere, sono candidato, si corre. Vorrei ricordarle solo che l’ho nominata io, vice segretario. Il punto è la linea politica, non una questione di genere”.

Si era parlato pure di Francesco Serra. In caso di vittoria, cos’avrebbe portato di diverso rispetto a lei nella segreteria provinciale?
“Serra è un ottimo amministratore ed è molto stimato in città, ma non ha mai diretto un partito, non saprei rispondere”.

Congresso sembra essere una parola desueta, almeno guardando le altre realtà partitiche. Se ne fa sempre meno ricorso. Si sente più fuori moda o più preoccupato?
“Mi sento preoccupato, perché la democrazia senza partiti semplicemente non è tale e perché in Italia purtroppo siamo gli unici ad avere chiaro in testa questo aspetto. Un sistema politico fatto da capi azienda e movimenti che stanno al di fuori dell’articolo 49 della Costituzione è fragile. E questo mi preoccupa seriamente. Perciò dico, visto che siamo gli unici a farlo, facciamolo bene questo congresso, ne va del destino di queste terre, non il nostro”.

Giuseppe Ferlicca


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7 ottobre, 2017

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