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Viterbo - Tentato omicidio a Mammagialla - Per i giudici era incapace di intendere e di volere al momento del fatto - Applicata la misura di sicurezza del ricovero in una Rems per dieci anni - Decisione confermata anche dalla Cassazione

Coltellata in carcere per un fallo a calcetto, detenuto assolto

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Viterbo - Il carcere Mammagialla

Viterbo – Il carcere Mammagialla

Viterbo – Dovrà restare per dieci anni in una Rems il 34enne imputato di tentato omicidio in carcere.

Il 9 luglio 2013, nel penitenziario di Mammagialla, un detenuto resta ferito durante l’ora d’aria. Finito in ospedale con una ferita al fianco sinistro, accusa un altro detenuto, M.R., di averlo colpito con l’asticella di metallo per tenere la retina del ping pong, usata come un pugnale e trasformata in arma quasi letale. Il movente? Un fallo durante una partita di calcetto, che sarebbe poi degenerato in una cruente lite e infine nel tentato omicidio.

M.R., albanese, finisce a processo davanti al tribunale di Viterbo. Viene assolto per incapacità di intendere e di volere al momento del fatto. Ma il collegio dei giudici gli applica la misura di sicurezza del ricovero in una Rems, per dieci anni. Misura confermata dal tribunale di sorveglianza prima, e dalla Cassazione poi, a cui il difensore dell’imputato si è rivolto per impugnare la decisione di primo e secondo grado.

Per l’avvocato di M.R., sia i giudici viterbesi che quelli del tribunale di sorveglianza di Roma hanno “fatto proprie le considerazioni del perito nominato in primo grado che riteneva la pericolosità dell’imputato desumibile dai precedenti penali e dall’unico colloquio svolto, senza approfondirne la concretezza e l’attualità non solo con riguardo al fatto commesso ma alla personalità del suo autore”.

Secondo il difensore, “la misura di sicurezza applicata è inadeguata e dannosa”. E, nel chiedere l’annullamento dell’ordinanza impugnata, alla suprema corte ha evidenziato “come non fosse consentita l’automatica applicazione della misura e come il tribunale di sorveglianza avesse errato nell’applicarla, senza un approfondimento delle condizioni di salute dell’imputato”. L’avvocato, inoltre, ha lamentato che “la misura di sicurezza non fosse stata ancorata a una situazione contingente, che denotasse attualità e concretezza della pericolosità sociale di M.R.”.

Ma per la Cassazione il ricorso è inammissibile. Secondo i giudici, “la sentenza appellata ha specificato la gravità del fatto commesso, ritenendo l’imputato socialmente pericoloso non solo sulla base delle conclusioni della perizia psichiatrica, che aveva individuato un disturbo di personalità e quindi una ‘incapacità di conformarsi alle regole, con rischi di insorgenza di episodi acuti di scompenso psichico con i caratteri del disturbo delirante’, ma, altresì, dei numerosi e gravi fatti commessi in precedenza, connotati da violenza ed elevata aggressività anche con l’uso di armi”.

Dichiarato in ammissibile il ricorso, la suprema corte ha condannato M.R. al pagamento delle spese processuali e al versamento di 2mila euro d’ammenda. Oltre a far diventare definitiva la decisione dei giudici del tribunale di Viterbo e di quello di sorveglianza: l’applicazione della misura di sicurezza del ricovero in una Rems, per dieci anni.


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4 ottobre, 2017

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