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Viterbo - Walter Rizzetto (FdI) al Caffè letterario parla di lavoro e welfare

“La riforma Fornero è da abbattere totalmente”

Walter Rizzetto, Giuseppe Talucci Peruzzi e Claudio Ubertini

Walter Rizzetto, Giuseppe Talucci Peruzzi e Claudio Ubertini

Walter Rizzetto

Walter Rizzetto

Fdi - L'incontro su welfare e lavoro

Fdi – L’incontro su welfare e lavoro

Walter Rizzetto e Giuseppe Talucci Peruzzi

Walter Rizzetto e Giuseppe Talucci Peruzzi

Claudio Ubertini

Claudio Ubertini

Giuseppe Talucci Peruzzi

Giuseppe Talucci Peruzzi

Giovanni Arena

Giovanni Arena

Claudio Ubertini

Claudio Ubertini

Walter Rizzetto

Walter Rizzetto

Viterbo – (g.f.) – “La politica non può fare cassa sulle pensioni”. Continuano gli incontri tematici voluti da FdI e stavolta tocca a Walter Rizzetto, vice presidente della commissione Lavoro alla Camera.

Al Caffè letterario parla di lavoro e welfare. Strettamente collegati a un altro grande tema, le pensioni. Bocciata senza appello, la riforma, che per Rizzetto riforma non è, Fornero.

“Dopo 41 anni di lavoro – spiega il parlamentare FdI – le persone non ce la fanno più, ma non possono andare in pensione, perché rispetto alla Fornero e all’aspettativa di vita, non è ancora il momento. È una manovra, da abbattere totalmente”.

Un sistema ingiusto. “Essendo passato da retributivo a contributivo – sostiene Rizzetto – andava messo un limite minimo di contributi. Stabilire una cifre tale di versamenti e una volta raggiunti i 30 o 35 anni, decidere se andare in pensione, prendendo un po’ meno, oppure restare al lavoro”.

Invece non si può. Le difficoltà odierne e i pericoli futuri di un sistema che non funziona. Potrà succedere che pure aspettando i 40 anni e passa, arrivati al fatidico momento, si rischierà di ritrovarsi con un misero assegno pensionistico.

“Oggi, il lavoro discontinuo, un impiego che si interrompe con buchi continui, non consentirà un domani d’avere una pensione che superi i 400 o 500 euro. Questa è una bomba che esploderà”.

Il lavoro che in Italia non c’è. Perché si è spostato altrove. Si chiama delocalizzazione.

“Se dovessimo andare noi al governo – anticipa Rizzetto – proporremo una norma anti delocalizzazione. Le imprese che hanno ottenuto contributi dallo Stato, prima di andare via, devono riconsegnare euro su euro quanto hanno ottenuto. Grandi aziende in pochi giorni delocalizzano”. Sul territorio, il vuoto. Totale.

“Io mi sono occupato di alcuni casi, uno interessa il mio territorio, il Friuli l’Elettrolux. Sono 870 lavoratori che potevano finire in mezzo alla strada, perché in Polonia costruire una lavatrice costa 40 euro in meno a pezzo”.

In sala, oltre a esponenti Fratelli d’Italia, da Mauro Rotelli a Gianluca Grancini, Massimo Giampieri, anche Giovanni Arena (FI), Gianmaria Santucci (Fondazione).

Insieme al relatore, Giuseppe Talucci Peruzzi e Claudio Ubertini. A loro il compito di “scaldare” la platea nella mezz’ora di ritardo di Rizzetto. La via che da Roma porta a Viterbo, si sa, non è tra le più agevoli.

Rizzetto, oggi FdI, è stato eletto con il Movimento 5 stelle. Gruppo abbandonato nel gennaio 2015 insieme ad altri suoi nove colleghi.

Tra welfare, pensioni e lavoro, c’è spazio anche per la formazione. “Oggi si spende un miliardo l’anno. Ma a cosa serve? A mettere cinquantenni in un’aula a seguire per due settimane, corsi d’inglese o informatica. E chi organizza, prende soldi.

Poi, chi ha frequentato i corsi, la prima persona che incontra uscendo, è un 25enne che parla tre lingue e smanetta sul computer da sempre. Va rivista la formazione, così i tirocini formativi”.

Il welfare, ma pure i migranti. “La gran parte arrivano dalla Nigeria – osserva Rizzetto – dove la guerra civile si è chiusa nel 1970 e quel paese ha il Pil più alto del continente africano. Ognuno la pensi come crede, ma io ritengo che i 35 euro al giorno che si spendono per i richiedenti asilo, vanno dati al vero richiedente asilo. A chi ne ha diritto e che arriva nel nostro paese, ma pure all’italiano che non ce la fa”.

Quindi gli 80 euro in busta paga voluti da Renzi. “Non hanno cambiato la vita a nessuno”. E se i soldi per salvare le banche vanno dati, poi le banche devono appartenere a chi quei soldi li ha messi: “Gli italiani, lo Stato”.

15 novembre, 2017

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