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Soriano nel Cimino - La pm Paola Conti interrogherà di nuovo il grande accusatore - E' lo stesso imprenditore che ha incastrato la presunta "banda dei canepinesi"

Coppie di coniugi a processo per usura, in aula il supertestimone

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Viterbo - Tribunale

Tribunale – Il processo è in corso davanti al collegio

 

Il pm Paola Conti

La pm Paola Conti, titolare dell’inchiesta

Soriano nel Cimino – (sil.co.) – Due coppie di coniugi di Soriano nel Cimino alla sbarra per usura, ieri nuovo stop al processo in corso davanti al collegio. Il pubblico ministero Paola Conti ha chiesto di riascoltare in aula il supertestimone dell’accusa nonché presunta vittima. 

Si tratta dello stesso piccolo imprenditore edile che con la sua denuncia alla guardia di finanza portò, nel 2010, all’arresto della presunta banda di strozzini “canepinesi”, tra cui i fratelli Corso. Per lui si profila un nuovo interrogatorio. 

Un’inchiesta che fece scalpore. Tra i 15 indagati rinviati a giudizio il 25 luglio 2016, ben 8 dei quali di Canepina, anche i fratelli Alberto e Augusto Corso, della Ortofrutta Cimina, arrestati in odore di ‘ndrangheta nel 2013 nella maxi operazione Eldorado della procura di Reggio Calabria. Augusto ne è uscito assolto, Alberto è stato condannato per associazione mafiosa.

La presunta vittima, oggi 56enne, ha parlato per la prima volta in pubblico il 13 gennaio 2016, a quasi dieci anni dal presunto prestito di 6mila euro in cambio di 10mila che avrebbe inguaiato i due artigiani e le rispettive mogli. In precedenza sarebbe stato già vittima dei “canepinesi”.

Una testimonianza fiume la sua, nell’ambito di un processo scaturito dalla stessa maxinchiesta contro l’usura della pm Paola Conti, che vede imputati per l’appunto il marmista di Soriano, un collaboratore e le mogli.

Le due coppie, nel 2007, avrebbero ereditato il “debito” contratto dal 56enne, già finito nel giro dei “canepinesi”, con un poliziotto poi deceduto in un incidente.

“Mi aveva prestato 6mila euro in cambio di 10mila. Quando è morto, si è presentato all’incasso il fratello che per farmi trovare i soldi mi ha portato dal marmista – ha spiegato la presunta vittima, scoppiando più volte in lacrime, confondendo date e circostanze, ma rimanendo fermo su un punto – mi hanno tolto la voglia di vivere”. 

In una spy-pen le prove dell’usura. E’ la finta penna a sfera dotata di registratore audio e telecamera sul cappuccio portata nel taschino dalla presunta vittima.

Se la sarebbe comprata di sua iniziativa, per dimostrare ai finanzieri che diceva il vero, dopo aver denunciato le due coppie. La penna è entrata nel processo ai quattro presunti aguzzini su richiesta della stessa pm Paola Conti, che ha ottenuto la trascrizione delle due conversazioni e dei tre video girati di nascosto tra aprile e maggio del 2010.

All’epoca l’imprenditore era appena stato salvato in extremis da un tentativo di suicidio anticipato in una drammatica lettera a un maresciallo della guardia di finanza.

Il militare, sentito come teste, ha raccontato anche delle agghiaccianti minacce in viva voce di uno dei quattro imputati, mentre il 56enne, dalla caserma, cercava di rinviare al telefono un appuntamento per pagare.

“Non fare scherzi, che vengo giù e faccio una strage, ti strozzo e metto una bomba”, gli avrebbe detto. Minacce ripetute perfino davanti ai finanzieri durante una perquisizione nella bottega dei due artigiani: “A questo bastardo gli spacco la capoccia. Ma se questo lo ammazzo, quanto me ponno dà? Oggi pomeriggio lo vado a pijà giù a casa e lo ammazzo”. 

Le due coppie si sono sempre proclamate innocenti. Il marmista, in particolare, non ha perso un’udienza. Il prossimo 23 marzo, alle ore 12.30, avrà l’occasione di riascoltare la versione del suo grande accusatore.

Silvana Cortignani


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15 novembre, 2017

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